Pareri VVF per le linee di trasmissione dell’energia elettrica

 

Autore: Mario Abate
Categoria: Prevenzione incendi

17/05/2019: Nuove indicazioni inerenti le modalità di rilascio dei pareri di prevenzione incendi da parte dei VVF per gli elettrodotti, riportate da una lettera circolare del Dipartimento dei vigili del fuoco

Gli elettrodotti, come noto, non costituiscono attività assoggettate ai controlli amministrativi di prevenzione incendi, non essendo ricompresi nell’allegato I del DPR 151/2011, quindi non sottoposte all’obbligo di produrre segnalazione certificata d’inizio attività ai fini antincendio; pur tuttavia il tracciato degli elettrodotti potrebbe interferire in maniera sostanziale con la sicurezza di attività soggette al controllo dei vigili del fuoco o anche con attività a rischio di incidente rilevante, comprese nel campo di applicazione del D. Lgs. n. 105 del 26.06.2015 (Attuazione della direttiva 2012/18/UE relativa al controllo del pericolo di incidenti rilevanti connessi con sostanze pericolose). 

In merito sono recentemente intervenute nuove indicazioni inerenti le modalità di rilascio dei pareri di prevenzione incendi da parte dei Comandi provinciali VVF per gli elettrodotti; tali indicazioni sono riportate dalla lettera circolare del Ministero dell’Interno, Dipartimento dei vigili del fuoco, prot. 3300 del 06.03.2019, con la quale si aggiornano gli indirizzi di prevenzioni incendi utili per il rilascio del parere dei vigili del fuoco relativo ai procedimenti autorizzativi della rete nazionale di trasporto dell’energia elettrica.

Con riferimento al parere da esprimersi da parte del Ministero dell’interno, la lettera circolare prot. 3300 del 06.03.2019 chiarisce che il soggetto proponente dovrà presentare al Comando dei Vigili del Fuoco competente territorialmente, in duplice copia:

  • Richiesta di valutazione della compatibilità dell’elettrodotto con le infrastrutture esistenti corredate del relativo versamento da effettuarsi ai sensi del D. Lgs. 139/2006 e del D.M. 02.03.2012 (Aggiornamento delle tariffe dovute per i servizi a pagamento resi dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco); dovrà prevedersi per la valutazione suddetta un importo commisurato a quattro ore di istruttoria;
  • Planimetrie in scala opportuna riportanti il tracciato delle opere previste e le eventuali attività soggette ai controlli di prevenzione incendi con cui l’elettrodotto potrebbe interferire;
  • Relazione sottoscritta da tecnico abilitato ai sensi del DM 07.08.2012, dalla quale sia evincibile il rispetto delle distanze di sicurezza da elettrodotti prescritte dalle vigenti norme di prevenzione incendi.

La documentazione suddetta dovrà essere inviata, in formato digitale, anche al Ministero dello Sviluppo Economico per l’acquisizione agli atti e alla Direzione Centrale per la Prevenzione e la Sicurezza Tecnica del Dipartimento dei vigili del fuoco.

Qualora il progetto comprenda ulteriori attività di cui all’allegato I del DPR 151/2011 (ad esempio gruppi elettrogeni, macchine elettriche, ecc.), dovranno prevedersi i corrispondenti importi per la valutazione del progetto in aggiunta alle quattro ore previste per la valutazione dell’elettrodotto come sopra specificato.

La recente lettera circolare prot. 3300 del 06.03.2019 sostituisce integralmente le lettere circolari della Direzione Centrale prevenzione e sicurezza tecnica prot. n. 7075 del 27.04.2010 e prot. n. 10925 del 15.07.2010, precedentemente vigenti.

Mario Abate

Dirigente Vicario – Comando VVF Milano


Traumi nei luoghi di lavoro: la valutazione dell’infortunato

 

Autore: Redazione
Categoria: Primo Soccorso

17/05/2019: Un documento Inail sul primo soccorso nei luoghi di lavoro si sofferma sul soccorso traumatologico. La valutazione primaria e secondaria del lavoratore infortunato e la stabilizzazione termica.

Roma, 17 Mag – Dopo una lesione traumatica in un ambiente di lavoro, uno dei compiti rilevanti che deve mettere in atto un soccorritore, oltre ad un’attenta valutazione dello scenario che si trova di fronte e dei rischi correlati, è la valutazione del lavoratore infortunato.

Infatti “il principio base da tenere a mente quando ci si avvicina ad un traumatizzato è quello di valutare ed eventualmente sostenere le funzioni vitali di base (coscienza, respiro, circolo)”.

A ricordarlo è la pubblicazione “ Il primo soccorso nei luoghi di lavoro”, elaborata dal Dipartimento di medicina, epidemiologia, igiene del lavoro e ambientale dell’ Inail, che sottolinea come il miglioramento della qualità del soccorso può ridurre fortemente gli infortuni mortali da traumi. Una pubblicazione che si presenta come strumento didattico per i lavoratori addetti al primo soccorso e per i formatori e che non sostituisce un corso di formazione che preveda delle esercitazioni pratiche, così come definito dall’art. 45 del d.lgs. 81/2008 e dal d.m. salute 388/2003.

Ci soffermiamo, in particolare, su:

La valutazione del lavoratore infortunato

Nel documento Inail, curato da Bruno Papaleo, Giovanna Cangiano, Sara Calicchia e Mariangela De Rosa (Inail), si segnala che la valutazione del paziente infortunato “si attua secondo un protocollo standard ormai validato da tempo e in uso presso i soccorritori professionisti di tutto il mondo. Si tratta di una valutazione primaria e di una valutazione secondaria”:

  • Valutazione primaria (primary survey):
    • “appena giunti sul posto;
    • identifica velocemente i pericoli di vita”.
  • Valutazione secondaria (secondary survey):
    • “ricerca le lesioni non immediatamente evidenti;
    • controlla la progressione di segni e sintomi”.

Senza dimenticare che la valutazione “è cosa differente dalla diagnosi che è una prerogativa esclusivamente medica. Serve ad individuare le condizioni di pericolo per la vita e può essere effettuata anche da personale non sanitario”.

Riguardo alla valutazione primaria si indica che i concetti fondamentali della valutazione del paziente traumatizzato “non si discostano molto da quelli utilizzati nell’ arresto cardiorespiratorio, ma in questo caso la situazione è più complessa”.

La valutazione primaria “è preceduta da una fase assai veloce della durata di pochi secondi, denominata quick look(prima occhiata) attraverso la quale il soccorritore valuta una serie di parametri che possono permettergli di rispondere ad alcune domande iniziali:

  • Il paziente è facilmente accessibile o necessita di essere girato o estricato da un veicolo? Ha il casco?
  • Mostra segni vitali? Si muove, parla?
  • Vi sono emorragie evidenti ed importanti?

Questa “prima occhiata” dice già se il paziente “è critico cioè in grave pericolo di vita o non (ancora) critico, nel senso che i suoi parametri vitali sono ancora buoni, ma potrebbero improvvisamente peggiorare”. Si ricorda poi che bisogna “considerare anche la posizione in cui troviamo l’infortunato: nel caso in cui sia prono, va girato e messo supino, nel caso in cui sia incarcerato in un veicolo va estratto con tutte le cautele del caso”.

