La responsabilità sociale riguarda anche la tutela della sicurezza?

 

Autore: Tiziano Menduto
Categoria: Interviste e inchieste

24/05/2019: Cosa si intende per responsabilità sociale d’impresa? Cosa indica la norma UNI ISO 26000? Si parla anche di tutela della salute e sicurezza? Questi sono i temi della prima parte dell’intervista a Lucina Mercadante, Contarp Inail.

Brescia, 24 Mag – Un tema rilevante che è ancora poco conosciuto e che, come si racconterà nell’articolo, probabilmente risulta “troppo avanti per le dinamiche del momento”, è quello della responsabilità sociale d’impresa (RSI).

Essere un’ impresa socialmente responsabile, come abbiamo ricordato in passato, vuol dire essere consapevoli dell’impatto delle proprie decisioni e attività sulla società e sull’ambiente, significa tener conto non solo degli aspetti economici della gestione aziendale, ma anche dell’ambiente e del contesto sociale in cui l’azienda, l’impresa è inserita, con riferimento alle condizioni di lavoro e, dunque, in relazione anche alle tutele in materia di salute e sicurezza.

L’intervista a Lucina Mercadante

La responsabilità sociale e la norma UNI ISO 26000

La responsabilità sociale e la salute e sicurezza sul lavoro

L’intervista a Lucina Mercadante

Per parlare di responsabilità sociale d’impresa, con riferimento alla norma UNI ISO 26000 “Guida alla responsabilità sociale”, intervistiamo Lucina Mercadante (Consulenza Accertamento Rischi e Prevenzione dell’ INAIL) che di questo tema si è occupata lungamente e che ci aveva già fornito alcune informazioni sulla RSI in un’intervista di circa sei anni fa sul tema degli incentivi per le aziende (“ Incentivi INAIL: dal SGSL alla responsabilità sociale di impresa”).

Cosa è cambiato in questi sei anni? È aumentata l’attenzione della società e delle aziende verso la responsabilità sociale delle imprese? Cosa propone la norma UNI ISO 26000? E cosa si indica in materia di salute e sicurezza?

La lunga intervista, che testimonia la passione dell’intervistata su questo tema e che abbiamo diviso in due parti, si sofferma poi (sarà il tema della seconda parte) su due recenti prassi di riferimento UNI relative alla responsabilità sociale nel settore delle costruzioni e alla responsabilità sociale nelle piccole imprese e nelle imprese artigiane.

Veniamo alle risposte di Lucina Mercadante.

La responsabilità sociale e la norma UNI ISO 26000

Prima di arrivare ad affrontare le novità in materia di Responsabilità Sociale d’Impresa vediamo di ricordare brevemente ai lettori non solo cosa sia la responsabilità sociale nel mondo del lavoro, ma anche l’importanza e le finalità della norma UNI ISO 26000…

Lucina Mercadante: Inizio stimolante. Cosa è la responsabilità sociale d’impresa, mi domanda…

Potremmo dire “La responsabilità di ciascuno di noi, che ciascuno di noi ha nei confronti della società”. Se però dovessimo attenerci ad una definizione tecnica e tecnicamente corretta, attingendo all’unica norma internazionale che ad oggi tratti il tema della responsabilità sociale – delle organizzazioni, allora dovremmo intendere la “Responsabilità da parte di un’organizzazione per gli impatti delle sue decisioni e delle sue attività sulla società e sull’ambiente, attraverso un comportamento etico e trasparente che:

  • contribuisce allo sviluppo sostenibile, inclusi la salute e il benessere della società;
  • tiene conto delle aspettative degli stakeholder
  • è in conformità con la legge applicabile e coerente con le norme internazionali di comportamento);
  • è integrata in tutta l’organizzazione e messa in pratica nelle sue relazioni”.

Definizione, questa, certamente complessa ed articolata, che estende la tematica alle organizzazioni, intese come “Entità, o raggruppamento di persone e strutture, con un assetto di responsabilità, autorità e relazioni e con obiettivi identificabili”.

In sostanza è la “Responsabilità che le organizzazioni hanno nel gestire le loro occupazioni e/o preoccupazioni di carattere economico tenendo conto degli altri, laddove gli altri sono gli stakeholder – tutti – avendo in considerazione anche gli impatti e le conseguenze (soprattutto quelle negative) che le loro attività esercitano, anche nei confronti della società e dell’ambiente, oltre che dell’economia, a seguito ed in conseguenza delle decisioni assunte e delle attività intraprese da un’organizzazione, siano queste passate o presenti”.

Tale approccio, e tale visione, trovano sistemazione, organicità, sistematicità, appunto nella UNI ISO 26000, pubblicata nel lontano 2010 e che ad oggi non ha avuto, a mio avviso, il dovuto risalto e, soprattutto, la giusta diffusione.

Quali le ragioni di ciò?

Svariate:

  • la prima, seguendo un ragionamento prosaico e materiale  – la norma non è certificabile, è una linea guida infatti, dunque poco appeal per il mercato e il mondo delle certificazioni;
  • la seconda – troppo avanti rispetto al momento culturale in cui è stata pubblicata – anno 2010. Il mondo commerciale non era allineato con il quadro culturale, economico, produttivo che la norma sin da allora ha tracciato. Parlare di etica, di due diligence, di catena del valore, di corrette prassi gestionali, dieci anni fa, ha rappresentato un approccio ed una narrazione antesignani del modo di fare impresa.

Lo stesso concetto di sviluppo sostenibile, di sostenibilità – oggi totalmente inflazionato, alterato, sovrausato, che rappresenta la finalità ultima, l’obiettivo verso una visione responsabile che ciascuno di noi, impresa, organizzazione, soggetto privato,  deve avere ed assumere – è apparso come fumoso, inutile, se non addirittura privo di consistenza.

Eppure se si studia e interpreta il quadro sinottico della UNI ISO 26000 si comprende immediatamente come ogni possibile costruzione o itinerario si segua per mettere in piedi un modello di RS, la RS stessa appare come un modo di vivereun tempo di vita, o meglio un tempo, kaiρos direi, nel senso etimologico più stretto.

Riportiamo una descrizione schematica della ISO 26000:

Tempo che si sviluppa e realizza basandosi su sette principi fondamentali, che costituiscono l’ossatura dell’agire, e che sono la responsabilità di rendere conto, la trasparenza, il comportamento etico, il rispetto degli interessi degli stakeholder, il rispetto del principio di legalità, il rispetto delle norme internazionali di comportamento, il rispetto dei diritti umani, come riportato al punto 4 del quadro su rappresentato.

Dove tale agire deve essere applicato è invece raffigurato nel punto 6, che riporta gli ambiti di applicazione, definiti temi fondamentali, o core subjects.

Ciascun tema fondamentale si connota poi per aspetti specifici, detti core issues, che rappresentano le aree, proprie di quel determinato tema fondamentale, ove possono realizzarsi le correlate azioni ed attività socialmente responsabili.

Volendo esemplificare, preso in considerazione il tema fondamentale “rapporti e condizioni di lavoro” troveremo come aspetti specifici in cui andare a mettere in piedi azioni ed attività socialmente responsabili:

  1. Occupazione e rapporti di lavoro
  2. Condizioni di lavoro e protezione sociale
  3. Dialogo sociale
  4. Salute e sicurezza sul lavoro
  5. Sviluppo delle risorse umane e formazione sul luogo di lavoro

Ed all’interno di ciascuno dei 5 aspetti specifici citati l’organizzazione secondo coerenza, finalità, affinità, può scegliere il proprio agire che si estrinsecherà, preso ancor ad esempio l’aspetto specifico 4 – Salute e sicurezza sul lavoro – attraverso le correlate azioni ed aspettative che una l’organizzazione stessa potrà realizzare.

La UNI ISO 26000 propone:

“Un’organizzazione dovrebbe:

  • sviluppare, attuare e mantenere una politica della salute e della sicurezza sul lavoro basata sul principio che norme severe sulla sicurezza e la salute e le prestazioni dell’organizzazione si sostengono e si rafforzano reciprocamente;
  • comprendere e applicare i principi di gestione della salute e della sicurezza, compresa la gerarchia dei controlli: eliminazione, sostituzione, controlli tecnici, controlli amministrativi, procedure di lavoro e dispositivi di protezione individuale;
  • analizzare e controllare i rischi per la salute e la sicurezza generati dalle sue attività;
  • formulare la richiesta che i lavoratori dovrebbero seguire tutte le pratiche sicure in ogni momento e assicurarsi che i lavoratori seguano le procedure corrette;
  • fornire l’attrezzatura di sicurezza necessaria, compresi i dispositivi di protezione individuale, per la prevenzione di lesioni, malattie e incidenti di lavoro e per la gestione delle emergenze;
  • registrare e investigare tutti gli incidenti e i problemi relativi alla salute e alla sicurezza per ridurli al minimo o eliminarli;
  • trattare i modi specifici in cui i rischi per la sicurezza e la salute sul lavoro (OHS) influiscono diversamente sulle donne (per esempio le donne in gravidanza, che hanno appena partorito o che stanno allattando) e sugli uomini o sui lavoratori in circostanze particolari quali, per esempio, persone con disabilità o lavoratori inesperti o più giovani;
  • fornire uguale protezione in materia di salute e sicurezza ai lavoratori part-time e temporanei, e ai lavoratori dei subappaltatori;
  • cercare in tutti i modi di eliminare i pericoli psicosociali nel luogo di lavoro, che contribuiscono o conducono a stress e malattia;
  • fornire formazione adeguata a tutto il personale su tutti gli argomenti pertinenti;
  • rispettare il principio che le misure di salute e di sicurezza sul luogo di lavoro non dovrebbero comportare alcun esborso economico da parte dei lavoratori;
  • basare i propri sistemi per la salute, la sicurezza e l’ambiente sulla partecipazione dei lavoratori coinvolti e riconoscere e rispettare i diritti dei lavoratori di:
    • ottenere informazioni tempestive, complete ed accurate sui rischi per la salute e la sicurezza e sulle migliori prassi utilizzate per affrontare tali rischi,
    • informarsi liberamente ed essere consultati su tutti gli aspetti della loro salute e sicurezza correlati al loro lavoro,
    • rifiutare un lavoro che possa ragionevolmente comportare un pericolo imminente o serio per la loro vita o salute o per la vita e la salute di altri,
    • chiedere consiglio ad organizzazioni esterne dei lavoratori e dei datori di lavoro e ad altri che hanno esperienza,
    • relazionare su questioni legate alla salute e alla sicurezza alle autorità competenti,
    • partecipare a decisioni e attività sulla salute e la sicurezza, compresa l’investigazione di incidenti e infortuni,
    • essere liberi da minacce di ritorsioni per aver agito in uno di questi modi”.

Beh, anche solo attraverso un unico esempio, questo, si può di certo affermare che la UNI ISO 26000 offre veramente una visione a tutto tondo; e questo sin dal 2010.

A questo punto mi permetto io di aggiungere un quesito e di proporre anche la risposta.

Come mai una norma di così ampia portata non è stata valorizzata come avrebbe dovuto? E non ha trovato diffusione ed applicazione come sarebbe naturale, considerato quanto offre?

Semplice: troppo avanti per le dinamiche del momento; troppo prematura per un contesto-mondiale non pronto. Adesso però, e da anni ormai, si parla continuamente di sostenibilità: ecco la sostenibilità è la parte di RSO (responsabilità sociale delle organizzazioni) che le organizzazioni perpetrano nel condurre le loro attività tenendo conto dell’impatto sulle generazioni future cui va garantito stesso benessere, dunque almeno stessa diponibilità di risorse offerte a noi se non migliori, anche in virtù delle nuove soluzioni che via via vengono rese disponibili.

La responsabilità sociale e la salute e sicurezza sul lavoro

Da quanto ci ha raccontato sembra che tra i temi rilevanti correlati alla responsabilità sociale delle imprese, si tenga dunque effettivamente conto anche delle condizioni di lavoro e la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori…

L.M.: Imprescindibilmente direi. Al punto tale che, oltre ad essere un aspetto specifico espressamente previsto all’interno di uno dei temi fondamentali – rapporti e condizioni di lavoro – di cui si compone il percorso di RS che ogni organizzazione deve intraprendere se vuole seguire un percorso secondo la UNI ISO 26000, l’ambito della salute e sicurezza sul lavoro rappresenta, come abbiamo già visto, un’area trasversale a tutti i temi fondamentali, cui vengono riconosciute una significatività ed una strategicità pari a quelle attribuite alla catena del valore ed agli aspetti economici.

Senza dover poi necessariamente richiamare standard di adozione volontaria, mi piace riportare il ragionamento nel contesto nazionale e nel panorama legislativo italiano.

Il legislatore ne prevede l’espressa articolazione nell’ambito del D.Lgs. 81/2008 e s.m.i., il nostro Testo unico, che ne inserisce la definizione (Articolo 2) come “integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle aziende e organizzazioni nelle loro attività commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate” e poi richiama le figure cardine, datore di lavoro, medico competente, lavoratori a seguire, nella estrinsecazione del ruolo, a mettere in atto comportamenti responsabili, ispirati ai criteri della RS.

Proprio come rappresentato in seno al D. Lgs. 81/2008 e s.m.i., ove la connessione profonda fra la tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro e la responsabilità sociale acquista valore e carattere quasi vincolanti, ed addirittura nell’orientare i comportamenti secondo i principi della responsabilità sociale, si ravvisano le peculiarità atte a migliorare i livelli di tutela definiti legislativamente.

