DPI per radiazioni: camici e collari per la protezione del lavoratore

 

La proposta di INAIL per la gestione dei dispositivi di protezione individuale dalla radiazione X per uso medico-diagnostico: una procedura operativa.

E’ disponibile sul sito INAIL il documento “Proposta di procedura per la gestione dei dispositivi di protezione individuale dalla radiazione X per uso medico-diagnostico: camici e collari per la protezione del lavoratore” che intende fornire un valido supporto operativo finalizzato all’espletamento dell’attività di prevenzione e protezione dei lavoratori, da parte di tutte le figure professionali incaricate, nell’ambito di realtà aziendali in cui vi è un rischio professionale rappresentato dall’esposizione a radiazioni x per uso medico-diagnostico.

L’adozione di buone pratiche, la collaborazione tra le diverse figure deputate nonché la standardizzazione di procedure interne, ricoprono un ruolo essenziale nella prevenzione e gestione del rischio ad esso associato.

 Proposta di procedura per la gestione dei dispositivi di protezione individuale dalla radiazione X per uso medico-diagnostico: camici e collari per la protezione del lavoratore

L’impiego diffuso delle radiazioni X ha determinato, nel corso degli anni, la necessità di approfondire gli aspetti legati alla sicurezza e protezione dell’operatore dai rischi connessi al loro utilizzo, favorendo l’evoluzione e la diversificazione dei relativi DPI.

L’evoluzione tecnologica e i problemi, soprattutto ambientali, correlati all’impiego del piombo nella realizzazione dei DPI, hanno fatto sì che quest’ultimo fosse sempre meno presente nel materiale utilizzato come schermo. Attualmente, infatti, vengono impiegati altri materiali quali il bario, il bismuto e l’antimonio, disponibili in mescole sia con basso contenuto di piombo sia totalmente prive di questo elemento. Trattandosi, quindi, di compositi, la classificazione dei dispositivi sulla sola base dello spessore di piombo equivalente, dichiarato per una sola energia, mostra evidenti limiti.

Il peso dei DPI, nonostante gli sforzi fatti per ridurlo, rimane uno dei principali limiti di questi indumenti. Di conseguenza, l’utilizzo prolungato per motivi lavorativi, può causare la comparsa di disturbi negli operatori, in particolare a carico della colonna, ingenerando un possibile problema di salute e sicurezza sul lavoro.

Un’ulteriore problematica legata all’utilizzo di questi dispositivi è il loro deterioramento, ovvero la formazione di fori o crepe che ne riducono l’efficienza. Le indicazioni internazionali, a riguardo, prevedono un controllo periodico dell’integrità dei DPI, mentre la letteratura suggerisce possibili criteri per la loro messa in fuori uso.

I dispositivi di protezione dei lavoratori dalle radiazioni X sono oggetto sia del d.lgs. 81/2008 e s.m.i sia del d.lgs. 230/1995 e s.m.i., per il quale va ricordato quanto sancito dal comma 3 dell’art. 180 del d.lgs. 81/2008 e s.m.i. nel caso di esposizione a radiazioni ionizzanti la protezione dei lavoratori è disciplinata unicamente dal d.lgs. 230/1995, e s.m.i.

 

Il DL deve, quindi, gestire le problematiche connesse alla materia per mezzo delle figure professionali individuate dalla norma.

Obiettivo di questo documento è quello di proporre al lettore una possibile procedura di gestione che consenta al DL di:

■ garantire una scelta adeguata dei DPI;

■ assicurare la distribuzione, ad ogni lavoratore, dei dispositivi che gli necessitano;

■ verificare periodicamente lo stato ed il corretto uso di quanto fornito.

Il sistema prevenzionistico aziendale risulta, così, ulteriormente potenziato da uno strumento operativo che consente il rispetto dei dettami di legge nonché una chiara ottimizzazione delle risorse economiche investite dall’azienda, con una riduzione degli sprechi e un approvvigionamento più calzante alle sue reali necessità.

 

VALUTAZIONE E GESTIONE DEI DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE DALLA RADIAZIONE X PER IL LAVORATORE IN AMBITO SANITARIO

Per definire una proposta di procedura di gestione dei DPI dalla radiazione X per i lavoratori, è necessario individuare le singole fasi del processo e mettere in chiaro il ruolo e le responsabilità che, nelle stesse, rivestono le varie figure professionali coinvolte.

 

ANALISI DEI RISCHI

L’EQ, nell’esercizio della sorveglianza fisica per conto del DL, deve effettuare la valutazione di radioprotezione, di cui all’art. 61 del d.lgs. 230/1995 e s.m.i., e dargli le indicazioni nella attuazione dei compiti di cui al predetto articolo (comma 1 dell’art. 79 del d.lgs. 230/1995 e s.m.i.).

Il DL, i dirigenti e i preposti devono provvedere affinché i lavoratori interessati siano classificati

ai fini della radioprotezione e fornirgli, ove necessari, i mezzi di protezione individuali, in relazione ai rischi cui sono esposti (comma 3 lettere b) e d) dell’art. 61 del d.lgs. 230/1995 e s.m.i.).

In sintesi, quindi, l’EQ nominato dall’azienda deve procedere alla individuazione degli operatori che il DL deve dotare di DPI nonché alla determinazione delle caratteristiche protezionistiche richieste a tali DPI, tenuto conto delle eventuali indicazioni di carattere medico fornite dai medici addetti alla sorveglianza medica dei lavoratori.

Con il termine di DPI dalla radiazione X intendiamo tutti quei presidi individuali adottati al fine di ridurre l’esposizione degli operatori, che effettuano attività con l’impiego di radiazioni ionizzanti, al minimo ragionevolmente ottenibile (ALARA).

Per l’individuazione dei DPI dalla radiazione X si deve tener conto dell’esito dei controlli periodici di radioprotezione e delle esigenze di carattere pratico rappresentate dal lavoratore (che sarà necessario consultare, quando necessario, attraverso il RLS, in fase di scelta dei DPI).

Ogni struttura dovrà avere in dotazione una quantità di DPI sufficiente, sia per numero sia per caratteristiche, a garantire l’adeguato livello di protezione di tutto il personale che può, in base all’organizzazione interna, essere contemporaneamente soggetto a rischio di esposizione a radiazioni ionizzanti. Risultano per questo fondamentali le dichiarazioni rese dal DL e dal dirigente al fine di caratterizzare l’attività e individuare gli operatori coinvolti.

L’EQ incaricato dovrà, quindi, individuare un corredo standard di DPI, di cui devono essere dotati i singoli impianti, che costituirà la base delle sue indicazioni di radioprotezione.

Questo standard dovrà, poi, essere integrato, sia in termini di tipologia sia di numerosità, in considerazione delle caratteristiche specifiche della singola installazione e degli operatori che, presso quell’impianto, operano con uso di radiazioni ionizzanti.

È, inoltre, necessaria un’analisi basata su informazioni non solo qualitative, ma anche quantitative delle condizioni di lavoro (caratteristiche della fonte radiogena, modalità di lavoro, tipo e quantità di attività svolta ecc.), che permetta di valutare adeguatamente l’entità delle possibili dosi assorbite.

Anche in questo ambito è essenziale l’osservazione diretta sul campo tramite sopralluoghi ed incontri nelle varie fasi di lavoro con gli operatori. Può essere utile anche la simulazione mediante esperimenti o studi pilota. Possono altresì essere utilizzate interviste semistrutturate

o questionari dedicati, specie in situazioni con presenza di grandi numeri.

La potenziale esposizione a radiazioni ionizzanti non deve essere analizzata in modo avulso dal contesto ma bensì in maniera integrata con gli altri eventuali fattori di rischio presenti.

Nel corso dei controlli periodici di radioprotezione sarà, poi, verificata l’idoneità dei singoli DPI presenti nonché la coerenza del loro numero e tipologia con le indicazioni dell’EQ.

 


I lavoratori outdoor e il caldo: disidratazione e stress da calore

 

Le linee di indirizzo ministeriali per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute riportano precise indicazioni sulle patologie associate al caldo. Focus su disidratazione, ipernatriemia,  ipovolemia, stress da calore, crampi, edemi e svenimenti.

Roma, 02 Ago – Il rischio da calore, con particolare riferimento alle alte temperature estive, è un rischio da valutare nelle imprese, con maggiore attenzione laddove siano presenti ambienti particolarmente caldi o lavoratori che operano all’aperto ed esposti alle possibili ondate di caldo della stagione estiva.

Ricordiamo a questo proposito che il D.Lgs. 81/2008 indica l’obbligo di valutare ‘tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori’, compresi quelli riguardanti i ‘gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari’ come, ad esempio, i ‘ lavoratori outdoor’ esposti al rischio di danni da calore.

Oltre ai colpi di calore, di cui abbiamo già ampiamente parlato sul nostro giornale in precedenti articoli, quali sono gli effetti del caldo sui lavoratori e sulla popolazione esposta?

 

Per rispondere a queste domande torniamo a sfogliare il documento “Linee di indirizzo per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute”, nella versione aggiornata del mese di marzo 2013. Un documento che contiene un aggiornamento dei contributi elaborati da un gruppo di lavoro istituito dal Ministero della Salute. L’attuale versione  tiene conto anche delle Linee Guida elaborate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO 2008 e 2011) ed è stata realizzata nell’ambito del progetto del Centro Nazionale Prevenzione e Controllo Malattie(CCM), del Ministero della Salute: “Piano operativo nazionale per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute”, coordinato dal Dipartimento di Epidemiologia del SSR Lazio.

 

Riguardo alle patologie associate al caldo le linee guida ministeriali non si soffermano solo sul colpo di calore, ma anche su “disidratazione e ipernatremia ipovolemia”.

 

Stiamo parlando della condizione “conseguente a profuse perdite idriche, in genere dovute a sudorazione e iperventilazione, in assenza di adeguato reintegro. Si tratta quindi della disidratazione propriamente detta” che si esprime con i sintomi, specie cardiocircolatori e neurologici, dell’ipovolemia (diminuzione volumetrica del sangue nell’organismo) e dell’ipernatriemia (disturbo caratterizzato da un’elevata concentrazione di sodio nel sangue), ma il suo “tempestivo riconoscimento presuppone la conoscenza di alcuni parametri vitali di base, in particolare della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa abituali. Infatti, la tachicardia e l’ipotensione ortostatica sono i segni di disidratazione più facilmente rilevabili, ma l’ipotensione ortostatica può preesistere al momento della valutazione e, quindi, non rappresentare da sola un segno d’allarme”.

 

Il documento, che vi invitiamo a leggere integralmente, riporta elementi di diagnosi e ricorda i segni e sintomi della disidratazione. Ad esempio tra i sintomi si può annoverare: irritabilità, distraibilità, ipersonnia fino alla letargia, astenia, anoressia, scosse muscolari, … Ma si indica che “naturalmente possono variamente coesistere segni e sintomi del colpo di calore o semplicemente della risposta termoregolatrice quali sudorazione e tachipnea” (aumento della frequenza respiratoria).

 

E che cosa fare nel sospetto di ipernatremia/ipernatriemia ipovolemia?

 

Se possibile si possono effettuare specifici esami – indicati nel documento – del sangue e delle urine per verificare il livello di “ipernatremia ipovolemia”. Peraltro “in presenza di segni e sintomi compatibili con ipovolemia e ipernatremia non bisogna attendere l’esito degli esami, ma cercare di stimolare subito il paziente a bere in abbondanza. Qualora ciò non sia possibile per scarsa collaborazione, ad esempio per deficit cognitivo, o obiettiva difficoltà d’altra origine, può essere effettuata anche l’idratazione per via endovenosa, ove praticabile a domicilio, attenendosi a delle semplici norme” riportate nelle linee guida.