Riguardo poi alla valutazione primaria propriamente detta si indicano gli obiettivi (“la rapida individuazione delle priorità e la valutazione iniziale delle lesioni che mettono a rischio la vita”) e le 5 fasi:

A – Airway (pervietà vie aeree e rachide cervicale).

B – Breathing (respirazione).

C – Circulation (circolo ed emorragie).

D – Disability (deficit neurologici).

E – Esposure (esposizione e protezione termica).

In particolare la valutazione “deve sempre seguire questo ordine e non va mai invertita. Se durante una fase si individua una condizione di pericolo, bisogna provvedere immediatamente al trattamento prima di passare alla fase successiva. Se durante una fase il quadro peggiora, si deve tornare indietro e ricominciare valutazione e trattamento”.

Ed è importante ricordare che, “se il paziente non presenta segni di vita (coscienza, respiro), va sottoposto immediatamente al BLS” (Basic Life Support) così come descritto nel capitolo “Supporto vitale di base e defibrillazione precoce” del documento.

Rimandiamo alla lettura integrale del documento che riporta ulteriori informazioni (ad esempio riguardo alla cosiddetta “posizione neutra”) e specifiche indicazioni pratiche per ogni fase citata.

Riportiamo anche il breve riepilogo delle fasi contenuto nella pubblicazione:

La metallina e la stabilizzazione termica

Riprendiamo alcune informazioni sulla “metallina”, di cui si parla nel documento a proposito della fase E e del pericolo dell’ipotermia.

La “metallina” – o anche telino isotermico o coperta isotermica – è “un presidio medicale utilizzato per contribuire alla stabilizzazione termica dei pazienti. È formato da due strati, uno argentato ed uno dorato.

Si indica che “la superficie dorata si lascia attraversare da calore e raggi solari, mentre quella argentata tende a rifletterli. In caso di trauma, ustione o ipotermia – situazioni in cui il corpo tende a raffreddarsi – si deve rivolgere il lato di colore argento verso il paziente, in modo che la coperta abbia la funzione di mantenere all’interno il calore corporeo (conserva circa l’80% del calore prodotto dal corpo). Se invece si posiziona il lato dorato a contatto con il corpo, la parte argentata all’esterno riflette i raggi del sole e permette al corpo di rimanere fresco (protezione dal caldo)”.

La valutazione secondaria

Riportiamo, infine, alcune informazioni sulla valutazione secondaria che “è un esame clinico vero e proprio ed è generalmente compiuto da sanitari. In questa fase i soccorritori sanitari professionisti effettuano l’esame testa-piedi in maniera approfondita. Serve a mettere in evidenza lesioni non immediatamente visibili ad un rapido esame ma che, se non individuate e trattate, possono mettere a repentaglio la vita del paziente. Serve anche a dare un’idea più precisa della gravità del quadro clinico ed è funzionale ad un corretto indirizzamento presso la struttura sanitaria più adeguata”.

Si indica che i soccorritori non sanitari “in questa fase nell’attesa dei soccorsi sanitari possono raccogliere ulteriori informazioni per la migliore comprensione della dinamica del trauma e se possibile qualche notizia sullo stato di salute del paziente se questi è collaborante o se sono presenti familiari o conoscenti (ad esempio se ha qualche malattia importante come malattie cardiorespiratorie, diabete, se prende farmaci, se li ha con sé)”.

Concludiamo segnalando che il documento riporta anche indicazioni sulla mobilizzazione del traumatizzato con particolare riferimento:

  • alla manovra di prono supinazione;
  • alla manovra di rotazione in asse;
  • ai presidi per l’immobilizzazione e il trasporto (collare cervicale, tavola spinale e sistema di fissaggio, barelle, materasso a depressione, stecco bende, …).

RTM


Dispositivi di protezione individuale: quali sono le criticità normative?

 

Brescia, 17 Mag – Gli articoli che riguardano i dispositivi di protezione individuale e, ancor più, le novità normative in materia, suscitano sempre molta attenzione tra i nostri lettori.

Attenzione che ha suscitato, ad esempio, un recente nostro approfondimento sul Decreto legislativo 19 febbraio 2019, n. 17 recante “Adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del regolamento (UE) n. 2016/425 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 9 marzo 2016, sui dispositivi di protezione individuale e che abroga la direttiva 89/686/CEE del Consiglio”. Decreto che ha portato, in adeguamento al Regolamento (UE) 2016/425, ad alcune modifiche al D.Lgs. 81/2008 e ad una vera e propria riscrittura del D.Lgs. 475/1992.

Le criticità del decreto legislativo 17/2019

Le nuove domande a Virginio Galimberti

Le problematiche dei DPI per i singoli utilizzatori

L’utilizzo di tecnologie IoT

Le criticità del decreto legislativo 17/2019

In relazione al decreto n. 17/2019 abbiamo poi realizzato anche un’ intervista a Virginio Galimberti, vicepresidente della Commissione Sicurezza, presidente della Sottocommissione DPI dell’UNI e componente dell’Associazione Ambiente e Lavoro.

Un’intervista che ci ha permesso non solo di mettere a fuoco le modifiche operate, e l’impatto delle stesse sulle aziende, dal decreto, ma anche di accennare ad alcune criticità, lacune e difficoltà interpretative sorte o rimaste nella normativa sui DPI dopo la promulgazione del D.Lgs. 17/2019.

In relazione a tutte queste problematiche, abbiamo deciso di dare la possibilità a Virginio Galimberti di rispondere ad alcune domande e fornire nuove informazioni sulle criticità riscontrate, in attesa di futuri interventi normativi per risolverle. 

Le nuove domande a Virginio Galimberti

Nella precedente intervista sul Decreto legislativo 17/2019 abbiamo accennato ad alcune criticità. Partiamo da quanto si diceva riguardo alla certificazione per le aziende produttrici…

Virginio Galimberti: Nella precedente intervista ho fatto riferimento alle problematiche più dirette che costringono i fabbricanti, secondo alcune interpretazioni, a “ricertificare” in tempi relativamente ristretti i loro prodotti.

Il regolamento, entrato in vigore il 20 Aprile 2016, ha previsto la propria applicazione e la contemporanea abrogazione della direttiva a partire dal 21 Aprile 2018 ammettendo (art.47) il divieto di ostacolare la “messa a disposizione sul mercato” di articoli certificati secondo la vecchia D.E. 89/686/CEE e “immessi sul mercato anteriormente al 21 Aprile del 2019”.

Sul termine “immissione sul mercato”, definito dallo stesso regolamento come la “prima messa a disposizione di un DPI sul mercato dell’Unione”, ci sono interpretazioni diverse da parte degli Organismi Notificati in particolare per i DPI di terza categoria che dovrebbero essere rivisti e aggiornati in occasione della verifica annuale prevista dalla legge.

Altro problema è rappresentato dalle scadenze previste in rapporto alla quantità di DPI che devono o dovrebbero essere ricertificati.