Addirittura, nello stesso Testo si invita a (Articolo 6) “valorizzare sia gli accordi sindacali sia i codici di condotta ed etici, adottati su base volontaria, che (…omissis) orientino i comportamenti dei datori di lavoro, anche secondo i principi della responsabilità sociale, dei lavoratori e di tutti i soggetti interessati, ai fini del miglioramento dei livelli di tutela definiti legislativamente”, e a rafforzare la connessione profonda fra la tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro e la responsabilità sociale che qui, assume ed acquista valore e carattere quasi vincolanti, se si ravvisano peculiarità atte a migliorare i livelli di tutela definiti legislativamente.

Articolo e intervista a cura di Tiziano Menduto


Rischio chimico: come usare in sicurezza gli agenti chimici pericolosi?

 

Autore: Tiziano Menduto
Categoria: Rischio chimico

28/05/2019: Un intervento si sofferma sul concetto di uso sicuro nell’impiego degli agenti chimici pericolosi, cancerogeni e mutageni e presenta vari strumenti regolatori definiti dal Regolamento REACH per garantire l’uso sicuro delle sostanze pericolose.

Rischio chimico: come usare in sicurezza gli agenti chimici pericolosi?

Un intervento si sofferma sul concetto di uso sicuro nell’impiego degli agenti chimici pericolosi, cancerogeni e mutageni e presenta vari strumenti regolatori definiti dal Regolamento REACH per garantire l’uso sicuro delle sostanze pericolose.

Bologna, 28 Mag – PuntoSicuro ha già dedicato una intervista al concetto di uso sicuro dei prodotti chimici in agricoltura. Tuttavia in considerazione della grande varietà di sostanze chimiche utilizzate in vari comparti – ad esempio in metalmeccanica (vernici, oli e fluidi lubro-refrigeranti, solventi, acidi, sostanze per il trattamento superficiale dei metalli, …) – torniamo a parlare del concetto di uso sicuro con riferimento al Regolamento REACHRegolamento 1907/2006).

Affrontiamo questo tema attraverso un intervento al convegno “REACH Metalmeccanica. L’applicazione dei Regolamenti REACH e CLP nel comparto metalmeccanico” (14 settembre 2017, Ambiente Lavoro, Modena) raccolto nella pubblicazione “REACH 2017. L’applicazione dei Regolamenti REACH e CLP nei luoghi di vita e di lavoro” curata da C.Govoni, G.Gargaro e R.Ricci.

Ci soffermiamo, in particolare, su:

I regolamenti europei sulle sostanze chimiche

L’intervento “Il concetto di uso sicuro nell’impiego degli agenti chimici pericolosi, cancerogeni e mutageni”, a cura di Augusto Di Bastiano (Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche – ECHA), ricorda che l’Unione Europea, a partire dal 2006, ha “rinnovato la legislazione in materia di gestione delle sostanze chimiche con l’adozione del Regolamento (CE) N. 1907/2006 – Regolamento REACH – concernente la registrazione, valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche ed il Regolamento (CE) N.1272/2008 (Regolamento CLP) relativo alla classificazione, etichettatura ed imballaggio delle sostanze chimiche”.

I due regolamenti, “emendando e abrogando alcune parti della legislazione preesistente, si pongono l’obiettivo di garantire un alto livello di protezione della salute umana e dell’ambiente, rafforzando al contempo la competitività e l’innovazione dell’industria chimica europea, con particolare attenzione alla sostituzione delle sostanze più preoccupanti e all’utilizzo di metodi alternativi alla sperimentazione animale”.

Si segnala poi che il Regolamento REACH definisce un “sistema di valutazione e di controllo del rischio per la salute umana e per l’ambiente derivante dall’esposizione alle sostanze chimiche”. E il regolamento “attribuisce all’industria ‘l’onere’ di dimostrare che l’uso delle sostanze chimiche prodotte e/o importate in Europa è sicuro”.

L’intervento si sofferma in particolare su vari “strumenti regolatori definiti dal Regolamento REACH per garantire l’uso sicuro delle sostanze pericolose”.

Il rischio e il concetto di uso sicuro

Come abbiamo visto il Regolamento REACH si basa sul principio secondo il quale – continua il relatore – “i produttori e gli importatori di sostanze chimiche in Europa devono poter dimostrare che tali sostanze possono essere prodotte e utilizzate senza che siano arrecati danni alla salute umana ed all’ambiente. In altre parole, l’uso della sostanza deve essere sicuro durante tutto il suo ciclo di vita”.

A questo proposito il Regolamento REACH predispone “vari strumenti per il controllo del rischio da esposizione alle sostanze chimiche durante l’uso”, come “la valutazione della sicurezza chimica, la preparazione degli scenari di esposizione e la comunicazione nella catena di approvvigionamento, gli obblighi di notifica e comunicazione per le sostanze pericolose contenute negli articoli, l’autorizzazione per le sostanze altamente preoccupanti (SVHC) e la restrizione”.

Si ricorda poi che le misure previste dal Regolamento REACH per le sostanze particolarmente pericolose per la salute umana e per l’ambiente quali le sostanze CMR (sostanze classificate come Cancerogene, Mutagene e Tossiche per la Riproduzione), le sostanze PBT (sostanze Persistenti, Bioaccumulabili e Tossiche) e vPvB (sostanze molto persistenti e molto bioaccumulabili) “sono particolarmente restrittive e mirano, sostanzialmente, alla eliminazione di tali sostanze dal mercato”. E misure di limitazione dell’uso e obblighi di comunicazione “sono previsti per le sostanze definite ‘estremamente preoccupanti’” (SVHC – Substances of Very High Concern).

L’intervento indica, dunque, che i vari processi e i meccanismi stabiliti dal Regolamento REACH per la gestione del rischio “sono funzionali all’obiettivo principale del Regolamento che è quello di tutelare la salute umana e l’ambiente in un’ottica di competitività dell’industria in Europa. Le proprietà intrinseche delle sostanze e le quantità utilizzate in Europa sono alla base del processo decisionale sulle opzioni di gestione del rischio per garantire l’uso sicuro”.

A questo proposito si indica che per le sostanze classificate pericolose e registrate in quantità superiore a 10 tonnellate l’anno, “sussiste per il dichiarante l’obbligo della valutazione del rischio da esposizione e della definizione di ‘condizioni d’uso sicuro’ che devono essere comunicate agli utilizzatori a valle attraverso gli scenari di esposizione allegati alle schede di sicurezza. La quantità utilizzata, tuttavia, non è più considerata un parametro discriminante secondo REACH nei processi di autorizzazione e restrizione. Tali obblighi, infatti, si applicano a sostanze ad elevata pericolosità incluse nella lista delle sostanze candidate all’autorizzazione (SVHC) oppure ai casi oppure ai casi in cui il rischio è considerato inaccettabile (restrizione). In tali frangenti, il legislatore ha ritenuto opportuno includere degli obblighi più stringenti e delle procedure di risk management che prevedono il controllo diretto delle dell’uso da parte delle Autorità, al fine di garantire l’uso sicuro”.

La gestione del rischio più idonea

L’intervento, che vi invitiamo a leggere integralmente, si sofferma poi su vari altri aspetti.

Ad esempio si indica che i processi regolatori relativi alle SVHC prevedono il coinvolgimento di vari attori (ECHA, Commissione Europea, Stati Membri) e “richiedono competenze specifiche nell’ambito scientifico, amministrativo, normativo ed economico sia nella fase iniziale di identificazione e valutazione delle SVHC, sia nelle fasi successive di autorizzazione e restrizione”. E la procedura di identificazione e valutazione delle SVHC “rappresenta la fase iniziale del processo di risk management regolamentare e consiste nell’identificare le sostanze che soddisfano ai requisiti previsti in REACH per poter essere considerate SVHC”.

In particolare in ambito europeo, “il gruppo Risk Management Experts (RiME) ha l’obiettivo di coordinare le attività degli Stati membri sia per le attività di screening delle SVHC, sia per l’individuazione dell’azione regolamentare di gestione del rischio più idonea (RMOA = Risk Management Options Analysis)”. La RMOA nasce, infatti, con lo “scopo di supportare le Autorità Competenti REACH nel valutare le azioni necessarie e più opportune a livello normativo per gestire il rischio derivante dall’uso di una determinata sostanza in Europa”.

Dall’intervento riprendiamo un grafico relativo alla correlazione tra le attività di verifica (screening) ed i processi REACH e CLP:

In definitiva l’uso sicuro di una sostanza è garantito, a livello regolamentare, “dall’applicazione delle norme di gestione del rischio più idonee in relazione alla sostanza stessa ed al tipo di usi che se ne fanno in Europa”.

E la procedura di analisi delle opzioni di gestione del rischio (RMOA) “permette di stabilire, da un punto di vista molto ampio, la migliore azione regolamentare a livello Europeo che sia in grado di garantire che l’uso della sostanza non comporti effetti avversi per la salute umana e per l’ambiente. Tale analisi, consente, inoltre di evidenziare gli elementi di contatto e/o di complementarietà tra i regolamenti REACH e CLP con le altre normative legate alla gestione del rischio, quali ad esempio le legislazioni di settore e la normativa sociale”.

Inoltre questa analisi “richiede e favorisce la collaborazione delle autorità europee e nazionali operanti nel settore delle sostanze chimiche e garantisce il rispetto dei criteri di trasparenza e la piena comprensione da parte di tutti i soggetti coinvolti, dei diversi aspetti e delle relative implicazioni”. Infine, conclude l’intervento, “l’individuazione dell’opzione di gestione del rischio più corretta, effettuata in maniera preventiva rispetto all’avvio dei processi regolatori previsti dai regolamenti europei in materia di ‘sostanze’, permette di raggiungere, mediante strumenti snelli e tecnicamente maggiormente adeguati alle diverse necessità di tutela e sviluppo connesse alla tematica, gli obiettivi del REACH di tutela della salute umana e dell’ambiente, rafforzando la competitività delle imprese”.

Concludiamo rimandando alla lettura integrale dell’intervento che, in relazione al concetto dell’uso sicuro delle sostanze pericolose, si sofferma nel dettaglio su vari argomenti:

  • opzioni regolatorie di gestione del rischio per le sostanze SVHC (identificazione come SVHC e autorizzazione; restrizione; classificazione ed etichettatura armonizzate; altra normativa)
  • connessioni con altre normative;
  • l’autorizzazione e la restrizione in Reach;
  • la direttiva 2004/37/CE (direttiva CMD).

Tiziano Menduto


I lavori in quota, il quadro normativo e il campo di applicazione

 

Autore: Tiziano Menduto
Categoria: Rischio cadute e lavori in quota

28/05/2019: Un intervento si sofferma sul quadro normativo e giurisprudenziale relativo alle attività di lavoro in quota e sulle coperture. La disciplina nazionale, il campo di applicazione e le indicazioni della Corte di Cassazione.

Imola, 28 Mag – Per affrontare la prevenzione delle cadute dall’alto nei lavori in quota è utile conoscere sia quanto indicato dalla normativa nazionale e regionale vigente, con particolare riferimento al Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (D.Lgs. 81/2008), sia le funzioni e le responsabilità di chi deve contribuire a tutelare l’incolumità dei lavoratori.

Riguardo alla normativa è bene ricordare che nella definizione di lavori in quota – contenuta nell’art. 107 del D.Lgs. 81/2008 (attività lavorativa che espone il lavoratore al rischio di caduta da una quota posta ad altezza superiore a 2 metri rispetto ad un piano stabile) – “il criterio di calcolo non è la quota di esecuzione del lavoro ma la quota di esposizione al rischio di caduta per il lavoratore”. Ad esempio, se si ha “un ponteggio sul piano di un’ampia terrazza, la quota va calcolata rispetto al piano stabile; stessa cosa se si opera sulla struttura di un impianto industriale, anche ad alta quota”.

A ricordarlo e a fornire molte informazioni sia sulla normativa sia sugli orientamenti giurisprudenziali in materia responsabilità nei lavori in quota, è un intervento al convegno “Sicurezza delle coperture e di impianti e postazioni di lavoro sopraelevate: a che punto siamo?”, realizzato il 14 novembre 2018 a Imola nell’ambito delle Settimane della Sicurezza 2018 organizzate dall’ Associazione Tavolo 81 Imola.

Gli argomenti affrontati nell’articolo:

Il campo di applicazione della normativa

Nell’intervento “ L’accesso e la protezione delle coperture: quadro normativo e giurisprudenziale”, a cura dell’avvocato Francesco Piccaglia De Eccher (Studio Piccaglia), si presentano alcuni dati forniti dall’Inail in materia infortunistica e ci si sofferma sul campo di applicazione del D.Lgs. 81/2008.

A questo proposito si fa riferimento al Capo II «Norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro nelle costruzioni e nei lavori in quota» del Titolo IV del Testo Unico.

Riprendiamo integralmente gli articoli 105 e 106:

Articolo 105 – Attività soggette

1. Le norme del presente capo si applicano alle attività che, da chiunque esercitate e alle quali siano addetti lavoratori subordinati o autonomi, concernono la esecuzione dei lavori di costruzione, manutenzione, riparazione, demolizione, conservazione, risanamento, ristrutturazione o equipaggiamento, la trasformazione, il rinnovamento o lo smantellamento di opere fisse, permanenti o temporanee, in muratura, in cemento armato, in metallo, in legno o in altri materiali, comprese le linee e gli impianti elettrici, le opere stradali, ferroviarie, idrauliche, marittime, idroelettriche, di bonifica, sistemazione forestale e di sterro. Costituiscono, inoltre, lavori di costruzione edile o di ingegneria civile gli scavi, ed il montaggio e lo smontaggio di elementi prefabbricati utilizzati per la realizzazione di lavori edili o di ingegneria civile. Le norme del presente capo si applicano ai lavori in quota di cui al presente capo e ad ogni altra attività lavorativa.