 

Veniamo brevemente ad altri effetti diretti del caldo che si manifestano come sintomi minori:

crampi: “sono causati da uno squilibrio elettrolitico oppure da una carenza di sodio, dovuta alla perdita di liquidi, oppure derivano da una insufficienza venosa spesso associata ad edema alle caviglie”;

stress da calore: “è causato da un collasso dei vasi periferici con un insufficiente apporto di sangue al cervello e si manifesta con un senso di leggero disorientamento, malessere generale, debolezza, nausea, vomito, cefalea, tachicardia ed ipotensione, oliguria, confusione e irritabilità. La temperatura corporea può essere leggermente elevata ed è comunemente è presente una forte sudorazione. La sintomatologia può insorgere durante un’attività fisica in un ambiente eccessivamente caldo, specie in soggetti non acclimatati, con una ridotta efficienza cardiaca (insufficiente compenso in occasione di una diffusa vasodilatazione periferica) a causa di un diminuito volume sanguigno per disidratazione. Se lo stress da calore non viene diagnosticato e trattato immediatamente, può progredire fino al colpo di calore”;

edema: “è la conseguenza di una vasodilatazione periferica prolungata che causa un ristagno di sangue nelle estremità inferiori che, con l’aumento della pressione intravasale, provoca un travaso di liquidi nell’interstizio. Un rimedio semplice ed efficace è tenere le gambe sollevate ed eseguire di tanto in tanto dei movimenti dolci per favorire il reflusso venoso, oppure, effettuare delle docce fredde agli arti inferiori, dal basso verso l’alto e dall’interno verso l’esterno sino alla sommità della coscia”;

lipotimia: “è caratterizzata da un’improvvisa perdita della coscienza. La causa è un calo di pressione arteriosa dovuto al ristagno di sangue nelle zone periferiche con conseguente diminuzione dell’apporto di sangue al cervello. Lo svenimento può essere prevenuto se, ai primi sintomi, quali vertigini, sudore freddo, offuscamento visivo o secchezza delle fauci, si fa assumere al paziente una posizione distesa con le gambe sollevate rispetto al cuore”.

 

Riportiamo una breve tabella – contenuta nelle linee guida – con segni e sintomi di alcune delle patologie dovute al caldo:

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Concludiamo, infine, che per tutti coloro, ad esempio i lavoratori outdoor, che sono spesso esposti alle radiazioni solari e alle ondate di calore, ci possono essere anche effetti indiretti del caldo.

Gli effetti indiretti possono ad esempio riguardare “l’aggravamento di condizioni patologiche preesistenti; essi rappresentano il risultato dell’incapacità dell’organismo di mettere in atto una risposta omeostatica adeguata, per cause anche molto differenti tra loro”. Si segnala che

“potenzialmente tutte le patologie croniche espongono a un rischio maggiore di mortalità in presenza di condizioni di caldo estremo”.

 

 

 

Ministero della Salute, Centro Nazionale Prevenzione e Controllo Malattie (CCM), “ Linee di indirizzo per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute”, aggiornamento marzo 2013, revisione della versione originale curata da Anna Maria Bargagli, Manuela De Sario, Paola Michelozzi e Simona Vecchi (Dipartimento di Epidemiologia del SSR Lazio), Laura Cialdea e Annamaria de Martino (Direzione Generale della Prevenzione del Ministero della Salute), Alberto Baldaccini, Giovanni Capobianco e Chiara Imbasciati (UOC Geriatria per Acuti, Ospedale S. Eugenio, ASL RM C, Roma) (formato PDF, 2.95 MB).

 

 

Tiziano Menduto


Prevenzione degli incendi negli edifici scolastici

 

Le vigenti normative di prevenzione degli incendi negli edifici scolastici: la documentazione da rendere disponibile durante le visite ispettive. A cura di Paolo Pieri.

Il Decreto ministeriale del 12 maggio 2016, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n°121 del 25 maggio 2016, riguardante le <<Prescrizioni per  l’attuazione,  con  scadenze  differenziate,  delle vigenti  normative  in  materia  di  prevenzione  degli  incendi  per l’edilizia scolastica>> obbliga sia gli Enti locali proprietari degli edifici scolastici e sia i Dirigenti scolastici, che vi dirigono ed esercitano l’attività scolastica, a revisionare con attenzione  tutte le certificazioni e le documentazioni che sono previste dalla normativa antincendio perché sia garantita la sicurezza in tali edifici.

Le prescrizioni dovranno essere ottemperate secondo delle scadenze differenziate:  la prima scadenza è riferita al 26 agosto 2016 e la seconda al 26 novembre 2016.

Leggendo con attenzione il D.M. del 12 maggio 2016, si può comprendere che le prescrizioni cui si deve ottemperare sono meramente quelle fornite dal datato D.M. 26 agosto 1992, noto tra i consulenti e gli operatori antincendio come ‘la regola tecnica di prevenzione degli incendi negli edifici scolastici’.

Le posizioni di garanzia dei responsabili.

Le posizioni di garanzia dell’Ente proprietario e del Dirigente scolastico non sono però le stesse né per l’ambito generale che riguarda l’applicazione della normativa sulla sicurezza dei lavoratori e dei luoghi di lavoro, ai sensi del D.Lgs.81/08, e né per l’ambito specifico che riguarda la prevenzione degli incendi.

L’Ente proprietario dell’edificio scolastico è tenuto infatti a curare la manutenzione ordinaria e straordinaria, come previsto dall’articolo 3, commi 1 e 2 della Legge n°23/1996 [1], mentre il Dirigente scolastico, individuato come datore di lavoro [2], deve individuare e valutare i rischi e segnalarli all’Ente proprietario, come espressamente indicato per il caso degli edifici scolastici dall’art.18 comma 3 del D.Lgs.81/03 [3]. Ma, come viene opportunamente sottolineato nel ‘Documento di indirizzo per la sicurezza degli edifici scolastici del Piemonte‘, <<si deve invece richiamare l’attenzione sul fatto che l’esonero di responsabilità, previsto dall’ art. 18, comma 3, del D.lgs. 81/08, non opera nel caso di obblighi diversi dagli “interventi strutturali e di manutenzione necessari per assicurare la sicurezza dei locali e degli edifici”. Ad esempio, la norma non si estende alle attrezzature di lavoro,(di proprietà della scuola) o agli obblighi di valutazione dei rischi (ivi compresi quelli relativi all’idoneità dei locali).>>.

 

Considerato che il Decreto del 12 maggio 2016 è stato firmato sia dal Ministro degli Interno e sia dal Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), sarebbe stato ragionevolmente opportuno inserirvi anche il chiarimento delle rispettive responsabilità tra gli Enti proprietari e i Dirigenti scolastici, ai fini degli adeguamenti richiesti.

Il Legislatore non ha del resto mai prodotto il Decreto attuativo del D.Lgs.81/08 per il comparto delle scuole, che avrebbe dovuto e potuto chiarire e sciogliere molti nodi applicativi e interpretativi. L’attribuzione delle responsabilità sembrerebbe quindi lasciata alle libere interpretazioni di parte, che finiscono con l’alimentare il contradditorio invece di risolverlo.

In realtà il Legislatore avrebbe potuto acquisire e legittimare in modo definitivo i pareri forniti dall’Avvocatura dello Stato in merito alla ‘Titolarità degli adempimenti relativi alla sicurezza antincendio negli edifici scolastici’.  Tale parere, noto ormai a livello nazionale, fu generato in seguito ad un contradditorio nato durante un sopralluogo dei VV.F. in un edificio scolastico situato in Provincia di Torino: la Dirigente scolastica che si era vista contestare la mancanza del C.P.I. si rivolse all’Ufficio Scolastico Regionale (U.S.R.) del Piemonte  e all’Osservatorio Regionale per la sicurezza nelle scuole della Regione Piemonte contestando a sua volta fermamente l’ipotesi di multa avanzata dall’Ispettore di turno dei VV.F.. L’U.S.R. del Piemonte rivolse a sua volta all’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Torino la ‘Richiesta di chiarimento sulle attribuzioni di titolarità delle procedure delle pratiche finalizzate all’acquisizione del certificato di prevenzione incendi degli edifici scolastici’ con lettera del 26 aprile 2010, protocollata al n°0004901/U/A35a. L’Avvocatura di Torino rispose e chiese ulteriore parere all’Avvocatura Generale dello Stato con  nota n°27518 CS 2150/2010 Avv. Prinzivalli del 11-08-2010; anche l’Avvocatura Generale dello Stato rispose prontamente, producendo due pareri: il primo in data 13/12/2010 prot. CS 33778/2010 e il secondo in data 15/02/2012  prot. n°55576 P.

Per farla breve, anche dai pareri dell’Avvocatura dello Stato si può desumere che sussista una separazione di competenze per quanto riguarda gli adempimenti ai fini della sicurezza antincendio. Da un lato, gli obblighi di cui al D.P.R. n.151/2011 risultano fare capo al rappresentante pro-tempore dell’Ente Locale proprietario dell’edificio scolastico (Provincia e Comune, gravati, come già sottolineato, dell’obbligo di provvedere alla manutenzione ordinaria, straordinaria e impiantistica degli edifici adibiti a scuola, ai sensi dell’art.3,comma 1, L.23/96). Dall’altro, il Dirigente scolastico (titolare dell’attività scolastica con riferimento al concreto esercizio dell’attività medesima) viene indicato come il destinatario degli obblighi di cui al D.Lgs. 81/2008, in quanto titolare della qualifica di datore di lavoro. Su quest’ultimo grava quindi solo l’obbligo di segnalare per iscritto al Sindaco/Presidente della Provincia la necessità di provvedere agli adempimenti di cui al D.P.R. n.151/2011, se già non adempiuti.

In definitiva, si può ritenere che, come ben sottolineato dall’Avvocatura, <<l’istanza di rilascio del CPI , oggi sotto forma di SCIA, è posta a carico degli Enti Locali, i quali dovrebbero attivarsi anche d’ufficio. Per converso, i Dirigenti Scolastici sono comunque titolari di un generico dovere di sorveglianza sulla sicurezza nell’ambiente scolastico (tra le tante cfr. Cassazione, Sez. III, 28 agosto 1995 n.9047) e dunque devono segnalare all’Ente Locale competente l’eventuale mancanza della certificazione antincendio (cfr. anche l’art.5, DM 29 settembre 1998, n.382).>>.

Alla luce di quanto analizzato sinora, si può concludere che gli Enti proprietari abbiano la responsabilità istituzionale di predisporre urgentemente tutto quanto necessario per rendere le strutture rispondenti ai vigenti obblighi di prevenzione incendi. Limitatamente agli aspetti organizzativi e gestionali, invece, il Dirigente scolastico dovrà provvedere affinché nel corso della gestione non vengano alterate le “condizioni di sicurezza, l’affollamento, il carico d’incendio e le destinazioni d’uso autorizzate e che vengano altresì rispettate le norme di esercizio previste al punto 12 del D.M. 26.8.1992.”.

Il Dirigente scolastico deve quindi svolgere delle attività molto più delicate rispetto a quelle dell’Ente proprietario. Infatti mentre l’Ente proprietario potrà limitarsi a dimostrare di aver ottemperato a quanto prescritto dal D.M. 26 agosto 1992, che è stato bene o male applicato in tutti gli edifici scolastici, nei limiti dei finanziamenti messi a disposizione dalla Stato stesso, il Dirigente scolastico dovrà dimostrare non solo di rispettare le norme di esercizio  di cui al sopracitato punto 12, ma anche di aver analizzato il rischio dovuto ai restanti punti del D.M. 26 agosto 1992, magari non ancora realizzati o completati dall’Ente  proprietario, e di aver quindi valutato e messo in opera le misure compensative che dimostrino la possibilità di mantenere in esercizio l’attività scolastica in ogni edificio esaminato.

Ovviamente, ciò vale per gli edifici scolastici per i quali non sia già stato rilasciato il C.P.I. o non sia ancora stata presentata la domanda di Scia.

 

La documentazione da richiedere all’Ente proprietario.