Vista l’enorme quantità di prodotti sul mercato che devono essere certificati ex novo o, come richiede il regolamento, convertiti, si è verificato il problema previsto legato alla insufficiente potenzialità operativa degli Organismi Notificati che devono intervenire nella fase di certificazione dei DPI.

Le problematiche dei DPI per i singoli utilizzatori

Un’altra problematica che lei ha sollevato, probabilmente correlata più al regolamento europeo che al decreto di adeguamento, riguarda invece i DPI prodotti per adattarsi a singoli utilizzatori. Cerchiamo di spiegare innanzitutto di che DPI parliamo…

V.G.: Essendo il testo del decreto perfettamente identico a quello del regolamento, il problema che ho sollevato è correlato pari merito ad entrambi i documenti.

Non mi risulta facile tentare di spiegare di che tipi di DPI si parla perché io stesso non ho le idee chiare per quanto proposto dal regolamento in particolare per quelli denominati dallo stesso come “… DPI prodotti in serie in cui ciascun articolo è fabbricato per adattarsi a un singolo utilizzatore

Per l’altra tipologia, ovvero, “…  DPI prodotti come unità singole per adattarsi a un singolo utilizzatore” avrei meno difficoltà per identificarli.

Secondo il mio punto di vista, avendo seguito buona parte delle fasi evolutive delle proposte di modifica della D.E. 89/686/CEE, era intenzione affrontare il problema della copertura della certificazione CE per quei DPI che, per essere adattati a lavoratori con qualche problema fisico (es.: dotazione di guanti di protezione a un lavoratore a cui mancano un paio di dita della mano) devono subire modifiche strutturali rispetto alla loro progettazione originale.

Con la vecchia direttiva questo aspetto non era previsto. Da quanto mi risulta se il guanto da lavoro veniva modificato eliminando le dita inutili lo stesso perdeva la certificazione CE diventando automaticamente un DPI fuori legge. Per contro se non veniva adattato il guanto lo stesso non poteva essere utilizzato in quanto possibile causa di rischi. Questo per quanto riguarda il singolo DPI da adattarsi al singolo lavoratore.

Per l’altra tipologia prevista, confermo la mia difficoltà ad individuare quali possono essere questi DPI e resto in attesa degli sviluppi proposti dal CEN per la revisione della norma EN 20344 delle calzature di sicurezza/protezione/lavoro per capire quali possano essere.

Che problemi può creare la mancanza di una definizione normativa chiara di alcuni dispositivi? Da cosa dipende, a suo parere, questa lacuna normativa?

V.G.: La mancanza della definizione dei dispositivi di protezione di questo tipo rappresenta un grossissimo problema in quanto non permette una perfetta identificazione dei dispositivi stessi.

Non avendo le idee chiare di cosa si tratta, diventa anche difficile capire a cosa si applica la legislazione, come devo gestire la documentazione che deve essere prodotta, come produrla e, in particolare come poi gestire il dispositivo stesso, ammesso di averlo identificato, sia da parte di chi lo produce e sia per quanto concerne la fase di certificazione.

Infine ci sarebbero poi problemi per l’utilizzatore finale.

Sono in trepida attesa di vedere qualche DPI di questo tipo “immesso sul mercato”.

A chi imputare questa lacuna? A mio parere alla scarsa conoscenza dell’argomento di chi partecipa ai lavori della Unione Europea e dallo scarso interesse della stessa Unione Europea per l’argomento DPI.

L’utilizzo di tecnologie IoT

Infine diamo qualche informazione sugli sviluppi tecnologici dei dispositivi di protezione individuale. Nel regolamento o nel decreto si fa riferimento all’utilizzo di tecnologie IoT, Internet of Things, nell’impiego dei DPI? Perché sarebbe importante parlarne?

V.G.: No, il regolamento non fa alcun cenno a questo tipo di tecnologia anche se, a mio parere, avrebbe dovuto tenerne conto.

Trattandosi di sistemi, siano essi di tipo attivo o di tipo passivo, che vengono aggiunti o integrati nei DPI sorge sicuramente il problema, almeno da valutare, relativo alla possibilità che il loro abbinamento al DPI stesso interferisca con i Requisiti Essenziali di Salute e di Sicurezza che il fabbricante deve conferire nel rispetto delle imposizioni legislative.

Per fare un esempio posso citare il caso che, tra gli altri, è stato esaminato nel gruppo di lavoro che in UNI sta lavorando al fine di emanare una linea guida sull’argomento. Si tratta di un sistema, attivo, inserito direttamente dal fabbricante della calzatura, in fase di produzione, nel tacco della calzatura di sicurezza creando una nicchia sotto il sottopiede.

Questa soluzione, in fase di certificazione CE del DPI, ha dovuto essere riverificata per accertarsi che il tutto rientri nei limiti previsti dalle pertinenti norme armonizzate per la prova di assorbimento all’urto del tallone.

Articolo e intervista a cura di Tiziano Menduto


Sicurezza e prove per i dispositivi di attacco rapido per escavatori

 

Autore: Redazione
Categoria: Attrezzature e macchine

16/05/2019: Indicazioni per la sicurezza con gli attacchi rapidi idraulici per escavatori. Un vademecum sulla prova di contropressione, sul deposito degli utensili e sulla zona di pericolo della macchina.

Lucerna, 16 Mag – Nelle scorse settimane PuntoSicuro ha presentato un vademecum, prodotto dall’Istituto elvetico per l’assicurazione e la prevenzione degli infortuni ( Suva), sulle buone prassi nei lavori in sotterraneo. E nel documento si faceva riferimento, riguardo ai rischi correlati all’uso delle macchine edili, all’importanza, laddove fosse sostituito l’utensile o accessorio (benna, martello idraulico, morsa), di eseguire dei “test di contropressione”.

Per fare chiarezza sulla tipologia di questi test e pur considerando le possibili differenze di normative, prassi e macchine tra Italia e Svizzera, pensiamo sia utile presentare anche un secondo documento, prodotto da Suva nel dicembre del 2018, dal titolo “Attacchi rapidi idraulici per escavatori: più sicuri con la prova di contropressione. Vademecum”.

Questi gli argomenti affrontati:

I dispositivi di attacco rapido per escavatori

Prima di soffermarci sul nuovo vademecum elvetico riprendiamo alcune indicazioni, presenti sul sito di Suva, sui dispositivi di attacco rapido per escavatori.

Nel sito si sottolinea che i datori di lavoro e i superiori “devono istruire i macchinisti su come lavorare in condizioni di sicurezza con i dispositivi di attacco rapido di tipo idraulico”.

In particolare il macchinista “deve svolgere la prova di contropressione ogni volta che sostituisce un utensile, mette in servizio l’ escavatore o subentra alla guida dopo un collega”.

Dopo aver ricordato che attualmente in Svizzera ci possono essere ancora in circolazione attacchi rapidi per escavatori “di cui non è possibile garantire totalmente la sicurezza” e che necessitano sempre di una prova di contropressione, nel sito si ricorda in cosa consista la prova di contropressione:

  1. “Per prima cosa si verifica visivamente il bloccaggio dell’attacco rapido.
  2. Poi, si appoggia a terra l’utensile agganciato.
  3. Infine, si esercita una pressione sull’utensile per almeno 3 secondi”!