Articolo 106 – Attività escluse

1. Le disposizioni del presente capo, ad esclusione delle sole disposizioni relative ai lavori in quota, non si applicano:

a) ai lavori di prospezione, ricerca e coltivazione delle sostanze minerali;

b) alle attività di prospezione, ricerca, coltivazione e stoccaggio degli idrocarburi liquidi e gassosi nel territorio nazionale, nel mare territoriale e nella piattaforma continentale e nelle altre aree sottomarine comunque soggette ai poteri dello Stato;

c) ai lavori svolti in mare.

La relazione indica che le norme si applicano, dunque, “anche a realtà diverse da quelle di cantiere e cioè a lavori in quota che siano svolti in un settore diverso da quello delle costruzioni” (‘le norme del presente capo si applicano ai lavori in quota di cui al presente capo e ad ogni altra attività lavorativa’).

Si ricorda anche la sentenza della Cassazione Penale n. 21268/2013: «la normativa in materia di lavori in quota trova applicazione anche rispetto alle operazioni di scaricamento e di sbracaggio di un motore industriale di notevoli dimensioni, atteso che essa non è limitata al settore delle costruzioni edilizie ma riguarda tutte le attività in quota che possano determinare cadute dall’alto dei lavoratori».

La disciplina nazionale

Sempre in merito alla disciplina nazionale il relatore si sofferma su altri due articoli del Capo II Titolo IV del D.Lgs. 81/2008.

L’articolo 111 segnala l’obbligo per il datore di lavoro di scegliere le attrezzature di lavoro più idonee a garantire mantenere in condizioni di lavoro sicure, dando priorità alle misure di protezione collettiva rispetto a quelle individuali:

Articolo 111 – Obblighi del datore di lavoro nell’uso di attrezzature per lavori in quota

1. Il datore di lavoro, nei casi in cui i lavori temporanei in quota non possono essere eseguiti in condizioni di sicurezza e in condizioni ergonomiche adeguate a partire da un luogo adatto allo scopo, sceglie le attrezzature di lavoro più idonee a garantire e mantenere condizioni di lavoro sicure, in conformità ai seguenti criteri:

a) priorità alle misure di protezione collettiva rispetto alle misure di protezione individuale;

b) dimensioni delle attrezzature di lavoro confacenti alla natura dei lavori da eseguire, alle sollecitazioni prevedibili e ad una circolazione priva di rischi.

(…)

Mentre l’articolo 115 fa riferimento ai sistemi di protezione:

Articolo 115 – Sistemi di protezione contro le cadute dall’alto

1. Nei lavori in quota qualora non siano state attuate misure di protezione collettiva come previsto all’articolo 111, comma 1, lettera a), è necessario che i lavoratori utilizzino idonei sistemi di protezione idonei per l’uso specifico composti da diversi elementi, non necessariamente presenti contemporaneamente, conformi alle norme tecniche, quali i seguenti:

a) assorbitori di energia;

b) connettori;

c) dispositivo di ancoraggio;

d) cordini;

e) dispositivi retrattili;

f) guide o linee vita flessibili;

g) guide o linee vita rigide;

h) imbracature.

(…)

3. Il sistema di protezione deve essere assicurato, direttamente o mediante connettore lungo una guida o linea vita, a parti stabili delle opere fisse o provvisionali.

4. Nei lavori su pali il lavoratore deve essere munito di ramponi o mezzi equivalenti e di idoneo dispositivo anticaduta.

La giurisprudenza e la scelta dei sistemi di protezione contro la caduta

Infine ci soffermiamo su quanto indicato dalla relazione riguardo alle indicazioni giurisprudenziali rispetto alla scelta dei sistemi di protezione contro la caduta.

Sono presentate due diverse sentenze:

  • Cass. Pen. N. 5477/2018 sez IV: «L’art. 111 D.Lgs. 81/08 non impone per il lavori temporanei in quota, che non possono essere eseguiti in condizioni di sicurezza e in condizioni ergonomiche adeguate a partire da un luogo adatto allo scopo, l’adozione di misure di protezione collettiva sancendo solo il carattere prioritario e preferenziale delle prime rispetto a quelle individuali…le protezioni collettive devono essere necessariamente previste ed adottate laddove quelle individuali, in considerazione delle loro caratteristiche o in relazione alla tipologia dei lavori risultino inadeguate, dovendo però tale presupposto essere oggetto di valutazione da parte dell’organo giudicante”;
  • Cass Pen. N. 44111/2013: si indica che “l’elencazione dei diversi sistemi di protezione contro le cadute dall’alto” fatta nell’art. 115 D.Lgs. 81/2008 «è si rappresentativa di sistemi la cui adozione non è obbligatoriamente contestuale (la norma precisa che essi devono essere non necessariamente presenti contemporaneamente) ma anche chiaramente indicativa del fatto che la scelta dell’adozione di uno o più di uno di essi dipende dalla necessità del caso concreto. Pertanto la constatazione dell’adozione di uno o più sistemi non esaurisce il tema della verifica della ottemperanza al disposto di cui al menzionato articolo 115».

Rimandiamo, in conclusione, alla lettura integrale delle slide relative all’intervento dell’avvocato Piccaglia. L’intervento si sofferma anche sulla disciplina in materia di linee vita, sulla normativa regionale e sulla giurisprudenza in tema di responsabilità, con particolare riferimento al coordinatore in materia di sicurezza e salute durante la esecuzione dell’opera (CSE).

Tiziano Menduto


L’aggiornamento del Piano di Sicurezza e Coordinamento

 

Autore: Carmelo G. Catanoso
Categoria: POS, PSC, PSS

23/05/2019: La Cassazione Penale Sez. IV, con la sentenza n. 57974/2017 ha chiarito che la riunione periodica di coordinamento ha funzione integrativa del PSC in relazione all’evoluzione dei lavori.

Il Coordinatore della Sicurezza per L’Esecuzione dei lavori (CSE) è soggetto gravato dagli obblighi dell’art. 92 del D. Lgs. n° 81/2008. Il comma 1 lett. b) di questo articolo richiede al CSE, oltre a verificare l’idoneità del Piano Operativo di Sicurezza (POS), di adeguare il Piano di Sicurezza e Coordinamento (PSC) in relazione all’evoluzione dei lavori ed alle eventuali modifiche intervenute, valutando le proposte delle imprese esecutrici dirette a migliorare la sicurezza in cantiere e verificare che le imprese esecutrici adeguino, se necessario, i rispettivi POS.

Come tale adeguamento debba avvenire, il legislatore nulla dice.

Pertanto, ogni CSE ha adottato una propria metodologia per adeguare il PSC ogni qual volta, lo sviluppo dei lavori lo ha reso necessario.

C’è chi ha rielaborato integralmente il PSC introducendo i cambiamenti resisi necessari.

C’è chi ha allegato al PSC degli stralci integrativi.

C’è chi ha formalizzato le decisioni di adeguamento prese per il PSC all’interno delle riunioni di coordinamento.

Su quest’ultimo metodo, gli enti di vigilanza, a macchia di leopardo, hanno avuto spesso da ridire, contestando che al PSC non era stata apportata formalmente alcuna modifica visto che, al momento del loro sopralluogo in cantiere, ad esempio, era in atto una lavorazione che interferiva con le altre ma non era presente nel citato documento programmatico per la gestione della sicurezza in cantiere.

Inutili risultavano le rimostranze dei CSE che evidenziavano che, nelle riunioni di coordinamento periodiche, la nuova lavorazione era stata presa in considerazione, era stata analizzata ed erano state definite le misure conseguenti per garantire la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro con il tutto messo nero su biancoall’interno delle citate riunioni con, ad esempio, ben evidenziato:

<< Le decisioni relative al PSC, formalizzate all’interno del presente verbale in funzione delle modifiche intervenute, costituiscono adeguamento dello stesso e impegnano tutti gli attori alla puntuale applicazione di quanto congiuntamente concordato>>.

Nonostante ciò, basandosi sulla formale assenza di previsione della lavorazione XYZ all’interno del PSC, gli enti di vigilanza sanzionavano il CSE per la violazione dell’art. 92 comma 1, lett. b) o, in caso, di reato d’evento, ex art. 589 e 590 cp, lo coinvolgevano nel procedimento giudiziario in seguito ad infortunio sul lavoro.

Ora, se dovessimo commentare, da ambientalisti, questo tipo di approccio degli enti di vigilanza, dovremmo dire che si tratta di un approccio che concorre all’incremento delle attività di deforestazione dell’Amazzonia, vista la necessità di dover periodicamente ristampare un documento ogni qual volta si manifestasse la necessità di una modifica alle lavorazioni, cosa che, in un cantiere edile, anche di bassa complessità, può essere molto frequente.

Eppure, basterebbe non avere i paraocchi e un po’ di pragmatismo per comprendere che una riunione di coordinamento, i cui contenuti sono quelli sopra descritti, soddisfa ampiamente quanto richiesto dal legislatore riguardo l’adeguamento dei documenti programmatici di cantiere per la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.

Su questo argomento, con i tempi di risposta tipici di un call center intasato, c’è arrivata anche la Cassazione Penale, Sez. IV con la sentenza del 29 dicembre 2017, n. 57974.

Non è certo una novità che, anche su questioni la cui ovvietà è palese, la nostra Cassazione Penale, ci arrivi sempre con difficoltà e tempi biblici.

Basta ricordare che le prime pronunce in cui il ruolo di coordinatore passava da quello di costante vigilante di cantiere dotato del potere della pluriubiquità (in modo da poter essere contemporaneamente in più luoghi del cantiere o in più cantieri), a quello di regista della sicurezza, ci sono voluti tredici anni dall’entrata in vigore del D. Lgs. 494/1996 con le prime sentenze del 2010 dove era stato ribadito che le funzioni del CSE erano e sono di alta vigilanza e non vanno confuse con la vigilanza operativa che è demandata al datore di lavoro ed alle figure che da lui dipendono come, ad esempio, il preposto.

Sempre secondo le sentenze dei giudici della Suprema Corte, evidentemente abbagliati e convertiti sulla via del Palazzaccio ad inizio 2010, il CSE doveva e deve esercitare <<un ruolo di vigilanza che riguarda la generale configurazione delle lavorazioni e non la puntuale stringente vigilanza, momento per momento, demandata alle figure operative (datore di lavoro, dirigente, preposto)>>.

Comunque, come dicevamo prima, anche la Cassazione Penale ha compreso che l’aggiornamento del PSC possa essere effettuato tramite le riunioni di coordinamento, riconoscendone la piena validità come metodo per governare le attività di cantiere (Cassazione Penale, Sez. IV del 29 dicembre 2017, n. 57974).

Ovviamente, questa pronuncia, così come le tante altre che avevano ridefinito il perimetro delle responsabilità del CSE, è passata in silenzio senza che nessuno dei soliti commentatori gli dedicasse attenzione.

Non è certo una sorpresa, visto che i soliti commentatori si distinguono sempre per commentare solo pronunce della Cassazione Penale dove la condotta del CSE viene giustamente censurata, visti le palesi omissioni commesse.

Del resto, la spiegazione del perché i commenti riguardino solo queste sentenze è ovvia.

Infatti, chi tende a commentare solo queste sentenze lo fa perché così si alimenta il livello di preoccupazione se non di ansia o di paura tra gli addetti ai lavori, visto che queste preoccupazioni sono i principali driver che orientano la scelta di acquisto di consulenze professionali, di libri, di iscrizioni a convegni e seminari dove i commentatori sono relatori, ecc..

Per quanto legittimo tale approccio (anche se non condivisibile), va però detto che, così operando, non si fa una informazione corretta e completa.

Comunque, tornando sull’argomento, l’oggetto del presente contributo è la disamina della sentenza della Cassazione Penale, Sez. IV del 29 dicembre 2017, n. 57974.

Cosa era successo nel caso esaminato dalla Cassazione Penale?

Nel corso di lavori presso un cantiere edile, presso il quale lavoravano più imprese, un lavoratore dell’impresa X stava eseguendo, all’interno di un cavedio, il lavaggio di una persiana smontata utilizzando una idropulitrice. Contestualmente si stavano svolgendo operazioni che comportavano l’uso di un montacarichi posizionato sulla sommità di un ponteggio metallico eretto all’interno del cavedio ove l’operatore citato stava eseguendo la suddetta operazione. Dal montacarichi, durante la fase di salita, si era staccato ed era caduto un trapano miscelatore, non adeguatamente assicurato al montacarichi stesso da parte di un dipendente dell’impresa Y; l’attrezzo aveva colpito al capo l’operatore dell’impresa X procurandogli le lesioni gravi.

Ai datori di lavoro dell’impresa X e dell’impresa Y fu contestato il reato ex 590 cp, in cooperazione colposa fra loro, per non avere adottato le misure necessarie a prevenire i rischi a carico dei lavoratori in sosta o in attività sotto carichi sospesi; a loro si aggiunse anche il CSE a cui fu contestato di non avere compiuto alcuna delle attività prescritte dall’art. 92 del D.Lgs. n° 81/2008, in relazione alle interferenze fra lavoratori delle diverse imprese, in particolare con riguardo alle modalità di accesso e di sosta nel cavedio, non aggiornando, così, il PSC.

La Corte di merito ritenne X, Y e CSE corresponsabili dell’accaduto.