Il Dirigente scolastico deve richiedere all’E.P. una serie di documenti che gli saranno utili per effettuare la Valutazione del Rischio Incendio residuo; si propone di seguito un elenco ragionato e non esaustivo delle richieste principali:

  1. Relazione con indicazione, per ogni edificio, delle attività che risultano soggette al rilascio del C.P.I., opportunamente integrata con l’indicazione dello stato di avanzamento della pratica di rilascio del C.P.I.
  2. Copia dell’esame progetto antincendio approvato, a suo tempo, dai Vigili del fuoco (predisposto a suo tempo dall’E.P. ai sensi del D.M. 26 agosto 1992) opportunamente corredato da una breve relazione sugli interventi di adeguamento già effettuati e su quelli programmati, con indicazione delle relative misure di prevenzione e protezione antincendio non ancora attuate e per le quali dovranno essere concordate, tra il D.S. e l’E.P., le relative misure compensative temporanee da adottare.
  3. Con riferimento al precedente punto 2, riferito alla documentazione relativa all’esame progetto approvato, copia delle piante di ogni piano, con l’indicazione della destinazione d’uso dei locali, del massimo affollamento, dei dispositivi di protezione antincendio presenti (estintori, idranti, luci di emergenza, centraline di allarme, pulsanti di allarme, rivelatori di fumo e di gas, impianti di estinzione automatici, porte REI, percorsi di esodo, luoghi calmi dinamici e statici, filtri a prova di fumo, scale di esodo, etc.), opportunamente numerati in modo  univoco e corredati dalle tabelle/distinte che sono/saranno date in uso, per contratto, alle ditte che effettuano/effettueranno i controlli periodici e le manutenzioni antincendio.
  4. Con riferimento ai precedenti punti 2 e 3, una relazione sul Piano di Abbattimento delle Barriere Architettoniche (PEBA) riferito all’edificio scolastico e all’area esterna pertinenziale.
  5. Copia del progetto dell’impianto elettrico e delle relative dichiarazioni di conformità/denunce (ai sensi della normativa vigente allorché fu realizzato).
  6. Valutazione del rischio fulminazione (solitamente allegato al progetto dell’impianto elettrico).
  7. Comunicazione dell’attivazione delle verifiche periodiche degli impianti di terra (ai sensi del D.Lg. 462/2001) e dei relativi esiti delle verifiche effettuate nel corso degli anni.
  8. Comunicazione dell’attivazione delle verifiche periodiche dell’impianto elettrico (ai sensi Capitolo 61 della Norma CEI 64-8) e dei relativi esiti delle verifiche effettuate nel corso degli anni.
  9. Denominazione/i della/e ditta/e alla/e quale/i è stata affidata la verifica periodica di controllo degli impianti e dei dispositivi contro l’incendio e breve relazione indicante le verifiche e le manutenzioni che sono tenute a fare per contratto (in alternativa si consiglia di richiedere un estratto del contratto d’appalto, contenente la descrizione delle attività di controllo e di manutenzione che la Ditta è tenuta a fare).
  10. Denominazione/i della/e ditta/e alla/e quale/i è stata affidata la verifica periodica di controllo relativamente all’impianto termico e relativa centrale termica.
  11. Denominazione/i della/e ditta/e alla/e quale/i è stata affidata la verifica periodica di controllo relativamente all’impianto ascensori.
  12. Copia del DUVRI ricognitivo standard che l’Ente proprietario dell’edificio scolastico è tenuto a redigere ed allegare alla documentazione del contratto d’appalto (ai sensi del D.Lg. 81/08 art.26 comma 3 ter.) relativamente a: ditte antincendio, ditta di controllo e conduzione dell’impianto di riscaldamento, ditta del servizio ristorazione, ditta servizio manutenzione impianti dell’edificio, ditta servizio manutenzione aree verdi e esterni, opportunamente integrato con le misure di prevenzione e protezione contro gli incendi.
  13. Copie del certificato di vulnerabilità statica dell’edificio scolastico predisposto dall’Ente Proprietario  o breve relazione relativa alla programmazione degli interventi di monitoraggio e/o miglioramento strutturale che si sono ritenuti necessari, integrato con le indicazioni di massima relative alle misure di esodo da adottare in caso di scosse telluriche.

 

La documentazione da rendere disponibile per i sopralluoghi ispettivi.

I Dirigenti scolastici devono considerare che in caso di sopralluogo ispettivo dei VV.F. non sarà presente alcun tecnico o funzionario dell’Ente proprietario. Probabilmente non sarà presente pure il RSPP. Se poi il sopralluogo avviene in un plesso scolastico distaccato, non sarà presente lo stesso D.S..

Quindi ogni D.S. dovrà istruire in modo adeguato il Docente Referente di ogni Plesso scolastico (individuabile come ‘Dirigente’ o ‘Preposto’, ai sensi del D.Lgs.81/08) e l’Addetto SPP di ogni Plesso scolastico relativamente alla situazione dell’edificio scolastico con riferimento alla normativa di prevenzione incendi e alla presenza delle relative misure compensative per quanto riguarda i punti non ancora ottemperati della normativa stessa.

Anche in questo caso si propone di seguito un elenco ragionato e non esaustivo dei documenti principali, basato sull’esperienza acquisita durante i sopralluoghi effettuati dai VV.F. nelle scuole situate nella Provincia di Torino:

      1. Organigramma delle figure sensibili alla sicurezza (con particolare riferimento agli addetti alla lotta antincendio, all’evacuazione e al salvataggio).
      2. Copia degli attestati di formazione e di aggiornamento delle figure sensibili  alla sicurezza (con particolare riferimento agli addetti alla lotta antincendio, all’evacuazione e al salvataggio).
      3. Documento di Valutazione del Rischio, o suo estratto, con riferimento all’edificio scolastico oggetto di sopralluogo.
      4. Documentazione relativa al C.P.I. (copia del C.P.I. o relazione dell’E.P. in merito allo stato di avanzamento per l’ottenimento del C.P.I.).
      5. Piano di Esodo.
      6. Registro delle prove di esodo (si consiglia la presenza documentata almeno delle prove eseguite negli ultimi tre anni).
      7. Valutazione del Rischio Incendio, riferita all’edificio oggetto di sopralluogo (l’argomento verrà trattato in uno dei punti successivi del presente articolo).
      8. Valutazione del Rischio Esodo, riferito sia agli utenti normodotati che a quelli disabili (l’argomento verrà trattato in uno dei punti successivi del presente articolo).
      9. Registro delle verifiche periodiche dei dispositivi di protezione contro l’incendio e delle opere di manutenzione ordinaria e straordinaria e delle esercitazioni e/o attività di addestramento  (l’argomento verrà trattato in uno dei punti successivi del presente articolo).

 

La valutazione del Rischio Incendio.

La valutazione del rischio incendio può essere effettuata sia seguendo il metodo qualitativo che il metodo quantitativo. L’analisi qualitativa consiste nell’esame sistematico degli eventi (cause di innesco) che potrebbero provocare o contribuire a determinare l’incendio al fine di risalire alle condizioni di sicurezza per mezzo della limitazione e controllo dei rischi senza prendere in considerazione la probabilità di accadimento dell’evento. L’analisi quantitativa, invece, si basa sulla valutazione sia della frequenza che del danno prodotto dall’evento.

Nel caso in esame, riferito alla valutazione del rischio incendio negli edifici scolastici, alla luce di quanto disposto dal D.M. 12 maggio 2016, l’invito a utilizzare il D.M. 26 agosto 1992,  quale riferimento normativo di carattere essenzialmente “deterministico” e “qualitativo”, consente al Dirigente scolastico l’utilizzo di un metodo che si potrebbe definire ‘misto‘, in quanto utilizza appunto scale semiquantitative che prevedono l’analisi oggettiva dei reali pericoli presenti in un istituto scolastico, in relazione non solo all’affollamento atteso, ma anche alla presenza di impianti pericolosi, di sostanze infiammabili, di materiali combustibili, ecc..

Tralasciando la prima fase relativa ai dati descrittivi che dovranno essere inseriti nella prima parte del documento di valutazione (presenze riferite all’anno scolastico in corso; classificazione qualitativa antincendio dell’edificio; caratteristiche generali dell’edificio e dell’area esterna di pertinenza), che possono essere, inoltre, desunti dal Piano di Emergenza e di Esodo, la seconda fase è costituita, seguendo proprio l’ordine cronologico degli aspetti qualitativi analizzati dal D.M. 26 agosto 1992,  dall’analisi del rispetto o meno dei requisiti previsti dalla normativa e dalla successiva valutazione del rischio  latente, con riferimento agli aspetti caratteristici dell’edificio e dell’attività seguenti:

        1. Condizioni di accessibilità e viabilità
        2. Aerazione/ventilazione
        3. Affollamento
        4. Capacità di deflusso
        5. Sistema di vie di uscita
        6. Larghezza delle vie di uscite
        7. Lunghezza delle vie di uscita
        8. Larghezza totale delle uscite di ogni piano
        9. Numero delle uscite
        10. Uscite dalle aule
        11. Ambienti protetti (luoghi sicuri, spazi calmi statici e dinamici)

 

La terza fase prevede l’individuazione degli spazi a rischio specifico, per alcuni dei quali potrebbe essere necessario l’approccio valutativo di tipo quantitativo:

        1. Laboratori
        2. Servizi tecnologici
        3. Depositi
        4. Spazi per l’informazione e le attività parascolastiche
        5. Autorimesse
        6. Mense
        7. Dormitori
        8. Carico di incendio nei vari compartimenti
        9. Macchine, apparecchiature ed attrezzi

Con riferimento alle attività scolastiche, si potrebbero identificare, in alternativa, delle aree caratterizzate  sia dallo stesso rischio specifico che dall’attività omogenea:

I Area didattica normale
  • aule per le lezioni ordinarie
  • aule pre-post scuola
II Area didattica tecnica
  • spazi per esercitazioni
  • laboratori attrezzati
III Area attività collettive
  • Spazi per l’informazione e le attività parascolastiche
  • Spazi per servizi logistici (mensa e dormitorio)
IV Area attività sportive
  • Palestre e locali sportivi in genere
V Area uffici
  • Uffici direzionali (D.S., Vicario, D.S.G.A.)
  • Uffici amministrativi
  • Uffici personale
VI Area deposito
  • Deposito attrezzi pulizie
  • Deposito materiale non combustibile
VII Area archivi a frequenza bassa
  • Archivio principale per materiale combustibile
VIII Area archivi a frequenza medio-alta
  • Archivio secondario per materiale combustibile
IX Area tecnologica
  • Spazi tecnologici (centrale termica, cucina, cabina elettrica, cabina ascensore, etc.)

 

Terminate le prime tre fasi, si può giungere alla quarta fase, caratterizzata dalla valutazione del rischio incendio che dovrà successivamente essere mitigata dalle misure compensative, di tipo tecnico, informativo, formativo e comportamentale, come di seguito indicate:

  • Comportamento al fuoco
  • Reazione al fuoco dei materiali
  • Sezionamenti
  • Impianti elettrici
  • Impianti elettrici di sicurezza
  • Sistemi di allarme
  • Mezzi e impianti fissi di protezione ed estinzione degli incendi
  • Segnaletica
  • Gestione dell’emergenza e pianificazione
  • Squadra di prevenzione incendi
  • Squadra di evacuazione
  • Registro della sicurezza antincendio

 

L’individuazione di tali misure compensative dovrebbe essere stato presentato a suo tempo ai VV.F. dall’Ente proprietario, mediante la consegna di un progetto di adeguamento alla normativa antincendio (esame progetto) che illustrava, con una relazione tecnica e degli elaborati grafici, la fotografia dell’edificio scolastico a lavori di adeguamento ultimati. Ma come è stato comunicato dal MIUR nella presentazione dell’Anagrafe Edilizia Scolastica dello scorso 7 agosto 2015, sono all’incirca solo il 25% dell’intero patrimonio edilizio gli edifici scolastici per i quali è stato rilasciato il CPI o è stata presentata l’istanza di Scia. La maggior parte dei Dirigenti scolastici dovrà allora preoccuparsi di proseguire la valutazione del rischio incendio (quinta fase) individuando le misure compensative non ancora realizzate e, per esse, attivare le ‘misure compensative sostitutive’.

Quest’ultima tipologia di misure compensative non è facilmente individuabile da parte del Dirigente scolastico, senza la collaborazione dell’Ente proprietario e, soprattutto, dei Vigili del Fuoco. Ma la comunicazione del D.S. con l’E.P. e con i VV.F. è notoriamente difficile e limitata. Sarebbe quindi auspicabile che gli stessi Ministeri degli Interni e dell’Istruzione, già latori del D.M. 12 maggio 2016, intervenissero, magari al livello regionale, con l’U.S.R. e la Prefettura, per concordare la redazione delle linee guida da utilizzare per individuare le misure compensative sostitutive condivise anche dagli organi preposti al controllo.

In caso contrario ai Dirigenti scolastici, che devono esercitare la loro attività in edifici non sicuri, non resterebbe che chiudere o chiedere di chiudere tali edifici, come del resto la stessa avvocatura dello Stato, nel già citato parere del 2010, ribadisce: << in presenza di una situazione di pericolo l’attività scolastica non può che essere sospesa, anche a prescindere dal provvedimento del Sindaco riguardante la chiusura o meno dell’immobile>>.

 

La valutazione del Rischio Esodo.