In questo modo, continua Suva, è possibile “verificare se il bloccaggio è avvenuto correttamente e tiene. Se l’aggancio non è corretto, in quel caso l’utensile si sgancia a terra e non in aria, evitando di cadere dall’alto e di ferire gravemente le persone”.

Sulla pagina web di Suva dedicata ai dispositivi di attacco rapido per escavatori è presente anche un video esplicativo sul tema.

Le indicazioni del vademecum

Nel documento “Attacchi rapidi idraulici per escavatori: più sicuri con la prova di contropressione. Vademecum” – destinato alle aziende che “impiegano queste attrezzature affinché possano istruire i macchinisti sulle misure di sicurezza da adottare fino a quando non saranno adeguati o sostituiti tutti gli attacchi rapidi a rischio” – si sottolinea che i macchinisti “sono tenuti a controllare visivamente l’utensile sostituito, eseguire sempre la prova di contropressione e a prestare attenzione alla zona di pericolo dell’escavatore”.

Il vademecum riporta vari obiettivi e per ogni obiettivo didattico riporta precise indicazioni da seguire per istruire correttamente i lavoratori.

Un obiettivo è, ad esempio, il deposito in sicurezza degli utensili e degli accessori inutilizzati sul luogo di lavoro.

Il documento indica che bisogna spiegare perché è importante “saper depositare in sicurezza gli utensili e gli accessori inutilizzati”.

Infatti i cantieri sono “ambienti di lavoro in costante evoluzione. Se l’escavatore viene spostato in un’altra zona, il macchinista deve depositare gli utensili che non usa in un’area sicura accanto all’ escavatore. Questo è un requisito fondamentale per poter lavorare in condizioni di sicurezza”.

Si indica poi che è necessaria una piena visibilità su utensili e accessori durante le operazioni di sostituzione.

È bene istruire i macchinisti affinché “ripongano sempre gli utensili e gli accessori in modo tale da avere completa visibilità su di essi”. Ad esempio “no negli scavi, no dietro al materiale sfuso”.

La prova di contropressione e la zona di pericolo

Dopo aver accennato alle modalità della prova di contropressione, che, come abbiamo visto, è presentata anche sul sito di Suva, si sottolinea che questa prova è necessaria:

  • “ogni volta che si sostituisce un utensile.
  • ogni volta che si mette in servizio un escavatore.
  • ogni volta che si subentra alla guida di un escavatore dopo un collega”.

Un altro obiettivo è relativo sicurezza nella zona di pericolo della macchina che, come ci ricordano le tante puntate della rubrica “ Imparare dagli errori” dedicate a questo tema, è spesso teatro di incidenti, anche gravi e mortali, nei cantieri.

Si indica che i macchinisti conoscono la zona di pericolo del loro escavatore e che devono fare in modo che nessuno vi sosti all’interno:

  • “bisogna allontanare le persone dalla zona di pericolo dell’escavatore.
  • mai far ruotare il braccio dell’escavatore sopra le persone”.

Segnaliamo, infine, che il vademecum invita gli stessi macchinisti a mettere in guardia e istruire i colleghi di lavoro sulla zona di pericolo:

  • “prima di iniziare i lavori, occorre mostrare ai colleghi che si trovano vicino all’escavatore qual è la zona di pericolo. Di regola nessuno deve sostare in questa zona.
  • anche durante i lavori bisogna sempre richiamare l’attenzione dei colleghi in proposito.
  • se comunque si è costretti a lavorare nella zona di pericolo, si può farlo solo con il consenso del macchinista e stabilendo con lui un contatto visivo”. 

N.B.: Se i riferimenti legislativi e alcune indicazioni contenute nei documenti di Suva riguardano la realtà elvetica, i suggerimenti indicati sono comunque utili per tutti gli operatori.

RTM


Quando sono punibili il mobbing e i maltrattamenti in azienda?

 

Autore: Rolando Dubini
Categoria: Sentenze commentate

16/05/2019: Alcune sentenze che hanno affrontato il tema del mobbing con riferimento alle dimensioni aziendali, all’articolo 572 del Codice Penale, al contesto relazione in azienda e al reato di maltrattamenti.

Nella sentenza Cassazione Penale, sez. VI, 20 marzo 2014, n. 13088 ci si occupa di condotte vessatorie tenute dagli imputati contro alcune lavoratrici.

La Corte di appello di Milano riformava parzialmente la pronuncia di condanna di primo grado, riconoscendo ai due imputati, uno il Direttore di produzione, e l’altro il suo stretto Collaboratore, le attenuanti generiche e dichiarando estinti i reati loro ascritti per intervenuta prescrizione, confermando nel resto la pronuncia con la quale il Tribunale di Busto Arsizio aveva condannato gli stessi al risarcimento dei danni cagionati alle costituite parti civili C.S. e R.G.R. [lavoratrici] , per aver commesso i reati di cui agli articoli 81 cpv., 110 e 572 cod. pen., avendo, all’interno di un’azienda, nelle loro qualità di cui sopra:

  • costituito un gruppo che maltrattava i lavoratori non graditi che si erano rifiutati di conformarsi alle logiche di quel gruppo – tra le quali quelle di sottostare a scherzi, anche a sfondo sessuale, da parte dei superiori e dei colleghi – o perché iscritti ad organizzazioni sindacali o perché ritenuti inadeguati allo svolgimento di alcune attività aziendali,
  • ponendo in essere contro di loro numerose condotte vessatorie, in particolare consistenti in approcci sessuali tanto verbali quanto fisici (per mezzo di toccamenti delle natiche e di altre parti del corpo, baci e tentativi di baci, abbracci e sfregamenti intenzionali del corpo contro le parti intime altrui, approcci sempre rifiutati dalle due donne), nella loro assegnazione deliberata ad operare su macchinari difettosi, con contestuale rifiuto di provvedere alle necessarie manutenzioni e riparazioni, nella continua contestazione del lavoro svolto ed in rimproveri pubblici, a contenuto gravemente e gratuitamente offensivo; in demansionamenti punitivi ed azioni di deliberato isolamento di dette lavoratrici, in particolare, per la C. , all’interno di una sala di umidificazione; con l’aggravante dell’essere derivati dal fatto alle persone offese conseguenti lesioni personali gravi.

Gli imputati hanno contestato in modo articolato gli addebiti con ricorso per cassazione.

La vicenda processuale al vaglio della Suprema Corte pone la questione della possibilità che il mobbing si traduca in reato riconosciuto dal Codice Penale, ed in particolare dall’art. 572 dello stesso Codice.

La Suprema Corte ribadisce, con la sua decisione, un proprio noto principio, per il quale non ogni fenomeno di mobbing – e cioè ogni comportamento vessatorio e discriminatorio – attuato nell’ambito di un ambiente lavorativo, integra gli estremi del delitto di maltrattamenti in famiglia, in quanto, per la configurabilità di tale reato, anche dopo le modifiche apportate dalla legge n. 172 del 2012, è necessario che le pratiche persecutorie realizzate ai danni del lavoratore dipendente e finalizzate alla sua emarginazione (c.d. “mobbing”) si inquadrino in un rapporto tra il datore di lavoro ed il dipendente capace di assumere una natura para-familiare.