Al CSE fu contestato di aver predisposto un piano di sicurezza e coordinamento che non poteva dirsi aggiornato dal verbale di coordinamento, in quanto quest’ultimo non conteneva riferimenti al rischio specifico concretizzatosi in occasione del lavaggio delle persiane e ai relativi provvedimenti da adottare.

Al datore di lavoro dell’impresa X, fu contestato sia la mancata fornitura dei DPI (pur presenti in cantiere) ai dipendenti, e tra questi all’operatore infortunato che la mancata vigilanza circa il loro effettivo utilizzo (in particolare, il casco protettivo).

Al datore di lavoro dell’impresa Y, dal quale dipendeva l’operatore che agganciò malamente l’attrezzo caduto sul capo dell’operatore infortunato, la Corte di merito, escludendo l’abnormità del comportamento del proprio operatore, rilevò la violazione, da parte sua, dell’art. 71 D.Lgs. n° 81/2008, laddove tale disposizione prescriveva l’adozione di misure per impedire che i lavoratori si trattenessero sotto i carichi sospesi e vietava che i carichi venissero fatti passare sopra i luoghi di lavoro non protetti, abitualmente occupati dai lavoratori.

Riguardo la sentenza di condanna ricorsero tutti e tre i soggetti.

Il ricorso della difesa del datore di lavoro X era basato su tre motivazioni.

Con il primo motivo denunciava violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla mancata assoluzione, in quanto aveva predisposto un articolato POS, ove si attribuiva ad un proprio preposto, il compito di verificare costantemente osservanza delle previsioni in tema di prevenzione infortuni da parte dei dipendenti dell’impresa X. Il datore di lavoro dell’impresa X, inoltre, sosteneva di aver effettuato la formazione ai propri dipendenti ed aver distribuito i DPI con le informazioni sul loro uso. La Corte di merito aveva però ritenuto degno di fede il solo operatore infortunato che negava di aver ricevuto in dotazione i DPI; pertanto, il convincimento di colpevolezza da parte della Corte territoriale era frutto di una valutazione della prova errata e non osservante dei principi generali in materia.

Il secondo motivo di ricorso riguardava la violazione di legge in ordine alla mancata concessione delle attenuanti generiche e all’eccessività della pena inflitta, a fronte dell’immediata denuncia dell’infortunio, da parte del datore di lavoro dell’impresa X, alla propria compagnia assicuratrice, senza attendere che la persona offesa sollecitasse il risarcimento.

Infine, con il terzo motivo il datore di lavoro dell’impresa X, denunciava violazione di legge e vizio di motivazione in riferimento alla decisione di subordinare la sospensione condizionale della pena al pagamento della provvisionale, senza valutare la capacità economica dell’imputato.

Il datore di lavoro dell’impresa Y, tramite il proprio difensore, lamentava violazione di legge (e di fatto anche vizio di motivazione) con riguardo all’interpretazione delle norme del D.Lgs. n° 81/2008 (in specie, degli artt. 17 lett. a) in relazione all’art. 28, e dell’art. 71 comma 6 del decreto) e alla posizione di garanzia per vigilanza genericamente a lui attribuita come datore di lavoro anche nei riguardi dell’infortunato, oltreché del proprio operatore in quanto, sul punto, la Corte di merito si era limitata a un rinvio alle considerazioni svolte dal Tribunale nella sentenza di primo grado. Per contro, l’infortunato dipendeva dall’impresa X mentre l’operatore a cui era caduto il trapano miscelatore era, in realtà, un lavoratore autonomo con propria partita IVA che operava per conto dell’impresa Y. Inoltre, la difesa del datore di lavoro dell’impresa Y, come secondo motivo di ricorso, lamentava violazione di legge e vizio di motivazione in riferimento al comportamento del lavoratore autonomo e dell’operatore dell’impresa X che andava qualificato come abnorme e avente valore interruttivo del nesso di causalità. Pertanto, attribuire al datore di lavoro dell’impresa Y, la responsabilità dell’accaduto, a fronte di siffatto comportamento dei due lavoratori, equivaleva a riconoscere in capo al ricorrente una forma di responsabilità oggettiva.

Il ricorso del CSE, invece, era articolato in due motivi di lagnanza.

Con il primo motivo, si lamentava violazione di legge e vizio di motivazione della sentenza impugnata in rapporto alla posizione di coordinatore per l’esecuzione lavori a lui attribuita: posizione che, osservava il ricorrente, comportava obblighi di alta vigilanza e di verifica dell’applicazione delle disposizioni contenute nel PSC da parte delle imprese esecutrici, nonché dell’idoneità del POS e dell’eventuale necessità di procedere a un aggiornamento del piano stesso.

Secondo la difesa del CSE, il verbale della riunione di coordinamento costituiva una vera e propria integrazione del piano di sicurezza, che all’allegato 1 – diversamente da quanto ritenuto dalla Corte di merito – faceva espresso richiamo del precetto contenuto nell’art. 92 comma 1, lett. b) del D.Lgs. n° 81/2008 e prendeva espressamente in esame anche le lavorazioni da eseguirsi all’interno del cavedio dove era avvenuto l’infortunio.

Infatti, il CSE, con riguardo a tali luoghi, aveva introdotto nel documento il divieto di sovrapposizione di lavorazioni, con la sola eccezione del calaggio a basso delle persiane, da mantenersi sui ponteggi a cura della impresa X e da calarsi a cura della impresa Y; durante questa operazione, per espressa previsione del verbale della riunione di coordinamento, tutte le lavorazioni dovevano essere sospese.

Inoltre, riguardo la censura inerente il fatto che il verbale della riunione non fosse stato reso noto alle maestranze, come sostenuto in sentenza, la difesa del CSE aveva replicato ribadendo che il verbale era stato sottoscritto dai rappresentanti delle imprese operanti nel cantiere, visto che l’opera di alta vigilanza del coordinatore per l’esecuzione lavori è rivolta non già ai lavoratori, ma ai datori di lavoro delle imprese esecutrici.

Nel secondo motivo di ricorso, il CSE deduceva che la condizione cui era subordinata la sospensione della pena (ossia il pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva dell’importo complessivo di 60 mila euro) era maturata, come comprovano le ricevute di versamento allegate all’atto: rileva anzi il deducente che i versamenti erano stati effettuati tutti dal CSE, anche in relazione alle altrui posizioni.

La IV sezione della Cassazione Penale, nell’udienza del 24 novembre 2017, rigettava i ricorsi dei due datori di lavoro delle imprese X ed Y [1] e riteneva fondate le motivazioni del ricorso del CSE.

Le motivazioni per cui la Cassazione Penale aveva accettato il ricorso del CSE erano state le seguenti.

Secondo la Cassazione Penale, bisognava partire dalla considerazione che, per pacifica giurisprudenza in tema di infortuni sul lavoro, la funzione di alta vigilanza che grava sul coordinatore per l’esecuzione dei lavori ha ad oggetto esclusivamente il rischio cosiddetto generico e cioè relativo alle fonti di pericolo riconducibili all’ambiente di lavoro, al modo in cui sono organizzate le attività, alle procedure lavorative ed alla convergenza in esso di più imprese.
Pertanto, il CSE non risponde degli eventi riconducibili al cosiddetto rischio specifico, proprio dell’attività dell’impresa appaltatrice o del singolo lavoratore autonomo. Per giurisprudenza consolidata si è, altresì, recentemente precisato che la funzione di alta vigilanza che grava sul CSE <<ha ad oggetto esclusivamente il rischio per l’ipotesi in cui i lavori contemplino l’opera, anche non in concomitanza, di più imprese o lavoratori autonomi le cui attività siano suscettibili di sovrapposizione od interferenza, e non il sovrintendere, momento per momento, alla corretta applicazione delle prescrizioni e delle metodiche risultanti dal piano operativo di sicurezza>>.

Pertanto, secondo la Suprema Corte, doveva riconoscersi che il ricorrente aveva correttamente prospettato, nei termini chiariti dalla giurisprudenza della Corte, i termini del suo ambito di responsabilità nella qualità di CSE in quanto <<ha documentato in modo puntuale ed esaustivo che, contrariamente a quanto sostenuto nella sentenza impugnata, il verbale di coordinamento, oltre ad avere effettivamente funzione integrativa del piano di sicurezza, escludeva la sovrapposizione di attività lavorative anche con riguardo allo svolgimento di operazioni nella parte di ponteggio dentro il cavedio ove era avvenuto l’incidente, salvo che per le operazioni di calo a basso delle persiane, durante le quali le altre operazioni di lavoro dovevano rimanere sospese>>.

Inoltre, per la Cassazione Penale, è anche mal posta, nella sentenza impugnata, la questione della mancata diffusione del verbale della riunione periodica di coordinamento, visto che i compiti di alta vigilanza affidati al CSE, implicavano che egli interagisse non già con le maestranze, ma con i titolari delle imprese esecutrici nel vigilare e coordinare l’osservanza, da parte di costoro, delle misure di sicurezza.

Pertanto, secondo la Suprema Corte, la sentenza impugnata <<va annullata senza rinvio, per non avere il suddetto ricorrente commesso il fatto; conseguentemente vanno annullate, altresì, le statuizioni civili emesse nei suoi confronti>>.

La sentenza della Cassazione Penale, Sez. IV del 29 dicembre 2017, n. 57974, è emblematica per almeno un paio di motivi.

Innanzi tutto, riconosce la riunione periodica di coordinamento quale momento topico per rianalizzare le attività di cantiere, verificare preventivamente l’impatto dei cambiamenti resesi necessari per proseguire l’esecuzione dei lavori e, soprattutto, stabilire regole condivise per garantire la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori coinvolti costituendo così una concreta e pratica metodologia di adeguamento, in corso d’opera, del PSC nonché dei POS delle imprese esecutrici.

L’altro motivo è che la sentenza ribadisce che il CSE non deve interagire direttamente con le maestranze, visti i compiti di alta vigilanza, ma con i datori di lavoro delle imprese esecutrici e i loro ausiliari (dirigenti e preposti).

In conclusione, si reputano doverose alcune riflessioni.

Innanzi tutto, in merito allo specifico caso, emerge la superficialità ed approssimazione con cui è stata effettuata l’indagine che ha portato al coinvolgimento del CSE tanto da far pensare ad una forma di responsabilità oggettiva a prescindere per questi.

Infatti, nonostante le evidenze oggettive che il CSE aveva prodotto agli atti, il rinvio a giudizio e le condanne conseguenti nei primi due gradi di giudizio, denotavano quanto meno una scarsa conoscenza, da parte di chi ha indagato e di chi ha giudicato, di quale fosse la condotta penalmente esigibile da parte di questo soggetto.

In altre parole, un’analisi condotta in modo approfondito in fase di indagine, avrebbe già dovuto far emergere, a fronte di quanto deciso nella riunione periodica di coordinamento, la totale estraneità del CSE.

Evidentemente, chi ha indagato era ancora bloccato nel tipico approccio che lo portava a vedere il CSE come il garante in toto della sicurezza in cantiere con la conseguenza di aver svolto un’indagine volta più alla ricerca di qualcosa che supportasse le proprie convinzioni che all’accertamento dei fatti.

Se da una parte è vero che l’indagine riguardava un infortunio sul lavoro avvenuto appena sei mesi dopo l’entrata in vigore del D. Lgs. n° 81/2008, è altrettanto vero che, ancora oggi, le indagini e le consulenze tecniche per la magistratura inquirente vengono svolte da soggetti che, nonostante, i consolidati orientamenti giurisprudenziali che negli ultimi dieci anni hanno definito con chiarezza quale sia il perimetro delle responsabilità del CSE, continuano a non aggiornarsi ed a guardare a questo soggetto come lo sceriffo di cantiere a cui nulla deve sfuggire, che deve rapportarsi direttamente con i lavoratori (basta guardare le domande fatte nelle SIT in cui l’ente di vigilanza ancora oggi chiede ai lavoratori se conoscono il CSE), che deve sopperire alle mancanze dei datori di lavoro delle imprese e che, se l’evento grave si è verificato, allora non può che esserci anche la sua co-responsabilità.

Questo, indubbiamente, lascia chiaramente intravedere, ancora oggi, ampi margini di miglioramento per il nostro sistema giudiziario nell’affrontare e comprendere quale sia la condotta penalmente esigibile da parte del CSE.

Carmelo G. Catanoso

Ingegnere Consulente di Direzione

[1] Per le motivazioni del rigetto dei due ricorsi si rimanda alla sentenza della Cassazione Penale sez. IV, 29 dicembre 2017, n. 57974


Le azioni per ridurre il rischio di esposizione all’amianto

 

Autore: Tiziano Menduto
Categoria: Linee guida e buone prassi

22/05/2019: Un documento della Regione Toscana riporta indicazioni per la rimozione e lo smaltimento di modeste quantità di materiali contenenti amianto derivanti da utenze domestiche. Le istruzioni operative e i dispositivi di protezione.

 

Firenze, 22 Mag – Tra le azioni per contenere e ridurre il rischio di esposizione all’amianto contenute nel documento regionale “ LINEE GUIDA SULL’AMIANTO. Criteri e priorità per l’esercizio delle azioni della Regione Toscana”, previsto in Toscana dalla legge regionale n. 55 del 5 ottobre 2017, sono presenti specifiche indicazioni per la rimozione e lo smaltimento di modeste quantità di materiali contenenti amianto (MCA) derivanti da utenze domestiche.