La valutazione del rischio esodo in presenza di disabili per alcuni consulenti o operatori del settore, dovrebbe già essere stata considerata nella valutazione del rischio incendio, a titolo preventivo, e nel piano di emergenza, a titolo protettivo. Ma non si può ignorare il pregevole lavoro che ha fatto proprio il Dipartimento dei Vigili del Fuoco del Soccorso Pubblico e della Difesa Civile, che nel primo quinquennio del 2000 ha prodotto una serie di linee guida e di circolari riferite alla valutazione della sicurezza antincendio nei luoghi di lavoro ove siano (o possano essere) presenti persone disabili:

– Circolare n. 4 del 1 marzo 2002 – Linee guida per la valutazione della sicurezza antincendio nei luoghi di lavoro ove siano (o possano essere) presenti persone disabil

– Il soccorso alle persone disabili: indicazioni per la gestione dell’emergenza – Opuscolo informativo redatto dal Dipartimento dei Vigili del Fuoco del Soccorso Pubblico e della Difesa Civile – febbraio 2004.

– Circolare n°880 del 18 agosto 2006 – La sicurezza antincendio nei luoghi di lavoro ove siano presenti persone disabili: strumento di verifica e di controllo ( check list)

( Le circolati dei VVF)

 

In particolare, l’opuscolo informativo prodotto dal gruppo di lavoro denominato “Sicurezza delle persone disabili” dei Vigili del fuoco individua quelle categorie di disabilità in cui è più comune imbattersi, ovvero:

    • disabilità motorie
    • disabilità sensoriali
    • disabilità cognitive

e segnala, inoltre, la necessità di ricordare che una persona non identificabile come disabile in condizioni ambientali normali, se coinvolta in una situazione di crisi potrebbe non essere in grado di rispondere correttamente, adottando, di fatto, comportamenti tali da configurarsi come condizioni transitorie di disabilità.

 

Il soccorritore deve quindi essere in grado di comprendere i bisogni della persona da aiutare, anche in funzione del tipo di disabilità che questa presenta e deve saper comunicare un primo e rassicurante messaggio in cui siano specificate le azioni basilari da intraprendere per garantire un allontanamento celere e sicuro dalla fonte di pericolo.

 

L’opuscolo informativo descrive gli elementi che possono determinare le criticità in questa fase:

    1. le barriere architettoniche presenti nella struttura edilizia (scale, gradini, passaggi stretti, barriere percettive, ecc.), che limitano o annullano la possibilità di raggiungere un luogo sicuro in modo autonomo;
    2. la mancanza di conoscenze appropriate da parte dei soccorritori e degli addetti alle operazioni di evacuazione, sulle modalità di percezione, orientamento e fruizione degli spazi da parte di questo tipo di persone.

 

La Check list elaborata dai Vigili del Fuoco rappresenta uno strumento operativo utile per produrre la valutazione del rischio esodo, in quanto è finalizzato ad individuare gli elementi significativi per la sicurezza di tutte le persone (ed in particolare di quelle con disabilità) nei luoghi di lavoro, contribuendo a far emergere le condizioni di criticità alle quali contrapporre concrete soluzioni tecniche e gestionali: in essa viene considerata la sequenza delle azioni che dovrebbero essere svolte da ciascun individuo coinvolto in una situazione di emergenza, dal momento in cui viene percepito l’allarme fino al raggiungimento del luogo sicuro.

Domande e soluzioni possibili interessano le seguenti voci:

  1. Percezione dell’allarme
  2. Orientamento durante l’esodo
  3. Mobilità negli spazi interni

C.1. Porte dei locali di lavoro

C.2. Porte installate lungo le vie di uscita ed in corrispondenza delle uscite di sicurezza

C.3. Percorsi orizzontali interni

C.4. Percorsi verticali interni

C.5. Spazio calmo

  1. Mobilità negli spazi esterni

 

Il Registro delle Verifiche Periodiche.

Il D.M. 12 maggio 2016 prescrive il rispetto delle norme di esercizio contenute nel punto n.12 del D.M.26-08-1992, che nella parte iniziale recita:

<<A cura del titolare dell’attività sarà predisposto un registro dei controlli periodici ove saranno annotati tutti gli interventi ed i controlli relativi all’efficienza degli impianti elettrici, dell’illuminazione di sicurezza, dei presidi antincendio, dei dispositivi di sicurezza e di controllo, delle aree a rischio specifico e dell’osservanza della limitazione dei carichi d’incendio nei vari ambienti dell’attività.

Tale registro sarà mantenuto costantemente aggiornato e disponibile per i controlli da parte dell’autorità competente.>>.

Ma è doveroso segnalare che tale registro non è adottato in modo generalizzato nelle scuole: molti Dirigenti scolastici ritengono sufficiente la presenza del registro prodotto dall’Ente locale e/o i verbali di visita di controllo che vengono loro consegnati dalle Ditte antincendio che hanno acquisito l’appalto dall’Ente locale.

Quanto indicato nel punto 12 del D.M.26-08-1992, circa la predisposizione del registro dei controlli periodici a cura del titolare dell’attività, è stato invero oggetto di modifica e integrazione con l’entrata in vigore del D.M. 10-03-1998, nel quale in ragione ai ‘CONTROLLI E MANUTENZIONE SULLE MISURE DI PROTEZIONE ANTINCENDIO’, di cui all’allegato VI, si distinguono le attività seguenti:

–   SORVEGLIANZA: controllo visivo atto a verificare che le attrezzature e gli impianti antincendio siano nelle normali condizioni operative, siano facilmente accessibili e non presentino danni materiali accertabili tramite esame visivo. La sorveglianza può essere effettuata dal personale normalmente presente nelle aree protette dopo aver ricevuto adeguate istruzioni.

–   CONTROLLO PERIODICO: insieme di operazioni da effettuarsi con frequenza almeno semestrale, per verificare la completa e corretta funzionalità delle attrezzature e degli impianti.

–   MANUTENZIONE: operazione od intervento finalizzato a mantenere in efficienza ed in buono stato le attrezzature e gli impianti.

  • MANUTENZIONE ORDINARIA: operazione che si attua in loco, con strumenti ed attrezzi di uso corrente.

    Essa si limita a riparazioni di lieve entità, abbisognevoli unicamente di minuterie e comporta l’impiego di materiali di consumo di uso corrente o la sostituzione di parti di modesto valore espressamente previste.

–   MANUTENZIONE STRAORDINARIA: intervento di manutenzione che non può essere eseguito in loco o che, pur essendo eseguito in loco, richiede mezzi di particolare importanza oppure attrezzature o strumentazioni particolari o che comporti sostituzioni di intere parti di impianto o la completa revisione o sostituzione di apparecchi per i quali non sia possibile o conveniente la riparazione.

Dalla lettura del D.M. 10-03-1998, pur prendendo atto che la responsabilità della tenuta del registro sopracitato sia in capo al Dirigente Scolastico, nella sua qualità di Datore di Lavoro dell’attività esercitata nell’edificio soggetto alla normativa antincendio, si può pertanto evincere che solo l’attività di sorveglianza debba essere effettuata dal personale interno alla scuola, con nomina di addetti all’antincendio e all’evacuazione, mentre tutte le altre attività dovranno essere effettuate dall’Ente Proprietario dell’edificio, direttamente con il proprio personale dipendente o mediante ditte antincendio in appalto.

Pertanto il Registro delle Verifiche Periodiche dei dispositivi di protezione contro l’incendio dovrà essere compilato non solo dal personale interno dell’Istituzione Scolastica, ma anche dalle Ditte Antincendio in appalto con l’Ente proprietario.

Non esiste un vero e proprio modello ufficiale di Registro delle verifiche periodiche.

Si consiglia in ogni caso di prevedere almeno quattro schede per le verifiche periodiche di sorveglianza a carico della scuola:

  • scheda della verifica della praticabilità delle vie di esodo e dell’usabilità delle uscite di sicurezza; da compilare ogni giorno prima dell’inizio dell’attività scolastica (come espressamente previsto dal D.M.10-03-1998) a cura degli addetti all’evacuazione e al salvataggio;
  • scheda della verifica della presunta efficienza dei dispositivi di protezione contro l’incendio; da compilare ogni 1, 2 o 3 mesi, a seconda della complessità dell’edificio, a  cura degli addetti antincendio;
  • scheda della verifica dei locali a rischio incendio specifico; da compilare ogni 1, 2 o 3 mesi, a seconda della complessità dell’edificio, a  cura degli addetti antincendio e/o del personale individuato come ‘preposto’ presente in ciascun locale a rischio specifico;
  • scheda di verifica a cadenza semestrale della corretta e tempestiva esecuzione sia della sorveglianza a carico del personale interno alla scuola e sia del controllo a carico delle ditte antincendio esterne.

Si consiglia di prevedere alcune schede per registrare le ulteriori attività a carico della scuola:

  • informazione periodica degli utenti e dei dipendenti e iniziale dei nuovi arrivati;
  • formazione iniziale e periodica degli addetti all’evacuazione e all’antincendio
  • prove di esodo effettuate
  • esercitazioni e addestramenti iniziali e periodici

Si consiglia infine di prevedere un adeguato numero di schede per registrare le attività di controllo, di manutenzione ordinaria e straordinaria effettuate dall’Ente proprietario, direttamente o mediante il ricorso ad una o più ditte antincendio esterne incaricate mediante apposita gara d’appalto.

Si conclude segnalando che il Registro delle verifiche periodiche dovrà contenere anche:

  • una sezione anagrafica riportante i dati significativi dell’Istituzione scolastica Azienda;
  • una o più distinte con l’elenco numerato dei dispositivi e degli impianti di protezione contro l’incendio  presenti (con allegata planimetria per la relativa identificazione);
  • elenco dei dispositivi e degli impianti di protezione contro l’incendio sottoposti a controllo, con gli interventi previsti, la periodicità e gli incaricati del servizio;
  • registro cronologico generale di tutti gli interventi effettuati.

 

Conclusione

A conclusione del presente articolo, non può che ritornare prepotentemente a galla l’amara constatazione con la quale era stato chiuso il precedente articolo: con il D.M. del 12 maggio 2016 il legislatore sembra abbia tutta l’intenzione da una parte di confermare la strada della semplificazione e dell’alleggerimento del lavoro ispettivo dei VV.F., già intrapresa con il D.P.R.151/2011, e dall’altra di condonare gli interventi  di adeguamento ancora da effettuare, relegandoli al mero rispetto di una regola tecnica obsoleta non aggiornata con l’attuale tecnologia e con le nuove esigenze delle scuole; i Dirigenti scolastici dovranno, invece, continuare a dirigere e gestire l’attività scolastica in edifici  scolastici che non sono sicuri, mentre gli edifici scolastici si troveranno ad avere una sorta di nuova classificazione implicita: edifici di prima classe o di prima scelta, quelli con CPI e SCIA; edifici di seconda classe o di seconda scelta, quelli con i lavori di adeguamento già completati e in attesa di verifica della regolarità della SCIA o del rilascio del CPI; edifici di terza classe o di terza scelta, quelli per i quali  i lavori di adeguamento non sono stati ancora iniziati  o completati.

Quindi ci si chiede se mentre da una parte gli utenti delle scuole, cioè gli allievi e le loro famiglie, al momento dell’iscrizione al prossimo anno scolastico dovranno imparare a tenere conto anche della sicurezza dell’edificio nella loro scelta dell’Istituzione scolastica, dall’altra parte gli Enti proprietari potranno continuare a beneficiare ancora impunemente di ulteriori proroghe statali della scadenza degli adempimenti della normativa antincendio.

 

 

Ing. Paolo Pieri

 


IL DVR vale la spesa sostenuta per la sua redazione?

 

Un manuale  prodotto dall’ULSS 9 di Treviso ricorda che un documento di valutazione dei rischi non deve essere un esercizio di stile,  deve valere la spesa sostenuta, evitare parole inutili e puntare a definire i problemi di sicurezza e le soluzioni.

Treviso, 02 Ago – Uno dei principali rischi per la  valutazione dei rischi realizzata nei luoghi di lavoro è quello di nascere e svilupparsi sono come adempimento burocratico, come adempimento che guarda alla conformità normativa e non all’aderenza sostanziale ai concreti rischi lavorativi.