Quando il rapporto necessariamente gerarchico tra datore di lavoro e imprenditore assume una natura para-familiare?

Secondo la Suprema Corte questo accade quando è caratterizzato da relazioni intense ed abituali, da consuetudini di vita tra i soggetti coinvolti, dalla riconoscibile soggezione di una parte nei confronti dell’altra, dalla fiducia riposta dal soggetto più debole del rapporto in quello che ricopre la posizione di supremazia. Si richiede, pertanto, un rapporto di soggezione anche di natura evidentemente psicologica che configura caratteristiche para-familiari anche in ragione delle peculiarità dell’attività lavorativa prestata ovvero delle dimensioni e natura organizzativa del luogo di lavoro.

Ovvero in situazioni nelle quali è possibile riconoscere quella peculiare sottoposizione all’altrui autorità ovvero quell’affidamento per l’esercizio di una professione o di un’arte, cui fa espresso riferimento l’art. 572 cod. pen.

Ne consegue che non sarà mai configurabile la fattispecie delittuosa di maltrattamenti ex art., 572 c.p., anche in presenza di una ben riconoscibile contesto di manifesto vessatorio in ambito lavorativo, nel caso in cui ci si trovi davanti ad una entità aziendale sufficientemente articolata e complessa, in cui non sia riscontrabile quella stretta ed intensa relazione diretta tra datore di lavoro e dipendente, tale da determinare una comunanza di vita assimilabile a quella del consorzio familiare.

In realtà la cassazione non definisce un limite numerico esatto, difatti nelle varie decisioni troviamo 25 dipendenti o 50 come situazioni nelle quali non è configurabile il contesto familiare, non solo per il numero ma per la concreta e in qualche misura impersonale organizzazione aziendale.

Dopo aver premesso questo ragionamento giuridico fondamentale, nel caso di specie, sentenzia la Cassazione, a fronte dell’accertata esistenza di una realtà aziendale di non ridotte dimensioni, caratterizzata da uno stabilimento di notevoli dimensioni e dalla incontestata presenza di circa cinquanta dipendenti, anche sindacalizzati, non è possibile riconoscere gli estremi del reato di cui all’art. 572 c.p., non consentendo in alcun modo l’attività prestata dal dipendente e le dimensioni dell’azienda di parificare l’ambiente di lavoro ad una famiglia.

La sesta sezione penale, dunque, annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il reato contestato di cui all’art. 572 cod. pen. non sussiste.

Successivamente la Cassazione Penale, Sez. VI, sentenza 6 giugno 2016 [(ud. 26 febbraio 2016), n. 23358 Presidente Paoloni, Relatore Carcano], pur non negando astrattamente che le condotte persecutorie sul luogo di lavoro, c.d. mobbing, possano integrare gli estremi del reato di maltrattamenti di cui all’art. 572 c.p., precisa che tale ipotesi ricorre esclusivamente nel caso in cui si tratti di attività lavorative compatibili col concetto di c.d. “parafamiliarità”, che non ricorre in una “realtà aziendale normale (in particolare se di dimensioni medio grandi).

In tal senso la sentenza precisa, secondo un orientamento decisamente maggioritario nella Corte di legittimità, che il mobbing può assumere rilevanza penale ex art. 572 c.p. solo quando le condotte vessatorie avvengano in un contesto lavorativo para-familiare, ovvero un contesto lavorativo di ridotte dimensioni, in cui il rapporto di lavoro tra datore di lavoro e lavoratore subordinato si fondi essenzialmente sull’informalità e sulla fiducia, insomma in un reale contesto di tipo parafamiliare: “in tal senso è costante la giurisprudenza di legittimità che da ultimo ha affermato ancora una volta che le pratiche persecutorie realizzate ai danni dei lavoratore dipendente e finalizzate alla sua emarginazione ( cosiddetto “mobbing”) possono integrare il delitto di maltrattamenti in famiglia esclusivamente qualora il rapporto tra il datore di lavoro e il dipendente assuma natura para-familiare (…)”.

Una sentenza precedente si muove lungo la stessa linea, pur riconoscendo nel caso specifico l’applicabilità del reato di maltrattamenti, proprio per la presenza qui si conclamata di un rapporto tra datore di lavoro e dipendente di natura parafamiliare: il soggetto vessato nella vicenda oggetto della sentenza svolgeva la propria prestazione lavorativa in un contesto familiare, nel quale aveva a che fare quotidianamente con i parenti dell’ex consorte: «le pratiche persecutorie finalizzate all’emarginazione del lavoratore possono integrare il delitto di maltrattamenti in famiglia quando il rapporto tra il datore di lavoro e il dipendente assuma natura para-familiare, in quanto caratterizzato da relazioni intense ed abituali, da consuetudini di vita tra i soggetti, dalla soggezione di una parte nei confronti dell’altra, dalla fiducia riposta dal soggetto più debole del rapporto in quello che ricopre la posizione di supremazia. Non occorre, pertanto, che ricorrano le condizioni formali di sussistenza dell’impresa familiare di cui all’art. 230 bis c.c.» (Cass. Pen., Sez. VI, 15 settembre 2015, n. 44589).

Occorre peraltro ricordare che esiste un orientamento minoritario, presente nel merito e in una sola sentenza della Cassazione, che ritiene che l’elemento discriminante non siano tanto le dimensioni dell’azienda, quando la concreta sussistenza di un rapporto parafamiliare tra dipendente e datore di lavoro/superiore, circostanza che potrebbe verificarsi anche nella azienda medio-grande che abbia più sedi, e in ognuna di esse potrebbe presentarsi una situazione parafamiliare, col che però alla fine anche la tesi minoritaria reintroduce il criterio dimensionale.

L’orientamento minoritario è sostenuto da alcune sentenze di merito (Trib. Milano, Sez. Cassano d’Adda, 14 marzo 2012; Trib. Milano, 30 novembre 2011) e da una sentenza della Suprema Corte di Cassazione (Cass. Pen., Sez. VI, 22 ottobre 2014, n. 53416), secondo la quale “ai fini della sussumibilità nella fattispecie incriminatrice dei maltrattamenti nei confronti di lavoratori dipendenti, ex art. 572 c.p., l’esistenza di una situazione di para-familiarità – che si caratterizza per la sottoposizione di una persona all’autorità di un’altra in un contesto di prossimità permanente, di abitudini di vita (anche lavorativa) proprie e comuni alle comunità familiari – e di uno stato di soggezione e subalternità del lavoratore va verificata avendo riguardo non al numero dei dipendenti in azienda, né alla durata del rapporto di lavoro, o alla direzione delle condotte discriminatorie nei confronti di una pluralità di soggetti ed alla reazione della vittima, bensì, da un lato, alle dinamiche relazionali in seno all’azienda tra datore di lavoro e lavoratore; dall’altro, all’esistenza o meno di una condizione di soggezione e subalternità”, senza che, ai fini della tutela penale, le dimensioni organizzative dell’azienda coinvolta potessero rivestire alcuna rilevanza». In questa sentenza la Cassazione attribuisce rilievo ex art. 572 c.p. anche a «dinamiche para-familiari nell’ambito dei singoli reparti e, dunque, nei rapporti fra il capo reparto ed il singolo addetto», e dunque si torna di fatto ad un riferimento dimensionale.