Ci soffermiamo, in particolare, su:

Rimozione e smaltimento di modeste quantità di materiali contenenti amianto

Le indicazioni presenti nel documento si ripropongono le seguenti finalità:

  • “evitare l’abbandono di amianto sul territorio e la conseguente esposizione al rischio della popolazione e contaminazione delle matrici ambientali;
  • fornire indicazioni adeguate per la corretta gestione del MCA attraverso l’individuazione dei requisiti minimi e delle condizioni che devono essere presenti ai fini della rimozione di modeste quantità di MCA;
  • contenere i costi della rimozione e successivo smaltimento;
  • assicurare che vi sia un omogeneo recepimento e si determini una omogenea applicazione delle regole per la rimozione e lo smaltimento di MCA nel territorio regionale”.

In particolare si indica che gli elementi che “favoriscono la dismissione corretta e scoraggiano l’abbandono di MCA sono costituiti, essenzialmente, da facili modalità di accesso al servizio, da adeguate informazioni per attuare in sicurezza la rimozione e confezionamento in proprio, da un supporto tecnico per eventuali problematiche che il cittadino si trova ad affrontare e infine da costi calmierati”. E a questo proposito le linee guida “vogliono mettere in condizione i privati cittadini di provvedere direttamente alla rimozione di modeste quantità di MCA da utenze domestiche”, come indicate nel documento. Senza dimenticare che se le operazioni presentano rischi per l’incolumità delle persone o non vi siano condizioni di sicurezza, o comunque non si possono rispettare i requisiti presentati nel documento regionale, “è necessario provvedere alla rimozione attraverso ditte specializzate”.

Ci soffermiamo oggi sulle istruzioni operative, sulle attrezzature e sui dispositivi di protezione individuale indicati nelle linee guida.

Operazioni preliminari e dispositivi di protezione

Nelle linee guida si indica che “deve essere utilizzato un kit contenente i dispositivi di protezione individuale (DPI) e i materiali idonei per l’imballaggio del manufatto rimosso, con le istruzioni per l’uso, fornito dal gestore pubblico, dietro rimborso dei costi”.

In particolare il kit, fornito dal gestore al cittadino che ha ricevuto il consenso per la rimozione diretta, contiene:

  • “1 mascherina FFP3 conchiglia con valvola;
  • 1 tuta monouso con cappuccio tipo 5-6 Cat. III;
  • 2 paia guanti da lavoro in pelle da smaltire a fine intervento con il resto dei DPI;
  • 2 paia di sovrascarpe;
  • 1 flacone con 750 grammi di incapsulante tipo D (in alternativa 750 grammi di colla vinilica e 1 tubetto di colorante rosso o blu);
  • fogli in nylon-polietilene bianco di spessore minimo 0.20 mm in base alla tipologia del manufatto o in alternativa sacchi idoneamente etichettati per confezionare i materiali rimossi;
  • 10 etichette adesive con scritta “R” e “pericolo amianto”;
  • nastro da pacchi adesivo in plastica possibilmente con scritta “Attenzione Amianto”.

Il cittadino si deve premunire di idoneo spruzzatore/nebulizzatore a bassa pressione dove inserire l’incapsulate per il trattamento, uno o più pallet se necessario per appoggiare il materiale rimosso, le eventuali attrezzature manuali, scale e trabattelli da utilizzare”.

Inoltre prima di procedere alla rimozione o raccolta dei manufatti “devono essere eseguite le sottoelencate operazioni preliminari:

  • se la zona di intervento è soggetta al passaggio di terzi, deve essere impedito l’accesso delimitando l’area con nastro bicolore o appositi cartelli;
  • indossare scarpe idonee, la tuta, la maschera FFP3, il cappuccio della tuta, le sovrascarpe e per ultimo i guanti da lavoro (come previsto nella successiva Fase 1);
  • preparare la soluzione incapsulante di tipo D fornita da spruzzare sulla copertura o sui manufatti da rimuovere. In alternativa il cittadino deve miscelare la colla vinilica con acqua e con il colorante ottenendo una soluzione colorata al 30% di colla in acqua. Generalmente un litro di preparato è sufficiente per spruzzare circa 10 m2 di superficie;
  • tutte le operazioni devono essere eseguite riducendo al massimo la produzione di polvere, evitando di rompere o tagliare i manufatti, di lasciarli cadere, di trascinarli;
  • predisporre sul pavimento due teli di polietilene incrociati, aprendoli completamente;
  • raccogliere, previa bagnatura con il prodotto incapsulante, gli eventuali materiali contenenti amianto caduti a terra”.

Le fasi della rimozione dei materiali contenenti amianto

Nel documento sono presentate nel dettaglio le varie fasi della rimozione:

  • Fase 1– Vestizione con indumenti protettivi
  • Fase 2 – Trattamento dei manufatti in cemento-amianto
  • Fase 3 – Rimozione dei manufatti
  • Fase 4 – Svestizione

Ad esempio riguardo alla vestizione con indumenti protettivi sono fornite le seguenti indicazioni:

  1. “Indossare prioritariamente la tuta monouso avendo l’accortezza di non lacerare il tessuto con altri indumenti sottostanti quali borchie di cinture, cerniere e relativi zip od altre protuberanze laceranti. Si consiglia di aprire totalmente la tuta protettiva abbassando quasi completamente la cerniera di chiusura, e, partendo dall’inserimento dei piedi nelle apposite uscite inferiori, cominciare a sollevare la tuta fino al raggiungimento del cavallo dei pantaloni, quindi, inserire le braccia una per volta nelle relative maniche, infine, piegandosi leggermente sulle ginocchia, facilitare l’aderenza del resto della tuta alla propria schiena. In piedi, chiudere quindi la cerniera fino all’altezza del collo. Non indossare assolutamente in questa fase il cappuccio della tuta.
  2. Indossare la maschera FFP3 ed aggiustare la linguetta di alluminio che sovrasta il naso per adattarla alla propria conformazione facciale. Se la maschera è dotata di regolazione degli elastici, procedere al loro adattamento. Si ricordi che la maschera è senza dubbio il pezzo del Kit più importante per la salvaguardia delle vie respiratorie dalle polveri di amianto, e quindi, è opportuno adattarla perfettamente alla propria faccia nel modo più aderente possibile senza tuttavia deformarla con un eccessivo schiacciamento al volto. Per una migliore indossabilità e funzionalità si raccomanda una perfetta rasatura del volto.
  3. Dopo avere indossato la maschera, indossare il cappuccio della tuta facendola aderire fino alle guance (gli elastici traenti dovranno essere sempre e comunque essere coperti dal cappuccio della tuta).
  4. Indossare le sovrascarpe e i guanti forniti facendoli aderire perfettamente alle dita in modo da ottenere la massima prensilità (gli elastici alle maniche della tuta dovranno quindi essere posizionati a copertura dei guanti che se ben indossati dovranno raggiungere i polsi)”.

Dopo aver accennato al trattamento dei manufatti in cemento-amianto, con particolare riferimento al prodotto incapsulante, sono riportate le indicazioni per la rimozione dei manufatti con riferimento a:

  1. Rimozione lastre di copertura in cemento-amianto in quota (max 3 m di altezza dal piano campagna, superficie massima 30 m2)
  2. Lavori di rimozione/raccolta di materiali in amianto a terra (quantità massima 300 Kg)
  3. Lavori di rimozione di canne fumarie e tubazioni in MCA (quantità massima 300 Kg e altezza di lavoro max 3 m)
  4. Lavori di rimozione di cassoni o serbatoi per acqua in MCA (capacità massima 500 litri)
  5. Lavori di rimozione di pavimenti in piastrelle in PVC in amianto (superficie max 30 mq)

Ad esempio riguardo alla rimozione delle lastre di copertura in cemento-amianto in quota (max 3 m di altezza dal piano campagna, superficie massima 30 m2) si indica che “l’area sottostante la copertura da rimuovere deve essere sgombrata da mobili e suppellettili eventualmente presenti, così come intorno al perimetro del fabbricato (si consiglia di tagliare anche l’eventuale vegetazione per evidenziare meglio i frammenti che possono cadere a terra)”. E le attrezzature ingombranti che non possono essere spostate “devono essere completamente ricoperte con fogli di polietilene e sigillate con nastro adesivo. Sigillare inoltre condizionatori, canne fumarie e altre aperture nelle pareti”.

Nelle linee guida sono poi riportate indicazioni operative per il carico del materiale, per l’uso del prodotto incapsulante, per lo smontaggio e disposizione delle lastre e per la pulizia.

Riprendiamo anche alcune avvertenze finali:

  • “non si deve mai salire sulle lastre di cemento-amianto che sono molto fragili e si rompono con facilità. Non usare assolutamente attrezzi di fortuna per operare in altezza, quali, a puro titolo di esempio, sedie o sgabelli;
  • ai fini antinfortunistici, la rimozione di lastre in opera deve essere effettuata dal basso, con l’uso di un piano di calpestio a norma (es. trabattello);
  • se le dimensioni e l’ubicazione del manufatto da rimuovere sono tali da rendere difficile e insicura l’esecuzione delle operazioni descritte, si ritiene opportuno fare intervenire una ditta specializzata;
  • non usare trapani o altri strumenti/attrezzature ad alta velocità per il taglio degli ancoraggi del MCA”.

Concludiamo rimandando alla lettura integrale delle linee guida della Regione Toscana che riportano, oltre a molte informazioni sul lavoro di rimozione, anche dettagliate indicazioni su:

  • requisiti per la rimozione diretta di MCA da utenze domestiche da parte dei cittadini
  • carico e trasporto del materiale
  • procedura amministrativa per l’attivazione del servizio di ritiro e smaltimento
  • competenze dei gestori e degli enti coinvolti.

Tiziano Menduto


I quesiti sul decreto 81: medico competente e RSPP in uno?

 

Autore: Gerardo Porreca
Categoria: I quesiti sul decreto 81

22/05/2019: Sulla compatibilità da parte di uno stesso soggetto di svolgere in una azienda l’attività di medico competente e di responsabile del servizio di prevenzione e protezione.

Quesito

Può il medico competente di un’azienda assumere l’incarico da parte del datore di lavoro di svolgere presso la stessa azienda anche le funzioni di responsabile del servizio di prevenzione e protezione?

Risposta

Un quesito analogo a quello al quale si dà ora riscontro è stato già posto nell’immediatezza dell’entrata in vigore del D. Lgs. 19/9/1994 n. 626 con il quale furono introdotte le figure sia del responsabile del servizio di prevenzione e protezione che del medico competentev. Può il medico competente nominato dal datore di lavoro di un’azienda, viene chiesto con il quesito, assumere anche l’incarico per svolgere le funzioni di responsabile del servizio di prevenzione e protezione presso la stessa azienda? Per rispondere al quesito è opportuno richiamare le indicazioni che sono state fornite in merito dal Testo Unico in materia di salute e sicurezza sul lavoro di cui al D. Lgs. 9/4/2008 n. 81 e s.m.i..

I titoli, i requisiti e la formazione necessaria per potere svolgere l’attività di medico competente presso un’azienda sono riportati nell’art. 38 del citato D. Lgs. n. 81/2008 e s.m.i. il quale con il successivo articolo 39 ha anche fissato delle regole per potere svolgere tale attività.

Secondo il comma 1 dell’art. 38, infatti, per potere svolgere le funzioni di medico competente è necessario possedere uno dei seguenti titoli o requisiti:

a) specializzazione in medicina del lavoro o in medicina preventiva dei lavoratori e psicotecnica;

  1. b) docenza in medicina del lavoro o in medicina preventiva dei lavoratori e psicotecnica o in tossicologia industriale o in igiene industriale o in fisiologia e igiene del lavoro o in clinica del lavoro;
  2. c) autorizzazione di cui all’articolo 55 del decreto legislativo 15 agosto 1991, n. 277;
  3. d) specializzazione in igiene e medicina preventiva o in medicina legale;

d-bis) con esclusivo riferimento al ruolo dei sanitari delle Forze Armate, compresa l’Arma dei carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza, svolgimento di attività di medico nel settore del lavoro per almeno quattro anni”.

mentre per quanto riguarda la formazione del medico competente secondo il comma 2 dello stesso articolo 38:

I medici in possesso dei titoli di cui al comma 1, lettera d), sono tenuti a frequentare appositi percorsi formativi universitari da definire con apposito decreto del Ministero dell’Università e della ricerca di concerto con il Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali. I soggetti di cui al precedente periodo i quali, alla data di entrata in vigore del presente decreto, svolgano le attività di medico competente o dimostrino di avere svolto tali attività per almeno un anno nell’arco dei tre anni anteriori all’entrata in vigore del presente decreto legislativo, sono abilitati a svolgere le medesime funzioni. A tal fine sono tenuti a produrre alla Regione attestazione del datore di lavoro comprovante l’espletamento di tale attività”.

Per quanto riguarda invece l’attività del responsabile del servizio di prevenzione e protezione il D. Lgs. n. 81/2008 e s.m.i. con l’art. 32 ha fissato le capacità e i requisiti professionali che gli stessi devono possedere consistenti, secondo quanto indicato nel comma 2 dello stesso articolo, in un titolo di studio non inferiore al diploma di istruzione secondaria superiore nonché di un attestato di frequenza, con verifica dell’apprendimento, a specifici corsi di formazione adeguati alla natura dei rischi presenti sul luogo di lavoro e relativi alle attività lavorative, corsi previsti già dall’Accordo Stato-Regioni del 26/1/2006 ed ora dall’Accordo Stato Regioni del 7/7/2016 entrato in vigore il 3/9/2016 che ha abrogato il precedente Accordo. Con l’articolo 33 dello stesso D. Lgs. n. 81/2008 e s.m.i., inoltre, sono stati indicati dettagliatamente i compiti del servizio di prevenzione e protezione e quindi sostanzialmente del RSPP che lo coordina.