Per cercare di riflettere sul rapporto tra questa colonna portante del sistema prevenzionale, la valutazione del rischio, e il nostro concetto  di “burocrazia”, torniamo oggi a sfogliare un capitolo (“Burocrazia e valutazione dei rischi”) del “ Manuale di autodifesa del datore di lavoro”, un documento elaborato dal Servizio Prevenzione Igiene e Sicurezza in Ambienti di Lavoro (SPISAL) dell’ Azienda ULSS 9 di Treviso. Un documento che, come abbiamo già raccontato, nasce dal disagio che lo SPISAL prova quando deve “adottare i provvedimenti sanzionatori previsti dalla normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro nei confronti di imprenditori che, in assoluta buona fede, pensavano di aver fatto tutto ciò che è necessario affidandosi a persone esperte, investendo risorse economiche anche notevoli senza ottenere i risultati attesi”.

Nel primo articolo di presentazione del manuale abbiamo approfondito quattro importanti affermazioni dello SPISAL:

– la valutazione dei rischi e la conseguente elaborazione del documento non sono burocrazia”;

– il documento diventa burocrazia quando lo si interpreta come “adempimento burocratico”;

– il documento di valutazione dei rischi non “serve” allo SPISAL (il documento di valutazione dei rischi “dovrebbe essere il modo corrente di gestire la sicurezza”, quindi deve “servire al datore di lavoro” e non allo SPISAL).

 

Un’altra affermazione decisa, che nasce dalle esperienze di vigilanza e dalle criticità riscontrate, è che il documento di valutazione dei rischinon è ‘un esercizio di stile’. Chi lo scrive non è il legislatore”.

 

Lo SPISAL indica infatti che “spesso chi scrive i documenti, che dovrebbero essere l’esplicitazione della valutazione, si esprime con elaborate previsioni omnicomprensive e con prescrizioni generiche applicabili a svariate situazioni (a volte sono le stesse degli articoli del DLgs 81/08)”.

Ma se il legislatore si esprime in modo generico, “è giustificato dal fatto che espone una regola o un concetto che deve poi essere applicato in svariate realtà; chi decide le misure di prevenzione da utilizzare in un ambiente aziendale, ben individuato e caratterizzato per il tipo di lavorazione svolta, non può essere generico nei contenuti”.

 

Dunque non ha senso utilizzare nel DVR un linguaggio normativo, generico: ad esempio la legge può dire “che si adotteranno DPI idonei perché non elenca in modo esaustivo tutte le situazioni ma il datore di lavoro deve confrontare i rischi (quelli residui, dopo aver adottato le protezioni collettive) presenti nella sua azienda con le caratteristiche delle varie tipologie di DPI e poi deve individuare quelli idonei e adeguati per ciascuna situazione, caratterizzandoli secondo i criteri di marcatura CE in modo che sia poi facile acquistare quelli ‘giusti’”.

 

E sempre riguardo al modo di scrivere la valutazione, si sottolinea che è dunque inutile “riportare nel documento di valutazione dei rischi quello che dice la legge”.

 

Riportare, anche quando non necessario, pedissequamente la normativa non solo è inutile, ma “comporta uno spreco di carta ed è dannoso perché riduce la fruibilità del documento che deve essere snello, agevole e facile da usare. Purtroppo, la proliferazione di pagine di questo tipo spesso serve soltanto a giustificare il costo di un documento che non vale ciò che viene fatto pagare al datore di lavoro”.

 

Un altro modo per snellire questi monumenti di carta è quello di evitare di “riportare in dettaglio nel documento di valutazione dei rischi il metodo di valutazione se questo è contenuto in una norma o in una linea guida validata”.

Differentemente il metodo “deve essere descritto, anche in dettaglio, se non in qualche modo ‘validato’ poiché il datore di lavoro ha l’onere di dimostrarne l’idoneità allo scopo”.

A questo proposito lo SPISAL ricorda le definizioni di norma tecnica, buona prassi, linea guida contenute nell‘art. 2 comma 1 – lett. u), v) e z) – del D.Lgs. 81/2008.

 

Infine, e torniamo al problema del costo della valutazione, riprendiamo un’altra frase significativa: il documento di valutazione dei rischideve essere utile per il datore di lavoro e deve ‘valere’ la spesa sostenuta per la sua redazione”.

 

Con riferimento a quanto indica l’articolo 28 del Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (D.Lgs. 81/2008), il documento di valutazione deve essere redatto con criteri di ‘semplicità, brevità e comprensibilità in modo da garantirne la completezza e l’idoneità quale strumento operativo di pianificazione degli interventi aziendali e di prevenzione’.

 

Il manuale ammette che può non sembrare facile “essere contemporaneamente semplici, brevi, comprensibili e anche completi; ciò vuol dire, in primo luogo, evitare giri di parole inutili e puntare a definire in modo chiaro i problemi di sicurezza e le soluzioni”.

 

In questo senso “un lavoro ben fatto può richiedere impegno (e quindi spesa) ma la validità del prodotto consiste nell’utilità che ne trae il datore di lavoro; se non ricava indicazioni pratiche e utili per gestire la prevenzione, probabilmente dovrebbe chiedersi se il prodotto che acquista vale la spesa; sarebbe opportuno contrattare prima, con i consulenti, quello che si vuole avere e cioè uno strumento operativo con indicazioni precise e tecnicamente corrette che entrino nel merito dei problemi aziendali”.

 

A questo proposito lo SPISAL conclude ricordando che “se la produzione del documento e l’effettuazione della valutazione dei rischi vengono gestite in questo modo, il datore di lavoro ben presto ‘scoprirà’ che non può estraniarsi dal processo ma dovrà affrontarlo con continuità assieme ai suoi collaboratori”.

 

Per concludere, segnaliamo che in un prossimo articolo, sempre dedicato alla presentazione del manuale, affronteremo un ulteriore tema delicato: la necessità che la sicurezza non sia considerata un costo per le aziende, ma un investimento.

 

Tiziano Menduto


Il rischio stress e l’organizzazione temporale del lavoro

 

Le indicazioni tratte da UNI EN ISO 10075-3 per la valutazione del carico di lavoro mentale: i rischi da fatica mentale, monotonia, ridotta vigilanza e saturazione mentale.

Pubblichiamo un estratto del Convegno “L’importanza della normazione tecnica volontaria per capire e valutare il livello di benessere psicofisico, sicurezza sul lavoro e performance produttiva. Norme ergonomiche UNI EN ISO e buone prassi sul problema del carico mentale e dello stress lavoro-correlato”, organizzato dall’Ente Italiano di Normazione (UNI), per richiamare l’attenzione dei principali stakeholders italiani (economici e istituzionali) sulla normazione tecnica volontaria e sulla sua influenza nella politica economica nazionale.

Leggi la prima parte “ Rischio stress-lavoro correlato: il carico di lavoro

Le indicazioni tratte dalla norma UNI EN ISO 10075-2 possono contribuire al progetto di un’adeguata organizzazione temporale del lavoro (DURATA E FORME DELL’ESPOSIZIONE al carico), richiamando l’attenzione sulla relazione esponenziale fra tempo di lavoro e grado di affaticamento. Pertanto, al fine di prevenire o ridurre disagio psicofisico e stress, quali buone pratiche possono essere osservate riguardo ai rischi da fatica mentale e stati assimilabili (monotonia, ridotta vigilanza e saturazione mentale)?

Sul rischio da fatica mentale, va ricordato che:

  1. a) La fatica mentale insorge quando si superano i “limiti naturali” dell’uomo (fisici e mentali),

per cui il lavoratore deve fermarsi prima per il suo benessere ed anche perché aggiungere un’ora al normale tempo di lavoro, non fa aumentare la produzione in modo lineare.

  1. b) Le pause (anche attive) devono essere adeguate e ben distribuite per consentire il completo recupero della fatica accumulata.
  2. c) Poiché le prestazioni dell’uomo sono influenzate dai ritmi circadiani, il lavoro notturno è più faticoso e scadente: ove possibile vanno preferite le attività diurne e, quando il lavoro notturno è inevitabile occorre prevedere pause di riposo più lunghe (rispetto a quello diurno).
  3. d) La fatica mentale risente del lavoro in turno da evitare per le conseguenze negative sulla salute (mancata sincronizzazione fisiologica), sulla qualità della vita sociale (benessere relazionale) e sulla performance produttiva. Quando non può essere evitato, la norma ergonomica suggerisce orari programmati (adattati il più possibile ai bisogni del lavoratore).
  4. e) La fatica mentale risente di una inadeguata gestione degli intervalli (momenti di sospensione) del ciclo lavorativo. Pertanto sono suggeriti brevi intervalli dopo brevi periodi di attività (ad es., 5’ dopo 55’ di lavoro, piuttosto che 30’ dopo 6h di lavoro). Nel lavoro notturno i momenti di sospensione dovranno essere più ravvicinati.
  5. f) La fatica mentale può essere ridotta se si introducono cambiamenti di attività (con differenti richieste di carico mentale): ad es., passare dal monitoraggio strumentale al comando manuale o da analisi logiche ad operazioni di routine, può avere effetti paragonabili a pause attive.

Sul rischio di monotonia, gli indicatori proposti dalla norma fanno riferimento ad un’adeguata progettazione di compiti e contesti operativi, considerando che può essere indotta:

  1. a) da attività lavorativa prolungata con campo di attenzione molto ristretto;
  2. b) da impegno cognitivo mediobasso;
  3. c) da prolungate prestazioni ripetitive;
  4. d) da condizioni ambientali troppo piatte o uniformi.

Quali suggerimenti per contrastare questo stato?

  • Favorire possibilità relazionali con collaboratori e superiori
  • Verificare l’adeguatezza delle pause di riposo
  • Ridurre la staticità di certe mansioni
  • Non concentrare l’attività lavorativa prevalentemente nelle ore pomeridiane e/o notturne
  • Rendere più “qualificanti” le attività attraverso maggior varietà, allargamento o arricchimento dei compiti
  • Facilitare una comunicazione “fluida” fra collaboratori
  • Favorire una livello di autonomia accettabile nella scelta del ritmo di lavoro (evitando tempi troppo imposti e “scanditi”)
  • Limitare gli effetti negativi del lavoro in turno
  • Laddove non fosse possibile “aggirare” progettualmente la monotonia (attraverso metodi tecnici e organizzativi) viene raccomandata la meccanizzazione o automazione delle funzioni più ripetitive.

Sul rischio di ridotta vigilanza, gli indicatori proposti dalla norma fanno riferimento ad un’adeguata progettazione di compiti, segnali e dispositivi di controllo, variabili ambientali e layout, organizzazione temporale del lavoro, per evitare lo scadimento nel tempo delle prestazioni di rilevamento di segnali e/o diagnosi del sistema per non compromettere l’affidabilità del lavoratore che “vigila” e, di conseguenza, la sicurezza del sistema. Quali suggerimenti per contrastare questo stato ?

  • Evitare di sottoporre il lavoratore a continue e differenziate richieste di attenzione
  • Evitare di richiedere al lavoratore un’attenzione troppo prolungata, a prescindere dalla frequenza dell’evento da controllare
  • Verificare che i segnali da controllare siano facilmente distinguibili
  • Evitare richieste di rilevazioni rapide e consecutive (senza parametri di confronto sui displays)
  • Ridurre l’incertezza del segnale attraverso conferme retroattive (feedback)
  • Dotare l’operatore delle attrezzature tecniche necessarie a supportare la sua prestazione.

Sul rischio di saturazione mentale gli indicatori proposti dalla norma fanno riferimento ad un’adeguata progettazione per evitare sia la ripetitività di una singola mansione, sia l’eccessiva “somiglianza strutturale” fra compiti diversi . Quali suggerimenti per contrastare questo stato?

  • Aiutare l’operatore a percepire il senso del suo lavoro
  • Coinvolgere l’operatore, convincendolo che i progressi raggiunti dal sistema dipendono anche e “comunque” dal suo contributo lavorativo.

Infine, oltre ai principi generali raccomandati per la progettazione o ri-progettazione dei sistemi di lavoro, la norma UNI EN ISO 10075-2 sottolinea la necessità di assegnare le attività da svolgere previa informazione, formazione e addestramento (tenendo conto anche delle differenze individuali).

 

Paola Cenni

Eur.Erg., Commissione Ergonomia UNI

 


Il sovraccarico biomeccanico e la valutazione del rischio

 

Indicazioni relative alle malattie da sovraccarico biomeccanico di origine professionale con particolare riferimento alla valutazione del rischio specifico. I metodi e i protocolli per la valutazione, la serie ISO 11228 e le vibrazioni.