Attenzione però ad un punto essenziale, già sopra evidenziato: la mancanza dei presupposti per contestare l’art. 572 del Codice Penale sui maltrattamenti non significa che le condotte vessatorie sul luogo di lavoro non presentino profili rilevanti da un punto di vista penale.

Difatti l’orientamento maggioritario precisa che l’impossibilità di contestare la violazione dell’art. 572 c.p. non esclude che le condotte mobbizzanti siano del tutto prive di possibile sanzione penale: al contrario, nel caso in cui ne siano presenti gli estremi, le condotte vessatorie potranno integrare altre fattispecie penali: “a dispetto della riaffermazione del principio dell’astratta configurabilità del reato nelle condizioni date e a conferma della frequente affermazione d’inapplicabilità nelle fattispecie considerate, va, infatti, precisato che la figura di reato di cui all’art. 572 c.p. non costituisce la tutela penale del c.d. mobbing lavorativo, il quale, ove dante luogo a condotte autonomamente punibili (ingiurie, diffamazione, minacce, percosse, lesioni personali, violenza privata, sequestro di persona, etc), trova nelle corrispondenti figure di reato il relativo presidio” (Cass. Pen., Sez. VI, 29 settembre 2015, n. 45077).

Rolando Dubini, avvocato in Milano, cassazionista


Quando non si controllano idoneità e capacità del subappaltatore

 

Autore: Tiziano Menduto
Categoria: Sentenze commentate

15/05/2019: Una sentenza della Cassazione si sofferma sulle responsabilità dell’amministratore delegato di un’impresa appaltatrice in carenza di controlli sull’adozione, da parte di chi subappalta, di idonee misure di prevenzione.

Roma, 15 Mag – In tema di sicurezza sul lavoro e di appalti, il committente può avere delle responsabilità per un infortunio “nel caso di omesso controllo dell’adozione da parte del sub-appaltatore delle misure generali di tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro e, comunque, quando si manifesti una situazione di pericolo immediatamente percepibile che non sia meramente occasionale”.

Ad affermarlo e a fornire nuove informazioni sulle responsabilità e la posizione di garanzia dei committenti nei contratti di appalto è una recente sentenza della Corte di Cassazione.

Nella sentenza n. 22013 del 18 maggio 2018 viene affrontato il tema della responsabilità dell’amministratore delegato di un’impresa appaltatrice laddove manchi un controllo sull’adozione, da parte di chi subappalta, delle idonee misure di prevenzione richieste dalla normativa.

L’evento infortunistico

Il ricorso per cassazione

La responsabilità del datore di lavoro

Le conclusioni della Cassazione

L’evento infortunistico

La Cassazione indica che con sentenza emessa in data 12 gennaio 2017 “la Corte di appello di Firenze confermava la pronuncia con la quale il Tribunale di Firenze – sezione distaccata di Empoli – dichiarava, tra l’altro, F.T. responsabile del reato di cui all’art. 590, comma 3, cod. proc. pen.”.

In particolare all’imputato veniva contestato, nella qualità di amministratore delegato della società XXX s.r.l. nonché di responsabile di cantiere in relazione ad un lavoro da eseguirsi in un comune della provincia fiorentina, “di avere affidato parte di tali lavori in subappalto alla ditta G.G. senza previamente verificare che tale ditta avesse le necessarie capacità tecniche e di sicurezza sul lavoro, come prescritto dall’art. 36 lett.a) del d.lgs. n. 81/ 2008, tollerando che, nell’ambito del cantiere, i dipendenti della ditta G.G. eseguissero operazioni gravemente imprudenti ed imperite (art. 26, comma 2, e art. 97 d.lgs. n. 81/08)”.

Con tale condotta si cagionavano lesioni personali a Y.P. “che, nell’eseguire la posa in opera della pavimentazione di un edificio, tagliava a mano delle mattonelle” con una mola abrasiva “movimentandola con la mano destra dall’impugnatura laterale e tenendo, con l’altra mano, la mattonella da tagliare”.

Infine la società XXX s.r.l. veniva chiamata a rispondere “dell’ illecito amministrativo di cui agli artt. 5 e 25 septies d.lgs. n. 231 del 2001 perché F.T. commetteva il reato sopra indicato, in assenza di moduli organizzativi tali da assicurare un controllo sulle modalità di scelta dei subappaltatori e di verifica della sicurezza nei cantieri, nell’interesse esclusivo della società, tenuto conto dei risparmi di spesa derivanti dall’utilizzo di ditte economiche non operanti in regime di sicurezza”.

Il ricorso per cassazione

F.T. proponeva poi ricorso per cassazione con i seguenti motivi:

  • con il primo motivo “deduce l’inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità, di inutilizzabilità, di inammissibilità o di decadenza in relazione al verbale di s.i.t.” (verbale relativo alle sommarie informazioni testimoniali – s.i.t.) di Y.P. “acquisito in violazione dell’art. 512 cod. proc. pen., non ricorrendo l’ipotesi della irreperibilità della predetta persona offesa”. Inoltre “evidenzia che dagli accertamenti svolti dai Carabinieri risultava che il Y.P. si trovava a Monaco di Baviera per lavoro, come riferito dalla moglie cui non veniva chiesto alcunché in ordine all’indirizzo del marito e al suo numero telefonico”;
  • con il secondo motivo “deduce l’inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità, di inutilizzabilità, di inammissibilità o di decadenza in violazione dell’art. 526, comma 1 bis, cod. proc. pen.”;
  • con il terzo motivo “deduce l’inosservanza degli artt. 26 e 36 del d.lgs. n. 81/2008”. Inoltre si sottolinea che la società XXX s.r.l., quale appaltatrice, “aveva la sola funzione di coordinatrice dei sub-appaltatori ovvero di coordinare il lavoro proprio e quello della ditta G.G., unica subappaltatrice al momento degli accadimenti esistente sul cantiere”. In particolare si sostiene che è stato “erroneamente applicato l’art. 26 del d.lgs. n. 81/08 che stabilisce la responsabilità dell’appaltatore solo per gli infortuni connessi al mancato coordinamento delle imprese e dell’art. 36 del medesimo d.lgs. che stabilisce che il responsabile della mancata eventuale informazione/formazione è solo il diretto datore di lavoro;
  • con il quarto motivo si deduce “il difetto di motivazione per travisamento della prova (verbale di s.i.t. del Y.P. e dichiarazioni testimoniali) da cui risulta che la sega a banco era a disposizione dei lavoratori della ditta G.G. e che gli stessi potevano usare entrambi gli strumenti e, dunque, non vi era una situazione di pericolo immediatamente percepibile”.