(…)


Formazione e vigilanza: quando la formazione non è conforme?

 

Autore: Tiziano Menduto
Categoria: Informazione, formazione, addestramento

22/05/2019: Un intervento si sofferma sull’importanza di una formazione di qualità e sul tema della vigilanza. Cosa indica la normativa, le inosservanze prevalenti e i casi di prescrizioni e di formazioni non conformi.

Milano, 22 Mag – Invece di chiedere sempre ‘più formazione’ – “come se la formazione in qualsiasi modo svolta fosse risolutiva, a prescindere” – dovremmo occuparci sempre più della “qualità della formazione erogata”.

Abbiamo, insomma, bisogno di una “ formazione efficace come misura di tutela per la salute e la sicurezza dei lavoratori”.

A ricordarlo, con queste parole, e a fornire interessanti indicazioni sulla formazione alla sicurezza, è un intervento al seminario “ Formazione dei lavoratori: quale ruolo del RLS?” che, organizzato dal “ Centro per la Cultura della Prevenzione nei luoghi di lavoro e di vita”, si è tenuto a Milano il 27 giugno 2018.

Questi gli argomenti su cui ci soffermiamo:

La formazione nel D.Lgs. 81/2008

L’intervento “Vigilanza sulla formazione SSL tra norma e realtà”, a cura di Enrica Sgaramella (TdP, Esperta in processi formativi e sviluppo SSL, ATS Città Metropolitana di Milano), si sofferma su molti aspetti, con particolare riferimento alla normativa e alla vigilanza.

L’intervento ricorda, ad esempio e con riferimento all’art. 2 co. 1 del D.Lgs. 81/2008, che la formazione è un ‘processo educativo attraverso il quale trasferire ai lavoratori ed agli altri soggetti del sistema di prevenzione e protezione aziendale conoscenze e procedure utili alla acquisizione di competenze per lo svolgimento in sicurezza dei rispettivi compiti in azienda e alla identificazione, alla riduzione e alla gestione dei rischi’.

Gli obiettivi della formazione di SSL riguardano:

  • “competenze per lo svolgimento in sicurezza dei rispettivi compiti in azienda;
  • competenze per identificare, ridurre e gestire i rischi”.

È poi riportata una parte dell’art. 15 (Misure generali di tutela) del D.Lgs. 81/2008:

(…)

n) L’informazione e formazione adeguate per i lavoratori;

o) l’informazione e formazione adeguate per dirigenti e i preposti;

p) l’informazione e formazione adeguate per i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza;

q) l’istruzioni adeguate ai lavoratori;

(…)

t) la programmazione delle misure ritenute opportune per garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di sicurezza, anche attraverso l’adozione di codici di condotta e di buone prassi;

(…)

E si segnala che l’art 28 (Oggetto della valutazione dei rischi) Co. 2, Lettera f indica esplicitamente la necessità di individuare le mansioni che eventualmente espongono i lavoratori a rischi specifici che richiedono una riconosciuta capacità professionale, specifica esperienza, adeguata formazione e addestramento …

Inoltre l’art. 37, sempre del D.Lgs. 81/2008, indica che il datore di lavoro assicura che “ciascun lavoratore riceva una formazione sufficiente ed adeguata in materia di salute e sicurezza, anche rispetto alle conoscenze linguistiche, con particolare riferimento a:

  1. a) concetti di rischio, danno, prevenzione, protezione, …;
  2. b) rischi riferiti alle mansioni … omissis … caratteristici del settore o comparto di appartenenza dell’azienda”.

La formazione e la vigilanza

Riguardo all’importanza di una formazione che tenga conto delle specifiche mansioni si fa riferimento ad un verbale di prescrizione per infortunio sul lavoro.

Si indica che al datore di lavoro “era stata contestata la formazione (art. 37 comma 1 D.Lgs. 81/08) a seguito di un infortunio del novembre 2010 di un lavoratore, durante la demolizione di una spalletta in muratura di una porta, nella ristrutturazione di un ristorante”.

L’indagine – continua il relatore – “aveva messo in evidenza la modalità scorretta nella sequenza di demolizione della muratura, il preposto presente, incaricato e formato al ruolo stava lavorando altrove e l’RSPP aveva effettuato diversi incontri formativi”. E se l’infortunato “aveva frequentato nel 2009 la formazione di primo ingresso (8 ore) e diversi altri corsi”, “in alcun corso era stata affrontata la tecnica di demolizione in sicurezza”.

Riprendiamo dalle slide dell’intervento una rappresentazione delle attività di vigilanza dell’ATS in materia di formazione:

Questi i presupposti per pianificare correttamente la formazione:

  • “Individuazione mansioni e ruoli;
  • Definizione specifica attività;
  • Identificazione dei rischi in relazione all’attività lavorativa, al luogo di lavoro, alle attrezzature impiegate e al ruolo;
  • Rispondenza obblighi formativi (lavoratori, preposti, dirigenti, attrezzature, addetti compiti speciali);
  • Aggiornamento e mantenimento competenze”…

Sono riportate poi le inosservanze prevalenti in relazione ai datori di lavoro e al D.Lgs. 81/2008:

  1. “Mancata / inadeguata / insufficiente formazione (base, attrezzature, ponteggi, funi, segnaletica stradale, e-learning, ASiOC, preposti, figure affidataria)
  2. Attestati illegittimi (attrezzature, ponteggi, funi, RSPP, e-learning) non rilasciati da ‘soggetti normati’
  3. Mancato aggiornamento”

Queste invece le inosservanze prevalenti relative ai soggetti formatori, docenti, ecc:

  1. “Falsità materiale commessa dal privato (art. 477, 482 cp)
  2. Contraffazione di atti pubblici sigilli o strumenti destinati a pubblica autenticazione o certificazione e uso di tali sigilli e strumenti contraffatti (art. 468 cp)
  3. Truffa (art. 640 cp)”

Quando la formazione non è conforme

È riportato un caso relativo alle attrezzature di lavoro.

Si indica che “il soggetto formatore S effettuava corsi e rilasciava attestati per la formazione abilitante alla conduzione di PLE pur non essendo accreditato”.

L’indagine mette in rilievo non conformità all’ACSR n. 53/12, cioè all’Accordo concernente l’individuazione delle attrezzature di lavoro per le quali è richiesta una specifica abilitazione degli operatori, nonché le modalità per il riconoscimento di tale abilitazione, i soggetti formatori, la durata, gli indirizzi ed i requisiti minimi di validità della formazione:

  • “La società S non è accreditata (costituita nel 1995) non è soddisfatto il requisito h
  • AF: unico docente dichiara nel CV il primo parametro e non documenta il secondo (esperienza professionale pratica nelle tecniche di utilizzazione delle attrezzature), pertanto non è soddisfatto il requisito 2.1
  • Riferita la partecipazione di ca. 10 lavoratori, pertanto non è soddisfatto il requisito 3.1.1 lett. f) per l’addestramento (1/5)
  • Non risulta documentata alcuna valutazione per la teoria e la pratica, non è soddisfatto il requisito 4.1 e 4.2
  • Non risulta documentata la metodologia didattica, pertanto non è soddisfatto il requisito 3.3
  • La PLE è stata noleggiata dallo stesso datore di lavoro per eseguire il corso in un cantiere dove l’impresa stava lavorando: condizione non conforme al punto 3.1.1. lett. e) e all’allegato I”.

E dunque ai sensi dell’art. 73 c.4 (71 c. 7) D.Lgs. 81/2008 “si è prescritto al DdL di effettuare una nuova formazione. Il soggetto formatore risponde del reato di cui all’art. 477 in combinato disposto con l’art. 482 del codice penale in quanto l’amministratore unico della società ha formato certificati non rispondenti ai requisiti normativi”.

Chiudiamo l’articolo segnalando che l’intervento, che vi invitiamo a visionare integralmente, riporta anche esempi di sofisticazioni degli attestati, indicazioni giurisprudenziali, indicazioni su quando attivare il controllo della formazione. E si sottolinea, in conclusione, che “non basta conoscere il comportamento sicuro da adottare, necessita acquisire la consapevolezza per agire in autonomia di fronte alle diverse situazioni”. E per raggiungere questo obiettivo “è necessario coinvolgere e corresponsabilizzare tutti”: datori di lavoro, lavoratori, RSPP, CSE, RLS, medici competenti, dirigenti e preposti. 

Tiziano Menduto


Illuminazione di sicurezza e emergenza

 

Autore: Mario Abate
Categoria: Gestione emergenza ed evacuazione

21/05/2019: La sicurezza degli occupanti di un immobile, in caso di emergenza, è affidata alla percorribilità delle vie di esodo. L’illuminazione di emergenza costituisce pertanto un presidio irrinunciabile per gli ambienti di vita e di lavoro.

Nelle attività soggette ad affollamento e in tutti i luoghi di lavoro, la disponibilità di un impianto d’illuminazione di sicurezza, realizzato a regola d’arte, rappresenta un presidio fondamentale per tutelare la salvezza degli occupanti e la sicurezza dei soccorritori in caso di emergenza. E’ naturale, infatti, partire dalla constatazione che in caso di accadimento di un evento critico (ci si riferisce prioritariamente all’incendio ma un discorso analogo potrebbe valere per altre emergenze quali terremoti, alluvioni, ecc.) l’alimentazione elettrica ordinaria sia non operativa, o perché danneggiata direttamente dall’evento o perché opportunamente disattivata dagli addetti alle squadre di soccorso tramite l’interruttore generale.

In tale circostanza vi è serio pericolo per l’incolumità delle persone, già disorientate per quanto accaduto, anche perché non c’è niente che possa generare il panico come il buio improvviso in presenza di un pericolo.

La norma UNI EN 1838:2013 inerente “Illuminazione di emergenza” si applica ai sistemi di illuminazione degli edifici destinati all’accesso di lavoratori o di pubblico.

L’illuminazione di sicurezza è, insieme con l’ illuminazione di riserva, parte della cosiddetta “illuminazione di emergenza”. Mentre però l’illuminazione di riserva, essendo deputata a consentire la continuità dell’attività, non ha alcun riferimento con la salvaguardia della vita umana, l’illuminazione di sicurezza si prefigge la tutela dell’incolumità delle persone durante l’evacuazione di un locale così come di coloro che sono impegnati a portare a termine un’operazione potenzialmente pericolosa prima di lasciare l’attività. Nell’ambito dell’illuminazione di sicurezza si può allora distinguere tra:

  • illuminazione di sicurezza per l’esodo: parte dell’illuminazione di sicurezza destinata ad assicurare che le vie di esodo, in caso di emergenza, possano essere chiaramente identificate ed utilizzate, e che siano allo stesso modo visibili e utilizzabili i presidi antincendio e i dispositivi attuatori d’emergenza; in tal senso la norma UNI EN 1838 fa riferimento anche alla illuminazione della cartellonistica di sicurezza;
  • illuminazione antipanico di aree estese: parte dell’illuminazione di sicurezza destinata ad evitare il panico ed a fornire l’illuminazione necessaria affinché gli occupanti raggiungano un luogo da cui possa essere identificata una via di esodo (particolarmente utile in locali aperti al pubblico, ospedali, case di riposo per anziani, teatri, impianti sportivi al chiuso, ecc.);
  • illuminazione di aree ad alto rischio: parte dell’illuminazione di sicurezza atta a garantire l’incolumità delle persone coinvolte in processi di lavorazione o situazioni potenzialmente pericolose ed a consentire la messa in atto di idonee procedure di arresto.  L’illuminazione di sicurezza può essere considerata un aspetto fondamentale della prevenzione incendi, in quanto durante una emergenza è necessario, fra l’altro:
  • tutelare i soccorritori che devono accedere ed operare nelle zone ad alto rischio (per la presenza di sostanze tossiche o corrosive, di impianti di processo pericolosi per superfici ustionanti o organi in movimento accessibili, ecc.);
  • consentire agli addetti di mettere in sicurezza macchinari ed impianti nel caso in cui la mancanza dell’energia elettrica e/o della illuminazione ordinaria o la presenza di un incendio potrebbero dare origine ad eventi dalle conseguenze imprevedibili.

L’illuminazione di sicurezza può essere realizzata con impianti centralizzati e/o singoli apparecchi di illuminazione con alimentazione autonoma; in ogni caso nella progettazione e realizzazione dell’impianto devono essere tenute presenti, in particolare, le seguenti caratteristiche tecniche:

  • il tempo di intervento dell’alimentazione di riserva;
  • l’autonomia;
  • il livello di illuminamento minimo;
  • il tempo di ricarica degli accumulatori.

Per le attività disciplinate da regole tecniche di prevenzione incendi, emanate dal Ministero dell’Interno, questi fattori sono generalmente assegnati (nella tabella 1 è riportata una sintesi di quanto disposto sull’argomento da alcune normative antincendio).

Nei luoghi di lavoro, fermo restando l’obbligo di osservare le specifiche norme CEI ad essi applicabili, il D.M. 10 marzo 1998 inerente “Criteri generali di sicurezza antincendio e per la gestione dell’emergenza nei luoghi di lavoro” contempla, tra le misure di sicurezza compensative da prevedere qualora non sia possibile il pieno rispetto dei criteri relativi alle misure di prevenzione e protezione riportati nei diversi allegati, il potenziamento dell’illuminazione di sicurezza.

A tal proposito si ritiene che con il termine generico di potenziamento si possano intendere, in funzione della valutazione del rischio, interventi rivolti a:

  • ottenere livelli di illuminamento superiori a quelli minimi prefissati;
  • illuminare zone critiche non identificabili in quelle normalmente regolamentate;
  • adattare l’impianto a specifiche criticità ambientali.