Napoli, 27 Lug – Diversi articoli di PuntoSicuro hanno sottolineato come nei paesi industrializzati le patologie muscoloscheletriche rappresentino ormai una delle più diffuse malattie da lavoro. E in relazione ad “un più sensibile e diffuso meccanismo di riconoscimento della natura professionale di tali malattie, negli ultimi anni si è assistito ad un progressivo aumento del numero di denunce di tali patologie lavoro correlate (Work-related Musculoskeletal Disorders, WMSDs) presentate all’INAIL”. E i settori/comparti lavorativi che sono interessati a questa tipologia di rischio sono numerosi, generalmente caratterizzati “da un elevato grado di impegno diretto di manualità da parte degli addetti”. Ad esempio nelle attività caratterizzate da “processi che prevedono montaggio, assemblaggio, microassemblaggio, cablaggio a ritmi prefissati e/o elevati”. E ci sono poi settori caratterizzati da cicli produttivi ripetitivi, “non uniformabili ad un processo tipo ‘catena di montaggio’, ma costituiti da sequenze di operazioni complesse e non pienamente automatizzabili”.

A parlare in questi termini del sovraccarico biomeccanico nei luoghi di lavoro, con particolare riferimento alla valutazione dei rischi, è uno dei contributi presenti nella pubblicazione “ Le malattie professionali. Aspetti clinici ed assicurativi”, curata dalla Direzione regionale Campania dell’Inail. Una pubblicazione che raccoglie gli atti di un corso quadrimestrale di formazione sulle malattie professionali per operatori sanitari e consulenti delle parti che si è tenuto nel 2012 a Napoli.

 

L’intervento “Malattie da sovraccarico biomeccanico di origine professionale. La valutazione del rischio specifico”, a cura di Daniela Ferrante e Manrico Casale (Professionisti Contarp – INAIL Campania), ricorda che le malattie da sovraccarico biomeccanico sono patologie a carico delle strutture osteomuscolo-tendinee che “possono essere correlate ad attività lavorative caratterizzate da un costante impegno funzionale del distretto corporeo interessato. Lo sviluppo di queste tecnopatie è legato prevalentemente alla movimentazione manuale di carichi, all’effettuazione di compiti ripetitivi, all’assunzione di posture incongrue e all’esposizione a vibrazioni”.

 

Gli autori indicano che in questo caso la valutazione del rischio “si fonda principalmente sull’analisi delle modalità di svolgimento dell’attività lavorativa, con particolare riguardo ai fattori di rischio principali quali: elevata ripetitività/frequenza dei movimenti, impegno di forza elevato, presenza di posture incongrue, inadeguati periodi di recupero, utilizzo di strumenti vibranti, eventuali fattori di rischio secondari (microclima sfavorevole, presenza di contraccolpi e movimenti bruschi, compressioni localizzate su segmenti anatomici da parte di utensili, oggetti o piani di lavoro, ecc.)”. E in letteratura sono disponibili varie procedure di valutazione del rischio “ognuna delle quali tenta di quantificare, sia pure con diverse concezioni metodologiche, il contributo dei singoli fattori”.

 

In particolare accanto alle liste di controllo (le check list) che permettono di “inquadrare rapidamente le postazioni di lavoro (o le fasi lavorative) su cui è necessario intervenire con opportune misure di prevenzione, si trovano protocolli di analisi più complessi che conducono alla definizione di un indice di esposizione, derivato dall’integrazione delle informazioni di natura organizzativa, ottenute tramite l’elaborazione di elementi raccolti sui luoghi di lavoro, con dati di natura biomeccanica relativi al gesto tecnico preso in esame”.

 

In questo panorama di riferimento – continuano gli autori – “assumono particolare rilievo le norme tecniche dellaserie ISO 11228, espressamente citata dall’Allegato XXXIII del D.Lgs. 81/2008, che adotta metodi di analisi già adeguatamente validati: il metodo NIOSH per la misura degli indici di rischio nelle attività di sollevamento dei carichi (ISO 11228 Parte 1); il metodo Snook e Ciriello per la valutazione del rischio nelle attività di traino e spinta (ISO 11228 Parte 2); il metodo OCRA per la valutazione del rischio nelle attività che comportano movimenti ripetuti (ISO 11228 Parte 3)”.

Nell’analisi del rischio da sovraccarico biomeccanico assume inoltre un peso rilevante la “misura dell’esposizione a vibrazioni meccaniche, derivanti dall’utilizzo di utensili manuali (vibrazioni del sistema mano-braccio) oppure di automezzi di vario tipo (vibrazioni al corpo intero)”.

 

Rimandando ad una lettura integrale del contributo riportiamo brevemente alcune indicazioni relative alle tre parti della serie ISO 11228:

ISO 11228 Parte 1. Sollevamento e trasporto: la parte 1 delle norme tecniche della serie ISO 11228 “fa riferimento al metodo predisposto da NIOSH al fine di valutare il contributo al sovraccarico biomeccanico dovuto alle singole azioni di sollevamento manuale di carichi. Per ogni azione di sollevamento, infatti, il metodo calcola il cosiddetto ‘peso limite raccomandato’. Tale calcolo viene effettuato a partire dal massimo peso sollevabile in condizioni ideali (Massa di Riferimento – Mref). A tale peso si applica una equazione che considera l’eventuale esistenza di elementi sfavorevoli durante il sollevamento”;

ISO 11228 Parte 2. Spinta e traino: “la analisi del rischio di sovraccarico biomeccanico nelle attività di traino e spinta è legata principalmente alla valutazione di due forze che l’operatore applica per lo svolgimento del compito: la forza iniziale (FI), necessaria per vincere l’inerzia dell’oggetto, e la forza di mantenimento (FM) che deve prevalere sulle forze di attrito che si oppongono al movimento. La valutazione viene effettuata confrontando il valore delle forze effettivamente sviluppate dall’operatore in fase iniziale e di mantenimento, così come rilevate con l’impiego di dinamometri, con i valori riportati nelle cosiddette “Tabelle Psicofisiche”. Tali tabelle, che rappresentano il risultato di un’approfondita indagine condotta dai ricercatori Snook e Ciriello, riportano i valori delle forze raccomandate nelle azioni di traino e di spinta, per una popolazione lavorativa adulta sana in funzione di: differenza di genere, distanza di spostamento, frequenza di azione, altezza delle mani da terra”. Si indica che il criterio di valutazione del rischio proposto dalla norma ISO 11228-2 contempla due diversi livelli di approfondimento”;

ISO 11228 Parte 3. Movimentazione di piccoli carichi ad alta frequenza: “la parte terza della norma ISO 11228 riguarda la valutazione del rischio da sovraccarico biomeccanico degli arti superiori nelle attività che prevedono la movimentazione di piccoli carichi ad alta frequenza, con speciale riferimento ai compiti ciclici contraddistinti da movimenti ripetuti del distretto mano-braccio. Anche in questo caso, vista la complessità dell’approccio valutativo del rischio, la norma prevede una valutazione preliminare semplificata mediante check list, a cui segue una valutazione più approfondita nel caso in cui l’attività esaminata sia caratterizzata da due o più compiti ripetitivi oppure emerga una situazione che pone il lavoratore a livelli di rischio significativo. In tali casi la norma suggerisce l’applicazione del metodo OCRA”.

 

Segnaliamo, infine, che l’intervento si sofferma anche sulle vibrazioni.

Infatti numerosi studi hanno dimostrato che “alcune patologie muscolo scheletriche, in special modo alcune alterazioni a carico della colonna vertebrale, si riscontrano con maggiore probabilità in lavoratori soggetti a  vibrazioni caratterizzate da media-alta frequenza (tra 2 e 20 Hz) per le quali la muscolatura non è in grado di controllare i movimenti oscillatori indotti dalla sorgente vibrante nelle varie parti del corpo diversamente sollecitate, che quindi si comportano come un sistema a N gradi di libertà. Le esposizioni ad alte frequenze (≥20Hz), poi, sono comunemente generate da strumenti manuali vibranti e agiscono a livello degli arti inducendo malattie osteoarticolari e angioneurotiche”.

 

RTM

 

 


Analisi organizzativa e valutazione del rischio lavoro correlato

 

Un documento si sofferma sull’organizzazione del lavoro come sistema vivente e sull’indagine della dimensione psicosociale delle organizzazioni. Le costrittività organizzative, esistenziali e relazionali e il questionario ROAQ-R.

Milano, 27 Lug – Nei giorni scorsi PuntoSicuro ha presentato alcuni contenuti di un interessante intervento al convegno “Stress, molestie lavorative e organizzazione del lavoro: aspetti preventivi, clinici e normativo-giuridici. Le soluzioni possibili” organizzato da AIBEL, ATS Milano e SNOP (Milano, 7 giugno 2016). Un intervento che, parlando di disagio, di stress e di mobbing, invitava a considerare l’organizzazione del lavoro come un sistema vivente e a tener conto, di fronte al diffondersi del  disagio lavorativo, del contesto organizzativo, della dimensione sociale in cui il soggetto esplica la sua attività lavorativa.

Torniamo ad approfondire questo concetto con riferimento sempre all’intervento “L’organizzazione del lavoro come sistema vivente: Analisi organizzativa, valutazione del rischio lavoro correlato e limiti delle metodologie semplificate”,  a cura del Dr. Enzo Cordaro (Presidente Associazione Italiana Benessere e Lavoro),  ma con particolare attenzione al contenuto delle slide presentate a Milano.

 

Secondo il relatore, che fa un excursus delle metafore relative all’organizzazione (l’organizzazione vista come macchina, come organismo vivente, come sistema vivente), un’organizzazione deve essere considerata come un sistema vivente:

– in grado di “reagire agli stimoli interni ed esterni;

– con una sua dinamica di sviluppo, che può seguire percorsi evolutivi o regressivi i quali possono garantirle una salute ottima, oppure una salute cagionevole;

– possiede le sue potenzialità peculiari;

– deve essere nutrita;

– ha una sua capacità di comunicazione;

– riesce a dare una rappresentazione di sé”.

Ma bisogna anche tener conto che un sistema vivente “può anche morire”.

 

In particolare nell’ organizzazione agiscono al suo interno persone che “esprimono le loro emozioni, i loro pareri e che interagiscono tra di loro, creando un sistema per nulla predefinito, dinamico e fluttuante, che possiamo capire solo se riusciamo a interpretare il modello comunicativo e la rete conversazionale che ne deriva”. E infatti:

– “ogni ricorrente condivisione di uno spazio anche immateriale, esistenziale, o psicologico, orientato ad uno o più obiettivi e caratterizzato da contatti comunicativi ricorrenti, genera una rete di interazioni e di intersoggettività definita come rete di conversazione;

– nei gruppi, quando le azioni di una persona si coordinano ricorrentemente con quelle di altre, si generano strutture di interazioni emotivo cognitive;

– la rete conversazionale è in grado di generare e/o influenzare e modificare l’impianto strutturale della cultura organizzativa del sistema;

– la cultura organizzativa modifica gli atteggiamenti che a loro volta modificano la rete conversazionale, divenendo un sistema con forte potenzialità di retroazione”.

 

Le slide dell’intervento, che vi invitiamo a leggere integralmente e che si soffermano su vari aspetti teorici (teoria sistemica, teoria cibernetica, teoria dei gruppi), riportano indicazioni sulla teoria dellecostrittività organizzative.

Questa teoria si riferisce “a quegli aspetti dell’organizzazione che possono caratterizzarsi come più o meno ingombranti nel loro funzionamento, tanto da ridurre gli spazi di decisione individuale, indotti dalle scelte che l’organizzazione fa o è costretta a fare, evidenziando in alcuni casi le condizioni che possono intaccare il benessere fisico, mentale e sociale”.

Si possono avere costrittività organizzative, esistenziali e relazionali.

E le costrittività esistenziali si “riferiscono alla dimensione emotiva derivata dall’implicazione che le persone pongono nei confronti del lavoro che stanno svolgendo. La dimensione esistenziale del lavoro è tanto più implicante quanto più l’attività che si svolge si rappresenta come una scelta profonda effettuata dalla persona, una scelta che riesce a coinvolgere il proprio sistema valoriale e l’immagine che il soggetto ha di sé”.