La responsabilità del datore di lavoro

Non ci soffermiamo su quanto indicato dalla Cassazione riguardo al tema della irreperibilità della persona offesa, infatti “risulta legittima la decisione del giudice di primo grado di procedere alla lettura delle dichiarazioni del Y.P. contenute nel verbale di s.i.t redatto nel corso delle indagini preliminari in quanto il giudice aveva svolto ogni possibile accertamento sulla causa dell’irreperibilità, risultando esclusa la riconducibilità dell’omessa presentazione del testimone al dibattimento ad una libera scelta dello stesso (Sez. 5, n. 13522 del 18/01/2017, Rv. 269397)”. E in relazione al primo e secondo motivo la Cassazione conferma che la ricostruzione dell’incidente “risulta ben delineata dalle altre risultanze probatorie, a prescindere da quanto riferito nel verbale di s.i.t. dal Y.P.”.

Veniamo agli ultimi due motivi di ricorso.

La Cassazione indica che dalla ricostruzione operata dai giudici di merito emerge quanto segue:

  • L’attività edilizia che era in corso nel cantiere ove si è verificato l’infortunio, consistente nella realizzazione di più edifici destinati ad agriturismo”, era stata appaltata alla società XXX s.r.l. che, “una volta completata l’attività costruttiva, aveva subappaltato le rifiniture ad altre ditte, tra cui quella di cui è titolare G.G.”;
  • L’incidente si era verificato verso le ore 10.00 del 14 febbraio 2011 mentre il Y.P., operaio dipendente della impresa di cui era titolare il G.G., procedeva ad eseguire la posa in opera delle piastrelle di un porticato esterno al piano terreno dell’edificio in costruzione. Per tagliare a misura le piastrelle egli stava utilizzando una mola elettrica manuale nella quale aveva inserito il blocco dell’accelerazione, tale da poter far ruotare il disco anche tenendo la macchina con la sola impugnatura laterale, invece che con entrambe le mani. Nel compiere tale operazione al Y.P. sfuggiva la mola che andava a colpire due dita della mano sinistra, procurandosi lesioni guarite in circa quattro mesi (sub – amputazione parziale di un dito e frattura con ferita da taglio di un altro)”;
  • Risulta comprovato che lo strumento utilizzato non era idoneo per quella operazione, in quanto privo del dispositivo di sicurezza previsto nel relativo manuale d’uso nel quale era previsto espressamente di ‘assicurare il pezzo in lavorazione: un pezzo in lavorazione può essere bloccato con sicurezza in posizione solo utilizzando un apposito dispositivo di serraggio, oppure una morsa a vite e non tenendolo semplicemente in mano’”.

I giudici di merito pervenivano, dunque, ad affermare la “responsabilità del datore di lavoro G.G. per avere fornito un attrezzo privo del doveroso accessorio che ne doveva eliminare la pericolosità, oltre che di una adeguata informazione e formazione del lavoratore”. Né si ravvisa “il dedotto travisamento della prova che, secondo la giurisprudenza di legittimità, ricorre solo qualora il giudice di merito abbia fondato il suo convincimento su una prova che non esiste o su un risultato di prova incontestabilmente diverso da quello reale; oppure se sia omessa la valutazione di una prova ai fini della pronuncia (ex plurimis Sez.6, n. 5146 del 16/01/2014, Del Gaudio e altri, Rv. 258774). Il mezzo di prova che si assume travisato od omesso deve avere inoltre carattere di decisività”. E partendo dalla concreta dinamica dei fatti, “il Tribunale di Firenze – sezione distaccata di Empoli – aveva correttamente ritenuto ininfluente accertare se fosse presente o meno sul cantiere la sega circolare a banco che poteva, in ipotesi, essere usata in alternativa per lo svolgimento di tale lavorazione”.

Le conclusioni della Cassazione

In definitiva il giudizio di responsabilità del F.T. – nella qualità di amministratore delegato della XXX s.r.l., impresa appaltatrice dell’intera costruzione degli edifici e anche formale responsabile del cantiere, per i fatti di cui al capo di imputazione – “risulta pronunciato in aderenza ai principi di diritto elaborati dalla giurisprudenza di legittimità ed è congruamente e logicamente motivato (Sez. 4, n. 23171 del 09/02/2016, Rv. 266963, Sez. 4, n. 44131 del 15/07/2015, Rv. 264974)”.

E si sottolinea, infine, che in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, “il committente è titolare di una posizione di garanzia idonea a fondare la sua responsabilità per l’infortunio nel caso di omesso controllo dell’adozione da parte del sub-appaltatore delle misure generali di tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro e, comunque, quando si manifesti una situazione di pericolo immediatamente percepibile che non sia meramente occasionale; circostanza ricorrente nel caso in esame dove i lavori appaltati alla ditta G.G. si svolgevano da diversi giorni e risultavano ormai in fase di ultimazione”.

In conclusione la Corte di Cassazione “rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali”.

Tiziano Menduto


La responsabilità per infortunio di estraneo entrato in cantiere

 

Autore: Gerardo Porreca
Categoria: Sentenze commentate

13/05/2019: La prevenzione degli infortuni di soggetti estranei a un cantiere appartiene al gestore del rischio connesso alla sua esistenza anche se essi tengono condotte imprudenti purché non esorbitanti il tipo di rischio definito dalla norma cautelare violata.

Entra questa sentenza della Corte di Cassazione nel gruppo di pronunce che hanno riguardato infortuni occorsi a soggetti estranei ai luoghi di lavoro nei quali gli stessi sono venuti a trovarsi e avvenuti comunque per motivi legati a carenze di misure di prevenzione e alla presenza di violazioni negli stessi luoghi di norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Chiamata a esprimersi su di un ricorso presentato da un datore di lavoro per un infortunio occorso a un soggetto che, introdottosi in un cantiere privo di recinzioni, nel mentre stava salendo su di un ponteggio fisso per incontrarsi con un lavoratore che operava su di esso, è caduto da una scala del ponteggio stesso risultata irregolare, la Corte suprema, nel rigettare il ricorso, ha precisato che la prevenzione degli infortuni di soggetti estranei a un cantiere appartiene al gestore del rischio connesso alla sua esistenza anche se tali soggetti tengono condotte imprudenti purché le stesse non siano esorbitanti il tipo di rischio definito dalla norma cautelare violata. L’infortunato nel caso in esame aveva subito nella caduta gravi lesioni che lo avevano portato al decesso a quasi due anni di distanza dall’incidente.

Nel prendere la sua decisione la suprema Corte ha ritenuto che del fatto doveva rispondere il datore di lavoro dell’impresa esecutrice, anche se l’infortunato non era un suo dipendente, atteso che il ponteggio non era risultato essere realizzato a norma e dato che chiunque sarebbe potuto salire sullo stesso in quanto era posizionato sulla pubblica via.