Quanto sopra può ottenersi mediante l’introduzione di apparecchi aggiuntivi e/o specificatamente dedicati.

 Tabella 1 – Caratteristiche dell’illuminazione di sicurezza per diverse attività

 

Attività

 

Livello di illuminamento

Autonomia (minuti) Tempo di ricarica (ore) Tempo di intervento (secondi)
Attività ricettive turistico-alberghiere

(D.M. 9 aprile 1994)

 

5 lux a un metro dal pavimento lungo le vie di uscita 60 12 interruzione breve £ 0,5
Locali di intrattenimento e di pubblico spettacolo

(D.M. 19 agosto 1996)

5 lux a un metro dal pavimento lungo le vie di uscita e 2 lux negli ambienti accessibili al pubblico 60 12 interruzione breve £ 0,5
Impianti sportivi

(D.M. 18 marzo 1996)

 

5 lux a un metro dal pavimento lungo le vie di uscita 60 12 interruzione breve £ 0,5
Autorimesse con cap. ³ 300 autoveicoli e autosili (D.M. 1° febbraio 1986)

 

5 lux Non specificata Non specificato Inserimento immediato
Autorimesse con montauto (Lett. Circ. P1563/4108 sott.28 del 29 agosto 1995) 5 lux 30 Non specificato Non specificato
Scuole

(D.M. 26 agosto 1992)

5 lux lungo le vie di uscita 30 12
Metropolitane

(D.M. 11 gennaio 1988)

10 lux in gallerie di stazione (banchine), scale fisse, scale mobili e percorsi protetti 120 Non specificato £ 0,5

Inoltre le disposizioni inerenti gli edifici di civile abitazione con altezza superiora a 32 metri, e gli edifici storici ed artistici destinati a musei, gallerie, esposizioni, mostre ed a biblioteche ed archivi, prescrivono l’installazione di un impianto di illuminazione di sicurezza lungo le vie di esodo, senza meglio precisare le caratteristiche ed i requisiti prestazionali dello stesso.

Infine per tutti i luoghi di lavoro il DM 10 marzo 1998 stabilisce al punto 3.13 – Illuminazione delle vie di uscita – quanto segue:

Tutte le vie di uscita, inclusi anche i percorsi esterni, devono essere adeguatamente illuminati per consentire la loro percorribilità in sicurezza fino all’uscita su luogo sicuro.

Nelle aree prive di illuminazione naturale od utilizzate in assenza di illuminazione naturale, deve essere previsto un sistema di illuminazione di sicurezza con inserimento automatico in caso di interruzione dell’alimentazione di rete”.

Tra i criteri pratici da seguire nella realizzazione dell’impianto e nel posizionamento degli apparecchi di illuminazione si possono fornire i seguenti suggerimenti:

  • curare in modo particolare l’illuminazione dei cosiddetti punti critici dei percorsi di esodo (vale a dire: rampe di scale, cambi di direzione ed intersezione di corridoi, passaggi, uscite, dislivelli, ostacoli, ecc.);
  • studiare opportunamente l’altezza di installazione degli apparecchi, di norma ad almeno 2 metri dal piano di calpestio, preferendo l’installazione a parete anziché a soffitto in quanto i fumi prodotti dall’incendio, tendendo a stratificare verso l’alto, offuscherebbero rapidamente le lampade a soffitto;
  • prevedere un numero sovrabbondante di apparecchi in quanto il fumo tende ad attenuare la radiazione luminosa (in particolare in presenza di fumi neri prevale il fenomeno dell’assorbimento, mentre per quelli chiari prevale il fenomeno della diffusione);
  • privilegiare più apparecchi di illuminazione piccoli, piuttosto che pochi di maggiore potenza; ciò rende l’illuminazione più omogenea ed in caso di guasto di un apparecchio si avrà una minore diminuzione dell’illuminamento complessivo.

Naturalmente affinché gli impianti di illuminazione di sicurezza, cui come detto è demandato un compito importante nel quadro generale della gestione dell’emergenza, siano sempre in perfetta efficienza, è necessario che gli stessi siano sottoposti ad interventi di manutenzione ed a verifiche periodiche, a cura del titolare dell’attività, secondo le indicazioni dettate dalla normativa tecnica vigente.

Mario Abate

Dirigente vicario – Comando VVF Milano


L’intervento dello Psicologo del lavoro nella valutazione dei rischi

 

Il modello di intervento volto a valorizzare il ruolo dello Psicologo nell’ambito della valutazione e gestione dei rischi psicosociali: la proposta della consulenza di processo (parte 2). A cura di Franco Amore e Isabella Corradini.

Pubblichiamo la seconda parte dell’articolo “ La valutazione del rischio stress lavoro-correlato con lo psicologo” che propone una modalità di intervento dello psicologo all’interno del tema salute e sicurezza sul lavoro, con particolare riferimento alla valutazione e gestione del rischio stress lavoro -correlato e, più in generale, dei rischi psicosociali in ambito organizzativo. Nella prima parte (Il ruolo dello psicologo in materia di stress e rischi psicosociali) è stato presentato lo scenario nel quale viene ad operare lo psicologo; ora viene approfondito il modello di intervento volto a valorizzare il ruolo dello Psicologo nell’ambito della valutazione e gestione dei rischi psicosociali.

Il ruolo dello Psicologo nella valutazione dei rischi psicosociali

Rinnovare le modalità di proposizione alla Committenza

Conclusioni

Il ruolo dello Psicologo nella valutazione dei rischi psicosociali

Alla luce di quanto esposto, riteniamo che una proposizione efficace della nostra figura professionale in qualità di “Esperto”, ai sensi dei riferimenti normativi dianzi richiamati, debba basarsi su tre aspetti: le competenze specifiche acquisite, la capacità di approccio secondo una modalità relazionale di aiuto, il ruolo professionale riconosciuto.

Circa le competenze, ricordiamo che nel ruolo di Esperto (come richiamato dalle norme prima citate) [1] lo Psicologo del Lavoro, o che abbia successivamente acquisito le competenze, ha nel suo bagaglio professionale le conoscenze relative agli aspetti normativi che disciplinano la materia, le conoscenze concettuali metodologiche e strumentali per affrontare il rischio SLC, quelle organizzative per collocare la valutazione ed i possibili successivi interventi migliorativi nel contesto produttivo. Queste conoscenze sono già indicate istituzionalmente e ben si integrano anche con quanto richiesto in accordo al modello Europsy [2], mentre per questo ambito quelle cliniche sono limitate a valutazioni psicodiagnostiche sui singoli nel caso ad esempio di richiesta da parte del MC. [3]

Per le competenze relazionali facciamo riferimento all’approccio della Consulenza di processo di Edgar Schein (1984; 1986; 1998), il quale con una formula efficace sottolinea diverse concezioni delle professioni etichettando con il termine “modello di consulenza di processo” l’intervento psicologico fondato sulla produzione di conoscenza e sulla guida dell’utente-cliente per far sì che egli sia in grado di trovare soluzioni adeguate ai problemi individuati. Nella consulenza di processo, individuo, gruppo e organizzazione, da oggetto di intervento divengono soggetti che collaborano attivamente nel ricercare la soluzione ai propri problemi (Avallone 2011). Questo modo di costruire le relazioni con le parti ben si adatta alle domande d’intervento in ambito salute e sicurezza sul lavoro e sulle quali possiamo essere chiamati ad intervenire; processi dove vi è sempre la presenza di figure con formazione ed esperienze tra loro non omogenee, con relazioni talvolta caratterizzate da obiettivi diversi e conflittualità.” [4] In altri termini, attraverso la consulenza di processo, ci si pone in una ottica di relazione di aiuto seguendo una precisa impostazione. Lo sviluppo di tale capacità, oltre alla competenza organizzativa, è una chiave di successo nelle strutture produttive; d’altro canto questo tipo di approccio è parte delle competenze maturate nei corsi universitari di Psicologia e può essere utilmente impiegato nei team di gestione della valutazione dello SLC e degli altri rischi psicosociali.

Riguardo il ruolo professionale, è possibile far riferimento alla L 56/89 dove all’art. 1 si legge “La professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, … in ambito      psicologico rivolte … al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità.” Contenuto rinforzato dal citato punto 4) della L. 170 /2003 “esecuzione di progetti di prevenzione e formazione sulle tematiche del rischio e della sicurezza;” ma anche dalla prima citata “La professione di Psicologo: declaratoria, elementi caratterizzanti ed atti tipici”, che se pur orientata nella Prevenzione sui contenuti relativi processi psichici certamente ci pone come riferimento di questa attività. Inoltre, la nostra titolarità alla diagnosi individuale e di gruppo ed al sostegno psicologico ci richiamano per tutte quelle attività metodologiche come, ad esempio, l’effettuazione dei focus group. Per lo svolgimento di tale tecnica qualitativa serve una valutazione professionale circa la assenza/presenza di aspetti disfunzionali psicologici emergenti che possono controindicare la validità delle soluzioni individuate dai lavoratori (presenza di acquiescenza verso un leader o litigiosità tra i componenti) o negli sportelli di ascolto per rimodulare la richiesta del singolo lavoratore. Va sottolineato che oltre la responsabilità ex art. 1176 del Codice Civile (Diligenza nell’adempimento) che consegue all’assunzione di un incarico, per la nostra professione l’iscrizione all’Albo ed il rispetto del Codice deontologico ci differenziano da altre categorie di Esperti in ambito psicosociale. In aggiunta, ci fanno portatori di un valore etico e di una responsabilità nei nostri atti professionali che costituiscono una ulteriore tutela sia per i lavoratori che per gli stessi Datori di lavoro, i quali possono dimostrare di aver attuato la valutazione a la gestione del rischio in ottemperanza al dettato dell’ art.15 punto c) “eliminazione dei rischi e, ove ciò non sia possibile, la loro riduzione al minimo in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico”, ed all’art.28 punto d) sopra richiamato per il quale “per l’attuazione delle misure da realizzare … devono essere assegnati unicamente soggetti in possesso di adeguate competenze e poteri.”

Pensiamo infine utile considerare che il recente completo posizionamento dello Psicologo tra le figure sanitarie [5]ne rafforza la posizione tra i professionisti che si devono occupare della promozione della salute negli ambienti di lavoro per quelle attività di counseling psicologico ai singoli o ai gruppi che riguardano l’empowerment finalizzato a migliorare i propri stili di vita [6]. Per sottolineare l’importanza del tema, che in una ottica complessiva di risk management sarà uno di quelli in futura evoluzione insieme ai Rischi Psicosociali ed al Benessere Organizzativo, citiamo quanto riportato dall’EU OSHA  “Integrare la salute e sicurezza e la promozione della salute nei luoghi di lavoro: tradizionalmente la salute e la sicurezza sul lavoro e la promozione della salute sul lavoro sono state considerate come ambiti diversi, essendo la promozione della salute sul lavoro focalizzata principalmente sullo stile di vita sano e su abitudini sane dei lavoratori. Con il passare del tempo, la portata della promozione della salute al lavoro si è estesa fino a includere il benessere fisico e mentale, le questioni di organizzazione del lavoro, e la sovrapposizione tra le due aree, SSL e PSL, è aumentata.” [7]

Rinnovare le modalità di proposizione alla Committenza.

Premessa la necessità di acquisire le adeguate conoscenze e competenze, se si vuole operare nel campo della sicurezza e salute sul lavoro occorre rinnovare gli approcci con cui la figura dello psicologo si propone alla Committenza. Partendo proprio dalla valorizzazione delle sue competenze. In termini di partecipazione, quindi, lo psicologo può far parte del Servizio di Prevenzione e Protezione, oppure intervenire ai team di valutazione e gestione come dipendente della struttura, sempre però in qualità di Esperto. Egli, inoltre, può essere un singolo professionista a prestazione o far parte di una società di consulenza che fornisce il servizio. Rispetto alla tempistica il suo intervento potrebbe collocarsi in una fase temporale che va dalla sola fase progettuale iniziale a tutto il processo di valutazione e di successiva eventuale gestione dei fattori di rischio, se emergenti. Rispetto poi alle attività, lo psicologo potrebbe essere chiamato ad operare nella fase di scelta e analisi degli indicatori, nella somministrazione di strumenti metodologici, nella formazione, etc.

È chiaro anche che a seconda del ruolo e della tipologia di rapporti contratti con la committenza, si modifica la relazione e la capacità di incidere in prima persona sui processi, ma vale comunque soffermarsi su alcuni aspetti generali che, indipendentemente dai contesti e dal ruolo ricoperto, permettono allo psicologo di presentarsi con le migliori chance anche se è alle prime esperienze.

In primo luogo, occorre cercare di non cadere nella sola posizione del “tecnico” esecutore di un compito sotto supervisione (es. gestione del questionario scelto da altri e le cui modalità di somministrazione sono inadeguate), perché come abbiamo visto risente degli echi di una cultura dei ruoli professionali ormai superata ed implica una delega ad altri per compiti che sono di nostra responsabilità – se da noi svolti – e questo non è coerente la figura professionale che rivestiamo. [8]

Per contro, occorre anche evitare di proporsi forzando la valutazione su contenuti o con strumenti a valenza clinica, quindi dimenticando la sua finalità indirizzata ai fattori di contenuto e contesto del lavoro ed agli indicatori di esito (c.d. eventi sentinella); parimenti occorre evitare di proporsi in modo eccessivamente concettuale portando a giustificazione della propria presenza una sequela di norme o di autori che spesso destano negli attori della sicurezza solo preoccupazione.