Invece le costrittività relazionali sono rappresentate: “sia dalla modalità con cui si definiscono le relazioni emotive delle persone che sono vincolate ad una esistenza comune e si riferiscono alla modalità con cui il gruppo e/o il sistema ha impostato le regole della comunicazione implicita ed esplicita le quali rispondono alle dominanti culturali con cui l’organizzazione funziona; sia dalle reti conversazionali stabili con cui il sistema organizzato trasmette le informazioni, le quali riescono a definire in modo più o meno coerente l’ossatura strutturale del gruppo e/o sistema organizzato. I due aspetti sono in stretta relazione tra di loro e s’influenzano reciprocamente”.

 

Sono poi indicate alcune possibili conseguenze nell’organizzazione del lavoro delle costrittività organizzative (stanchezza psichica e fisica, caduta dell’attenzione, incremento dell’errore, irritabilità, noia, aggressività, …), costrittività esistenziali (disinteresse all’attività lavorativa, caduta dell’immagine positiva di sé, senso d’inutilità, depressione, ansia come emozione prevalente che accompagna l’atto lavorativo, …) e costrittività relazionali.

E si ricorda che le costrittività organizzative insieme alle esistenziali possono portare a patologie stress lavoro correlate e a burn-out e queste insieme alle costrittività relazionali possono condurre apatologie mobbing compatibili.

 

Infine segnaliamo che la relazione riporta poi anche informazioni sull’indagine della dimensione psicosociale delle organizzazioni.

 

Per questa tipologia di indagine è stato, ad esempio, utilizzato un questionario chiamato ROAQ-R (Risk Organizzation Assessment Questionnaire – Reduced Cordaro-Di Nicola) “validato secondo i normali criteri statistici e somministrato ad una popolazione di oltre ventimila persone, e da un’intervista strutturata da somministrare ai dirigenti che hanno responsabilità sul personale”. Uno strumento “utilizzato da undici Aziende Sanitarie e Ospedaliere su tutto il territorio, da sei importanti aziende del settore privato e da una Residenza Sanitaria Assistita”.

 

Si segnala che l’Agenzia Europea sulla sicurezza dei luoghi di lavoro ha riconosciuto in passato il ROAQ-R come “uno dei due strumenti idonei a valutare i processi organizzativi e misurare il rischio dell’insorgenza delle patologie stress lavoro correlate”.

In particolare il ROAQ-R è composto di 28 domande, “con le quali si chiede il parere del personale in merito a come vivono e interpretano la situazione organizzativa del proprio spazio lavoro” e il risultato che si ottiene evidenzia un valore di rischio riferito all’intera struttura organizzata e il livello di rischio diviso per i singoli servizi”.

L’incrocio successivo dei dati emersi dalla somministrazione del ROAQ-R con i dati emersi dall’intervista “permettono l’analisi comparata degli elementi quantitativa e qualitativa dell’indagine, permettendo a questa procedura di rilevare gli aspetti psicosociali che determina la condizione di rischio, permettendo l’impostazione di misure per la riduzione”.

 

Insomma con il questionario si hanno dati di natura quantitativa “utili ad attribuire un livello di rischio stress lavoro-correlato ai lavoratori esposti alle disfunzioni organizzative trovate col questionario; il dato è altresì interpretabile come espressione del livello di ‘salute organizzativa’; permette di individuare le aree critiche e le risorse disponibili per le azioni di miglioramento”. L’intervista fornisce poi “dati di natura quantitativa e qualitativa utili ad interpretare il dato numerico permettendo l’esplicitazione di alcune delle dinamiche, anche storiche, che hanno determinato la situazione in corso. Questi dati vengono interpretati anche in relazione alla congruità con ciò che emerge dal questionario”.

 

Il relatore si domanda, infine, cosa sia una condizione di benessere psicosociale e cosa è il suo contrario. E ricorda che, a questo proposito, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità si ha benessere psicosociale “quando l’individuo ha la possibilità di sfruttare tutte le sue capacità emozionali e cognitive per districarsi nella quotidianità della vita, costruire relazioni gratificanti con gli altri e gestire i conflitti interni ed esterni”.

 

Tiziano Menduto

 

 


D.Lgs. 81/2008: novità nel lavoro in somministrazione e nel distacco

 

Un intervento fa il punto della situazione sull’applicazione del D.Lgs. 81/2008 alle varie forme contrattuali. Focus sul lavoro somministrato, sul distacco del lavoratore e sull’associato in partecipazione con apporto di lavoro.

Imola, 26 Lug – Il mondo del lavoro in questi anni ha affrontato molti cambiamenti e non solo per le conseguenze delle crisi economiche globali, europee e nazionali, ma anche in relazione alle norme del cosiddetto “ Jobs Act” che hanno modificato molti contratti e forme lavorative.

Che impatto questi cambiamenti hanno avuto sul Testo Unico Sicurezza – TUSIC ( D.Lgs. 81/2008) e sulle tutele effettive dei lavoratori?

Per rispondere a questa domanda nei giorni scorsi ci siamo soffermati su un intervento al convegno “ Sicurezza sul lavoro: la parola agli enti di controllo” che si è tenuto a Imola il 25 novembre 2015 nell’ambito delle Settimane della Sicurezza 2015 organizzate dall’ Associazione Tavolo 81 Imola.

In “Applicazione del D.Lgs. 81/08 ai lavoratori con contratti di lavoro atipici e flessibili”, a cura di Maria Capozzi (DTL Bologna – Responsabile U.O. Vig. Tecnica), sono riportate, infatti,alcune novità in merito alle tutele di salute e sicurezza per le tipologie di lavoratori con riferimento alle modifiche del Decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81  recante “Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell’articolo 1, comma 7, della  legge 10 dicembre 2014, n. 183”.

 

Se nella prima parte di presentazione dell’intervento ci siamo occupati di lavoratori subordinati, soci lavoratori e lavoratori con contratti di collaborazione, oggi affrontiamo il lavoro somministrato, il distacco del lavoratore e l’associato in partecipazione.

 

Il lavoro in somministrazione, che sostituisce il precedente rapporto di lavoro interinale, presuppone due contratti:

1° Contratto: contratto di somministrazione – stipulato tra somministratore e utilizzatore;

2° Contratto: contratto di lavoro – stipulato tra somministratore e lavoratore.

E si sottolinea che il rapporto di lavoro “è tra il somministratore (Agenzia) e lavoratore anche se quest’ultimo svolge attività sotto le direttive di altro datore di lavoro”.

 

Alcune indicazioni della relatrice per la somministrazione di lavoro:

– “tutti gli obblighi di prevenzione e protezione sono a carico dell’impresa utilizzatrice della manodopera;

– somministratore: informa i lavoratori sui rischi per la sicurezza connessi alle attività produttive in generale e li forma e addestra alluso delle attrezzature necessarie all’attività lavorativa per la quale sono assunti;

– il contratto di somministrazione può prevedere che tale obbligo sia adempiuto dall’utilizzatore (indicazione nel contatto con il lavoratore);

– nel caso in cui le mansioni cui è adibito il prestatore di lavoro richiedano una sorveglianza medica speciale o comportino rischi specifici, l’utilizzatore ne informa il lavoratore;

– è vietato il ricorso al lavoro somministrato ai datori di lavoro che non hanno effettuato la valutazione dei rischi”.

 

Veniamo ora ai lavoratori a distacco.

 

Il distacco consiste nel “mettere temporaneamente a disposizione (da parte di un datore di lavoro) uno o più lavoratori presso altro soggetto”. Sono tre le parti coinvolte:

distaccante – “datore di lavoro titolare del contratto di lavoro con il lavoratore;

distaccatario – soggetto presso cui il lavoratore svolge la propria attività;

lavoratore”.

Inoltre sono tre le condizioni per il distacco:

– “interesse del distaccante;

– temporaneità;

– titolarità in capo al distaccante del rapporto di lavoro (che resta titolare del potere contributivo e retributivo anche se il potere direttivo passa in capo al distaccatario)”.

E riguardo alla sicurezza:

distaccante: “ha l’onere di informare e formare il lavoratore sui rischi tipici derivanti dallo svolgimento delle mansioni per le quali viene distaccato;

distaccatario: risponde di tutti gli obblighi di prevenzione e protezione”.

Riguardo al distacco ricordiamo l’ Interpello n. 8/2016 del 12 maggio 2016 che contiene un parere della Commissione Interpelli sul tema degli obblighi in materia di sorveglianza sanitarianell’ipotesi di distacco del lavoratore.

 

Concludiamo questa breve rassegna parlando dell’associato in partecipazione.

 

La relatrice segnala che nasce come “contratto ove l’associato apporta capitali (denaro, beni) per la realizzazione di determinati fini ricollegati all’impresa o ad uno o più affari dell’associante”. E si indica che nell’ultimo periodo “è stato utilizzato sempre più con apporto di tipo lavorativo. In questo caso, la finalità consiste nello scambio tra il soggetto che detiene il capitale ed un altro soggetto il quale, invece, possiede una certa professionalità da essere considerata dall’associante come elemento rilevante per la riuscita dell’impresa o dell’affare”.

 

Ricordiamo il contenuto del Decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81 riguardo al superamento dell’associazione in partecipazione con apporto di lavoro:

 

Art. 53 – Superamento dell’associazione in partecipazione con apporto di lavoro

1. All’articolo 2549 del codice civile sono apportate le seguenti modificazioni: a) il secondo comma è sostituito dal seguente: «Nel caso in cui l’associato sia una persona fisica l’apporto di cui al primo comma non può consistere, nemmeno in parte, in una prestazione di lavoro.»; b) il comma terzo è abrogato.

2. I contratti di associazione in partecipazione in atto alla data di entrata in vigore del presente decreto, nei quali l’apporto dell’associato persona fisica consiste, in tutto o in parte, in una prestazione di lavoro, sono fatti salvi fino alla loro cessazione.

La relatrice indica che per i contratti ancora in essere relativi all’associazione in partecipazione si “applica la disciplina in materia di igiene e sicurezza sul lavoro quando la prestazione lavorativa si svolga nei luoghi di lavoro dell’associante”.

A questo proposito ricordiamo, infine, cosa indica l’articolo 2, comma 1 del TUSIC:

Articolo 2 – Definizioni

1. Ai fini ed agli effetti delle disposizioni di cui al presente decreto legislativo si intende per:

a) «lavoratore»: (…) Al lavoratore così definito è equiparato: (…) l’associato in partecipazione di cui all’articolo 2549, e seguenti del codice civile; (…)

RTM

 


Supply chain security: qualche novità

 

a sicurezza della catena dei rifornimenti: sta avanzando il progresso verso un più elevato livello di sicurezza della movimentazione internazionale delle merci. Di Adalberto Biasiotti.

L’economia mondiale dipende da un fluido movimento di milioni di tonnellate di merci, ogni giorno, attraverso i vari porti del mondo, nel quadro di una politica di sicurezza della catena dei rifornimenti, meglio nota come supply chain security. Il tema viene specialmente illustrato a tutti i professionisti della security, in quanto il regolare flusso di materie prime e semilavorati e il regolare deflusso di prodotti finiti rappresentano aspetti fondamentali della business continuity management system.

Spesso i professionisti della security hanno un approccio a tunnel nell’esaminare i problemi di sicurezza dell’azienda, per cui lavorano.

Mentre tutti si preoccupano di possibili furti o danneggiamenti dei prodotti a magazzino, o dei prodotti già consegnati ai clienti, non tutti si preoccupano del fatto che, perché questi prodotti possano essere disponibili per la vendita, è necessario un regolare e sicuro afflusso di semilavorati e materie prime.

 

Durante un recente corso, destinato ai professionisti della security, esaminammo in modo particolare il caso di un grandissimo fabbricante di prodotti dolciari, che evidentemente non avrebbe potuto mettere nulla sul mercato, se non avesse ricevuto regolari rifornimenti di cacao da varie parti del mondo. È in questo contesto che la supply chain security riveste un ruolo fondamentale e un professionista della security, che esamina con approccio allargato le sue responsabilità, non può esimersi da analizzare anche questi aspetti.

 

Questa è la ragione per cui gli ispettori del General Accontability Office hanno condotto una analisi approfondita delle modalità con cui negli Stati Uniti vengono accolte le merci, che arrivano, in milioni di tonnellate al giorno, nei porti americani.

I responsabili della sicurezza di questo traffico sono rispettivamente il dipartimento della sicurezza nazionale-DHS e il dipartimento degli Stati Uniti delle dogane della protezione dei confini- CBP.