Seguire l’approccio della consulenza di processo potrebbe essere una modalità efficace con cui lo psicologo si pone a supporto in modo innovativo sia al DL che agli altri membri del team per chiarire l’iter, le eventuali problematiche, favorendo un confronto proprio sulle varie problematiche da affrontare, proponendo via via possibili soluzioni da discutere e condividere, anche alla luce delle sue competenze in ambito organizzativo e sui rischi. Va da sé che tutto questo poggia sia sulla padronanza della materia che sulla capacità di gestire la relazione; se manca una delle due la consulenza di processo rischia di essere inefficace e addirittura controproducente.  Si tratta di conoscenze e di capacità che hanno certamente bisogno di essere sviluppate, ma che costituiscono la base del riconoscimento del nostro ruolo, e che per dirlo con una metafora, rappresentano la nostra boa di riferimento nonostante i salti di vento. Schein asserisce che “il fattore decisivo che permette o impedisce la consulenza in situazioni umane, e che comprende personalità, dinamiche di gruppo e cultura, è la relazione che intercorre tra il consulente e la persona, il gruppo o l’organizzazione che hanno bisogno di aiuto”. [9] Noi aggiungiamo che in quanto psicologi, questa è una capacità fondamentale che dovremmo aver sviluppato insieme alla consapevolezza che nelle organizzazioni l’apprendimento generato negli attori della sicurezza è una leva preziosa da non sottovalutare, anche per il significato etico del nostro lavoro.

Conclusioni

Nelle organizzazioni, in special modo quelle complesse, il tema della prevenzione in materia di sicurezza e salute, dovrà sempre più confrontarsi con le modifiche tecniche e procedurali legate ai cambiamenti produttivi e contrattuali, all’informatizzazione, all’aumento dell’età dei lavoratori, alle diverse provenienze culturali. Per questo sarà sempre più necessario coinvolgere expertise multidisciplinari in grado di affrontare le problematiche emergenti in un’ottica complessiva di gestione.

Come abbiamo discusso nell’articolo, per il nostro specifico, possiamo rappresentare quindi un valore aggiunto sui temi di salute e sicurezza. Nella valutazione e gestione dei diversi rischi psicosociali lo Psicologo del lavoro, o che abbia acquisito le competenze in questo campo, è in grado di intervenire in qualità di Esperto attraverso la consulenza di processo in una ottica organizzativa, è competente su metodologia e strumenti e responsabile professionalmente del loro utilizzo. Si tratta di un’opportunità che tutela i lavoratori e la stessa parte datoriale anche in termini di risparmio su eventuali costi conseguenti ad una carente attività di prevenzione.

Ci sembra quindi importante cercare di condividere tale approccio uscendo da quelle logiche che non rendono giustizia alle nostre competenze ed al mandato sociale che ricopriamo, mandato che sempre più ci chiamerà ad un impegno nell’ambito delle organizzazioni.

Franco Amore e Isabella Corradini


I dispositivi di protezione individuale e il rischio chimico

 

Roma, 20 Mag – Come indicato dalla normativa, quando i rischi lavorativi non sono eliminabili e minacciano la salute e sicurezza dei lavoratori è necessario ricorrere all’uso dei dispositivi di protezione individuale (DPI). E se il datore di lavoro “deve mettere a disposizione del lavoratore DPI idonei e adeguati ai rischi presenti nell’ambiente di lavoro”, tali DPI “devono:

  • essere marcati CE in modo visibile e duraturo;
  • essere adeguati al rischio che si vuole prevenire;
  • non introdurre ulteriori fattori di rischio;
  • essere facili da usare e adattabili alle esigenze del lavoratore;
  • nel caso di uso simultaneo di più DPI essi non devono interferire tra loro e devono mantenere la propria efficacia”.

A fornire informazioni sui DPI, con particolare riferimento al rischio da agenti chimici e a quanto indicato dal Regolamento UE 2016/425, è il recente aggiornamento del documento Inail “ Agenti chimici pericolosi: istruzioni ad uso dei lavoratori”, un documento realizzato dalla Contarp dell’ Inail e a cura di Elisabetta Barbassa, Maria Rosaria Fizzano e Alessandra Menicocci.

Ci soffermiamo, in particolare, su:

Le informazioni generali sui DPI

Il documento segnala che tutti i DPI devono essere corredati delle “Istruzioni per l’uso”.

Queste istruzioni “devono essere comprensibili, complete e corrette ed essere redatte nella lingua del paese in cui il DPI viene utilizzato. nelle istruzioni per l’uso deve essere indicato in che modo deve essere usato il DPI, per quanto tempo e in quali condizioni esso si mantiene efficace, nonché le modalità di pulizia, disinfezione e manutenzione”.

E la manutenzione “deve essere svolta da personale addestrato e autorizzato e comprende il lavaggio, la sostituzione di parti e la riparazione”. A questo proposito si indica che è necessario “conoscere la scadenza o vita utile di un DPI e dei suoi componenti”.

Si ricorda poi che “non costituiscono DPI:

  • Gli indumenti di lavoro ordinari e le uniformi non specificatamente destinati a proteggere la sicurezza e la salute del lavoratore.
  • Le attrezzature dei servizi di soccorso e di salvataggio.
  • Le attrezzature di protezione individuale delle forze armate, delle forze di polizia e del personale del servizio per il mantenimento dell’ordine pubblico.
  • Le attrezzature di protezione individuale proprie dei mezzi di trasporto stradali.
  • I materiali sportivi.
  • I materiali per l’autodifesa o per la dissuasione.
  • Gli apparecchi portatili per individuare e segnalare rischi e fattori nocivi”.

Le categorie dei DPI secondo il regolamento europeo

Sono tre le categorie con cui vengono classificati i dispositivi di protezione individuale.

Nella prima categoria ci sono “i DPI di semplice progettazione, destinati a proteggere la persona da rischi che producono danni fisici di lieve entità. La persona che indossa tali DPI deve avere la possibilità di percepirne immediatamente l’efficacia. Essi sono certificati da una dichiarazione di conformità del produttore”.

Si ricorda che, secondo il Regolamento UE 2016/425, la categoria I – rischi minimi – riguarda:

  1. lesioni meccaniche superficiali;
  2. contatto con prodotti per la pulizia poco aggressivi o contatto prolungato con l’acqua;
  3. contatto con superfici calde che non superino i 50°C;
  4. lesioni oculari dovute all’esposizione alla luce del sole (diverse dalle lesioni dovute all’osservazione del sole);
  5. condizioni atmosferiche di natura non estrema.

Appartenenti alla terza categoria sono, invece, “i DPI di progettazione complessa, destinati a proteggere la persona dal rischio di gravi danni fisici. La persona che indossa tali DPI non ha la possibilità di percepire tempestivamente gli effetti lesivi”.

I DPI “sono corredati da una dichiarazione di conformità del produttore e da un attestato di certificazione CE rilasciato da un organismo certificato; inoltre la loro produzione è soggetta ad una verifica di qualità annuale”.

Secondo il Regolamento UE 2016/425 la categoria III – rischi che possono causare conseguenze molto gravi (morte o danni alla salute irreversibili) – “riguarda:

  1. sostanze e miscele pericolose per la salute;
  2. atmosfere con carenza di ossigeno;
  3. agenti biologici nocivi;
  4. radiazioni ionizzanti;
  5. ambienti ad alta temperatura aventi effetti comparabili a quelli di una temperatura dell’aria di almeno 100 °C;
  6. ambienti a bassa temperatura aventi effetti comparabili a quelli di una temperatura dell’aria di – 50 °C o inferiore;
  7. cadute dall’alto;
  8. scosse elettriche e lavoro sotto tensione;
  9. annegamento;
  10. tagli da seghe a catena portatili;
  11. getti ad alta pressione;
  12. ferite da proiettile o da coltello;
  13. rumore nocivo”.

Nella seconda categoria ci sono, infine, i DPI che “non rientrano nelle due categorie precedenti e che proteggono da tutti gli altri rischi. sono corredati da una dichiarazione di conformità del produttore e da un attestato di certificazione CE rilasciato da un organismo certificato”.

I DPI per la protezione delle vie respiratorie

Il documento indica poi, con particolare riferimento all’esposizione a agenti chimici pericolosi, che i dispositivi di protezione individuale sono distinti in diverse tipologie “secondo che essi effettuino una protezione delle vie respiratorie, del viso e degli occhi, delle mani, dei piedi o del corpo intero”.

Ad esempio riguardo alla protezione delle vie respiratorie si indica che i DPI con questa funzione (APVR: Apparecchio di protezione delle vie respiratorie) “consentono la respirazione del lavoratore, proteggendolo dagli agenti chimici presenti in aria e potenzialmente pericolosi. Appartengono ai DPI di terza categoria e il personale preposto al loro impiego deve essere opportunamente informato e addestrato”.

In particolare gli APVR “si distinguono in:

  • isolanti, che effettuano un vero e proprio isolamento dall’atmosfera circostante e forniscono al lavoratore l’aria di cui ha bisogno;
  • filtranti, che purificano l’aria e possono essere usati solo se questa contiene almeno il 17% di ossigeno”.

A questo proposito si segnala che i filtri sono dispositivi “che vengono inseriti su maschere, semi-maschere e quarti di maschere e che hanno la funzione di trattenere gli inquinanti, sia solidi” (filtri antipolvere) che aeriformi (filtri antigas)”.

In particolare:

  • “i filtri antipolvere sono classificati in base alla loro efficacia filtrante in 3 classi: P1, P2 e P3”;
  • “i filtri antigas si dividono in 3 classi, contrassegnate dai numeri 1, 2 e 3”.

E “l’effettivo livello di protezione che tali DPI offrono dipende da diversi fattori quali: il flusso dell’aria, il tipo di filtro, il tipo di lavoro, la sua durata e intensità”.

La protezione di viso, occhi, mani e corpo

Riguardo alla protezione del viso e degli occhi nel documento si parla di “occhiali a tenuta o a mascherina, visiere e schermi che proteggono il lavoratore dagli schizzi o spruzzi di sostanze pericolose”.

Si indica che è importante “verificarne sempre lo stato di conservazione: i DPI non devono presentare dei graffi, delle abrasioni o delle zone di scolorimento sulle lenti o sugli schermi e visiere. Le protezioni laterali devono essere ben controllate e nel caso degli occhiali le montature non devono essere danneggiate o deformate e le aste allentate”.

Riguardo alla protezione delle mani il tipo di guanti scelto “deve essere in grado di proteggere il lavoratore dall’agente chimico nelle condizioni di utilizzo. I guanti vanno utilizzati per un periodo di tempo inferiore a quello di permeazione della sostanza chimica (processo di diffusione dell’agente chimico all’interno del materiale di cui è costituito il guanto). È importante che i guanti presentino resistenza non solo agli agenti chimici impiegati, ma anche all’abrasione, al taglio, allo strappo e alla perforazione se necessario. Gli operatori debbono conservare i propri guanti in buone condizioni e in ambienti puliti e asciutti. Tali dispositivi devono essere sostituiti ogni volta che si presentano lacerazioni, abrasioni o contaminazioni con prodotti chimici”.

Sono riportate informazioni anche sui DPI di protezione del corpo che sono “indumenti che servono a proteggere il corpo dal contatto diretto con l’agente chimico o dall’atmosfera che lo contiene”.

Possono essere “del tipo a protezione parziale o totale del corpo, inoltre, possono essere monouso (impiegati al massimo una volta per la durata del turno lavorativo) o riutilizzabili (nel qual caso è necessario provvedere alla loro pulizia e manutenzione).

Tali DPI sono suddivisi in sei tipologie diverse “a seconda delle loro proprietà:

  • TIPO 1a – UNI EN 943:2015 – DPI a tenuta stagna di gas con respiratore all’interno (gas-tight suit with breathing apparatus worn under the suit).
  • TIPO 1b – UNI EN 943:2015 – DPI a tenuta stagna di gas con respiratore all’esterno (gas-tight suit with breathing apparatus worn outside the suit).
  • TIPO 1c – UNI EN 943:2015 – DPI a tenuta stagna di gas con aria rete (gas-tight suit with internal overpressure, that is ventilated suit).
  • TIPO 3 – UNI EN 14605:2009 – DPI a tenuta di getto di liquidi (protection against a jet of liquid). Proteggono dal contatto con getti continui di agenti chimici liquidi.
  • TIPO 4 – UNI EN 14605:2009 – DPI a tenuta di spruzzi di liquidi (protection against a liquid spray). Proteggono dal contatto accidentale e non continuo con agenti chimici liquidi.
  • TIPO 5 – UNI EN 13982:2011 – DPI a tenuta di polveri (protection against dust and solid particles). Proteggono dalla penetrazione di particelle solide.
  • TIPO 6 – UNI EN 13304:2009 – DPI a tenuta di schizzi di liquidi (protection against small splashes low level protection). Proteggono dalle nebbie, dagli schizzi e dagli spargimenti”.

Si segnala, infine, che la tuta di tipo 2 “non è più considerata dalla norma UNI EN 943-1:2015”.

Il documento si sofferma poi sulla manutenzione, la formazione e l’utilizzo dei DPI.

A questo proposito si riporta nel documento un esempio del modo corretto di indossare un facciale filtrantetratto dall’opuscolo “Il rischio chimico per i lavoratori dei siti contaminati – Inail – ed. 2014”:

Rimandiamo alla lettura integrale del documento Inail che riporta ulteriori indicazioni sui DPI e sulle misure di prevenzione e protezione relative all’esposizione professionale ad agenti chimici.

RTM