Il documento ha valutato varie aree, sia afferenti all’arrivo delle merci negli Stati Uniti, sia al fatto che in alcuni casi le merci possono essere controllate nel porto di partenza.

Particolare attenzione viene poi posta a merci che vengono classificate nell’area ad alto rischio, per le quali si applicano regole speciali.

Quando ci si trova davanti a un eccesso di traffico, gli uffici competenti americani hanno il permesso di saltare i controlli su alcuni carichi, purché essi rispondano a determinati parametri di sicurezza. È apparso chiaro che spesso la deroga sui controlli viene concessa anche se non vi sono gli estremi per poterla concedere.

I due enti americani interessati si erano impegnati a effettuare controlli sui porti, da cui partono le merci dirette agli Stati Uniti, fino dal 2005.

Purtroppo i porti esteri sono stati molto lenti nell’attuare la ormai famosa containersecurity iniziative – CSI, che rappresenta appunto il programma, in base al quale vengono verificati i livelli di sicurezza dei porti di partenza. Se il livello di sicurezza è soddisfacente, i controlli in arrivo negli Stati Uniti sono ridotti.

 

In appendice a questo documento presento una fotografia del terminal  europeo di Voltri, vicino a Genova, che rientra appunto fra i terminali di partenza, che godono di un elevato livello di sicurezza.  Il terminal  è uno dei terminali portuali italiani certificati dalle autorità americane.

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Per impostare in modo organico i controlli, il dipartimento della sicurezza nazionale gli Stati Uniti ha costruito una sorta di matrice con livelli di priorità, che viene utilizzata per tenere sempre sotto controllo il livello di sicurezza dei porti di interscambio.

Naturalmente nulla è stato fatto per i porti che ancora non hanno attivato questa procedura e la situazione è tale da rendere sempre più difficoltoso il movimento di merci verso gli Stati Uniti.

 

Ricordo anche che nell’ottobre 2009 gli Stati Uniti decisero che il 100 % dei contenitori diretti agli Stati Uniti avrebbe dovuto  essere controllato nei porti di partenza.

L’obiettivo si è rivelato subito estremamente ottimistico, tant’è vero che la data ultima è stata già spostata ben tre volte, ogni volta per due anni, e l’ultima data utile, almeno ad oggi, è luglio 2018. Vista la situazione, o si dà una ennesima proroga oppure metà delle merci che devono arrivare gli Stati Uniti non potranno nemmeno partire dai porti di origine!

 

Un altro elemento di sicurezza nella lotta, tesa a garantire la supply chain security è legato ad un programma chiamato custom-trade partnership against terrorism C-TPAT,  che dovrebbe aiutare tutti i soggetti coinvolti nel limitare la possibilità che le merci possano essere utilizzate come schermo per attività terroristiche.

Anche in questo caso, l’intenzione era ottima, ma sembra che l’attuazione pratica lasci ancora molto a desiderare.

 

D’altro canto si può ben capire come garantire la sicurezza di milioni di tonnellate di merci, in movimento ogni giorno, non sia un problema di facile soluzione. Ciò che conforta è però il fatto che, seppure a una velocità inferiore a quanto si sperava, il progresso verso un più elevato livello di sicurezza della movimentazione internazionale delle merci sta comunque avanzando.

 

Adalberto Biasiotti


Sul criterio di individuazione dei rischi specifici dell’appaltatore

 

Il rischio negli appalti interni non è specifico dell’appaltatore se per la sua eliminazione basta ricorrere a precauzioni generiche ma quando richiede una specifica competenza tecnica. A cura di Gerardo Porreca.

Ha trovato l’occasione la Corte di Cassazione in questa sentenza per analizzare le disposizioni di cui all’articolo 26 del D. Lgs. 9/4/2008 n. 81 ed in particolare per fornire delle indicazioni sull’esclusione della loro applicazione prevista nell’ultimo periodo del comma 3 dello stesso articolo nel caso della presenza di rischi specifici delle imprese appaltatrici e dei lavoratori autonomi. Negli appalti interni, ha infatti sostenuto la suprema Corte, i rischi non sono da considerarsi specifici dell’appaltatore o dei lavoratori autonomi se per la loro eliminazione basta ricorrere a precauzioni generiche ma quando l’eliminazione stessa richiede una specifica competenza tecnica settoriale, normalmente assente in chi opera in settori diversi, nella conoscenza delle procedure da adottare nelle singole lavorazioni o nell’utilizzazione di speciali tecniche o nell’uso di determinate macchine.

Il fatto, l’iter giudiziario e il ricorso in Cassazione

La Corte d’Appello ha confermata la sentenza con la quale il Tribunale aveva condannato il legale rappresentante di una azienda agricola, il datore di lavoro di una ditta appaltatrice e il responsabile del servizio di prevenzione e protezione dell’impresa appaltatrice stessa  per il reato di cui agli arti. 40 comma 2, 41, 589 commi 1 e 2 cod. pen. in danno di un lavoratore dipendente. Il lavoratore si era infortunato mortalmente nel corso dei lavori di sostituzione di un telo nella serra installata presso l’azienda agricola in quanto, avendo raggiunto la parte superiore della impalcatura metallica, senza ausilio di scale o ponteggi omologati e senza l’utilizzo di idonei dispositivi di protezione e non potendo per tale motivo operare frontalmente al tubo avvolgitelo, come espressamente prescritto dalle istruzioni di montaggio e smontaggio della serra, è stato costretto a sporgersi in avanti per l’utilizzo di una chiave avvolgitelo che, a causa di un improvviso cedimento, effettuava uno scatto rotativo in senso antiorario attingendolo al capo e provocandogli gravi lesioni che ne causavano la morte.

 

Al legale rappresentante dell’azienda agricola nonché committente dei lavori di sostituzione dei teli della serra dell’azienda era stato contestato di avere omesso di controllare e verificare la corretta e puntuale esecuzione dei lavori appaltati con particolare riferimento al dovere di ottemperare agli obblighi specificamente previsti dalla vigente normativa in materia di salute e sicurezza. Al titolare della ditta appaltatrice dei lavori di sostituzione dei teli della serra era stato contestato di avere quale datore di lavoro dell’infortunato posto in essere una serie di omissioni, in violazione degli artt. 3, 21, 22 35, 37 e 38 D. Lgs. 626/1994 mentre al responsabile del servizio di prevenzione e protezione era stato contestato di avere omesso di segnalare a tutti i preposti i pericoli connessi alla effettuazione dei lavori di sostituzione dei teli senza l’utilizzo di idonei dispositivi di protezione e senza il rispetto delle procedure indicate nel libro di istruzioni per il montaggio e lo smontaggio dei teli medesimi

 

Avverso la decisione della Corte di Appello gli imputati hanno fatto ricorso in Cassazione con atti distinti. Il legale rappresentante dell’azienda ha sostenuto l’illogicità della motivazione con riferimento all’affermazione della sua penale responsabilità ed in particolare al ritenuto nesso causale ed alla sua posizione di garanzia sostenendo che l’evento infortunistico non si sarebbe verificato se la persona offesa avesse osservato puntualmente la procedura di sostituzione dei teli. Il titolare dell’impresa appaltatrice, fra le altre motivazioni, si è lamentato che non fosse stata esclusa la sua responsabilità attesa l’esistenza nel caso specifico del preposto e del responsabile della sicurezza mentre il RSPP ha lamentato che nel caso in esame erano state travisate le funzioni che il D. Lgs. n. 626/1994 ha attribuito alla sua figura.

 

Le decisioni della Corte di Cassazione

I ricorsi sono stati ritenuti infondati dalla Corte di Cassazione che li ha pertanto rigettati. Con riferimento al ricorso del legale rappresentante la Corte suprema ha messo in evidenza che anche e qualora fossero state eseguite le procedure corrette, restava il fatto che è stata acclarata nel caso in esame l’assoluta mancanza di qualsivoglia dispositivo di protezione individuale (quali quelli suggeriti dalle stesse istruzioni di montaggio quali caschi, cinture di sicurezza, ecc.) il cui utilizzo avrebbe sicuramente consentito, se non di azzerare qualsiasi conseguenza pregiudizievole, quanto meno di attenuarla. Né può ritenersi, ha precisato la Sez. IV, che il lavoratore con il suo comportamento abbia dato luogo ad una causa sopravvenuta idonea ad escludere il rapporto di causalità. Perché ciò avvenga, infatti, ha precisato la Corte di Cassazione, si deve trattare di un percorso causale ricollegato ad un comportamento completamente atipico, di carattere assolutamente anomalo ed eccezionale; di un evento che non si verifica se non in casi del tutto imprevedibili. Assolutamente corrette quindi sono state le decisioni dei giudici di merito i quali hanno escluso l’abnormità della condotta del lavoratore infortunato.

 

Quanto alla posizione di garanzia del rappresentante legale dell’azienda agricola quale committente dei lavori la Corte suprema ha fatto osservare che in materia di infortuni sul lavoro in un cantiere il committente rimane il soggetto obbligato in via principale all’osservanza degli obblighi imposti dal D. Lgs. n. 494/1996 e che peraltro l’art. 7 comma 3 del D. Lgs. n. 626/1994 prevede che incombe sul datore di lavoro committente promuovere la cooperazione e il coordinamento e che tale obbligo debba ritenersi escluso soltanto nel caso di “rischi specifici delle attività delle imprese appaltatrici o dei singoli lavoratori autonomi”. “L’esclusione, dunque”, così prosegue la Sez. IV, “è prevista non per le generiche precauzioni, da adottarsi negli ambienti di lavoro per evitare il verificarsi di incidenti, ma per quelle regole che richiedono una specifica competenza tecnica settoriale, normalmente assente in chi opera in settori diversi nella conoscenza delle procedure da adottare nelle singole lavorazioni o nell’utilizzazione di speciali tecniche o nell’uso di determinate macchine”. “In tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro”, ha ribadito ancora la Sez. IV, “qualora il lavoratore presti la propria attività in esecuzione di un contratto d’appalto, il committente è esonerato dagli obblighi in materia antinfortunistica, con esclusivo riguardo alle precauzioni che richiedono una specifica competenza tecnica nelle procedure da adottare in determinate lavorazioni, nell’utilizzazione di speciali tecniche o nell’uso di determinate macchine”.

 

In merito alle lamentele avanzate dal datore di lavoro del lavoratore infortunato riferite  all’accertata esistenza nel caso in esame della figura del preposto e di quella del RSPP, la Corte di Cassazione ha osservato che costituisce principio del tutto consolidato che, in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, il datore di lavoro, quale primo responsabile della sicurezza, ha l’obbligo sia di predisporre le misure antinfortunistiche che quello di sorvegliare continuamente sulla loro adozione da parte degli eventuali preposti e dei lavoratori, in quanto, in virtù della generale disposizione di cui all’ art. 2087 c.c., egli è costituito garante dell’incolumità fisica dei prestatori di lavoro.

 

Venendo infine al ricorso del responsabile dei servizi di prevenzione e protezione la Sez. IV ha esaminata la questione concernente il ruolo da questi rivestito di RSPP. Tale figura, ha sostenuto la stessa, non è destinataria in prima persona di obblighi sanzionati penalmente e svolge un ruolo non operativo, ma di mera consulenza; l’argomento non è tuttavia di per sé decisivo ai fini dell’esonero dalla responsabilità penale. In realtà, l’assenza di obblighi penalmente sanzionati si spiega agevolmente proprio per il fatto che il servizio è privo di un ruolo gestionale e decisionale. Tuttavia quel che importa è che il RSPP sia destinatario di obblighi giuridici  e non vi è dubbio che, con l’assunzione dell’incarico, egli assuma l’obbligo giuridico di svolgere diligentemente le funzioni di competenza.

 

D’altra parte, il ruolo svolto dal RSPP è parte inscindibile di una procedura complessa che sfocia nelle scelte operative sulla sicurezza compiute dal datore di lavoro e la sua attività può ben rilevare ai fini della spiegazione causale dell’evento illecito. L’imputato, nel caso in esame, aveva l’obbligo giuridico nella veste di RSPP di fornire attenta collaborazione al datore di lavoro individuando i rischi lavorativi e fornendo le opportune indicazioni tecniche per risolverli. La sentenza della Corte di Appello ha chiarito come lo stesso abbia violato gli obblighi imposti dalla legge, omettendo la necessaria, doverosa attività di segnalazione e stimolo ai fini della rimozione dei rischi.

 

Gerardo Porreca