L’evento infortunistico, le sentenze e il ricorso per cassazione

Le decisioni in diritto della Corte di Cassazione

L’evento infortunistico, le sentenze e il ricorso per cassazione

La Corte di Appello ha confermata la condanna emessa dal Tribunale a carico dell’amministratore unico di una società in relazione al delitto di omicidio colposo, con violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro, a lui contestato in qualità di datore di lavoro, per l’infortunio accaduto a un soggetto, non suo dipendente, in un cantiere nel quale si stavano eseguendo dei lavori per i quali era stato allestito un ponteggio a ridosso della parete esterna di un edificio. L’infortunato, in particolare, per salutare il datore di lavoro, suo amico, era salito sul ponteggio e si stava portando dal primo al secondo livello dello stesso utilizzando una scala non ancorata all’impalcatura ma solo appoggiata alla parete dell’edificio allorquando la scala era scivolata dalla parete facendolo cadere.

La Corte territoriale aveva deciso che del fatto doveva rispondere il datore di lavoro, anche se l’infortunato non era un suo dipendente, essendo risultata la causa dell’accaduto legata all’assenza di protezioni e parapetti nel punto di caduta nonché all’impossibilità di ancorare la scala stessa al pavimento del primo livello del ponteggio e all’assenza di recinzioni attorno al cantiere, atteso anche che chiunque sarebbe potuto salire sul ponteggio posizionato sulla pubblica via.

Avverso la sentenza della Corte di Appello l’imputato ha fatto ricorso alla Cassazione avanzando alcune motivazioni. Come motivo principale il ricorrente ha lamentata una violazione di legge in riferimento all’applicazione delle regole cautelari in materia prevenzionistica in quanto l’infortunato, sebbene non fosse dipendente da alcuna delle ditte impegnate nel cantiere, aveva posto in essere un comportamento di volontaria ed imprevedibile esposizione a rischio, oltre al fatto che era in stato di alterazione da uso di alcool e cocaina, e in più non aveva calzature idonee e si era avventurato sul ponteggio senza badare al fatto che lo stesso era in fase di smontaggio ragion per cui era stata già rimossa la recinzione.

Il ricorrente ha denunciata, altresì, una violazione di legge in riferimento alla collegabilità eziologica dell’evento-morte alle lesioni riportate dall’infortunato in seguito all’incidente avendo la sentenza sul punto tratte delle conclusioni arbitrarie, a fronte dell’inutilizzabilità dell’accertamento autoptico e del fatto che il consulente di parte civile lo aveva visitato almeno un mese prima del decesso. Ha lamentato inoltre, come ulteriore motivazione, una violazione di legge in riferimento alla mancata osservanza della regola dell'”oltre ogni ragionevole dubbio”, all’eccessività della pena e alla mancata concessione delle attenuanti generiche.

Le decisioni in diritto della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione ha ritenuto manifestamente infondata la motivazione relativa alla posizione dell’infortunato che era estraneo al cantiere e non era un dipendente dell’impresa esecutrice. “In materia di prevenzione degli infortuni nei luoghi di lavoro”, ha infatti precisato la stessa suprema Corte, “appartiene al gestore del rischio connesso all’esistenza di un cantiere anche la prevenzione degli infortuni di soggetti a questo estranei, ancorché gli stessi tengano condotte imprudenti, purché non esorbitanti il tipo di rischio definito dalla norma cautelare violata”.

L’incidente, secondo la Sez. IV, era da ricollegarsi con certezza alla realizzazione del ponteggio secondo criteri non adeguati alla normativa prevenzionistica in quanto gli stessi erano privi di parapetti e fermapiedi in più punti, compreso quello di caduta, e da ricollegarsi altresì all’utilizzo di una scala inidonea (in violazione di quanto disposto dall’art. 113 del D. Lgs. n. 81/2008), atteso che essa non poteva essere ancorata alla pavimentazione del piano di calpestio, nonché alla mancata recinzione del cantiere, accessibile a chiunque, e pertanto rischioso anche per l’incolumità degli estranei in violazione di quanto espressamente previsto dall’art. 109 del D. Lgs. n. 81/2008.

La Sez. IV ha ritenuto, inoltre,  non credibile quanto asserito da un teste circa il fatto che le recinzioni e i parapetti fossero stati appena smontati e che l’infortunato avesse deciso di salire sul ponteggio in modo improvviso, sottolineando che comunque ciò che conta é che le suddette protezioni non erano presenti e non sono state neppure trovate smontate, così come anche le recinzioni del cantiere, e che le lavorazioni erano ancora in corso con la conseguenza che erano immanenti sia il rischio di accesso al cantiere da parte di estranei, sia quello legato alla mancanza di protezioni sul ponteggio e che la scala tra il primo e il secondo livello era solo poggiata al muro.

Infondata ha ritenuto infine la suprema Corte pure la motivazione basata sull’assenza di un nesso fra la morte dell’infortunato le lesioni dallo stesso riportate in seguito all’incidente in quanto era risultato evidente che erano stati i gravi traumi riportati dalla vittima nell’incidente a rendere necessari plurimi interventi neurochirurgici e a determinare un’evoluzione del quadro clinico tale da cagionarne il progressivo deterioramento della sua salute fino alla sua morte. La sentenza impugnata, anzi, ha così concluso la Sez. IV, aveva escluso espressamente la presenza di fattori sopravvenuti potenzialmente interruttivi del nesso causale tra le lesioni riportate dall’infortunato, quale immediata conseguenza della condotta negligente e inosservante dell’imputato, e il successivo decesso. Il ricorso è stato pertanto rigettato e al rigetto è seguita così la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Gerardo Porreca


Come utilizzare in sicurezza le scale portatili nei cantieri?

 

Autore: Redazione
Categoria: Rischio cadute e lavori in quota

10/05/2019: I nuovi quaderni tecnici dell’Inail per i cantieri temporanei o mobili: indicazioni su cosa fare prima, durante e dopo l’uso delle scale portatili per prevenire gli infortuni. Suggerimenti per la rimozione e manutenzione delle attrezzature.

Roma, 10 Mag – Se le scale portatili usate nei cantieri devono essere posizionate ed utilizzate in conformità alle istruzioni d’uso fornite dal fabbricante, si possono comunque fornire utili informazioni e suggerimenti generali per migliorare la sicurezza nell’uso delle scale portatili e diminuire il numero dei tanti infortuni che avvengono ogni anno per la caduta da queste attrezzature.

Informazioni e suggerimenti che possiamo trovare, ad esempio, nel documento “ Scale portatili”, uno dei “ Quaderni Tecnici per i cantieri temporanei o mobili” realizzati e aggiornati nel 2018 dal Dipartimento innovazioni tecnologiche e sicurezza degli impianti, prodotti e insediamenti antropici dell’ Inail.

Cosa fare prima di usare le scale portatili

Come usare le scale portatili

La rimozione e manutenzione delle scale portatili

Cosa fare prima di usare le scale portatili

Nel Quaderno Tecnico – a cura di Luca Rossi, Francesca Maria Fabiani e Davide Geoffrey Svampa – dopo aver ribadito che per l’uso della scala portatile è indispensabile attenersi alle indicazioni del fabbricante, si indica che “prima dell’uso della scala è necessario:

  • assicurarsi di essere in condizioni fisiche che consentano l’uso della scala. Alcune condizioni mediche, assunzione di farmaci o abuso di alcol o droghe potrebbero rendere l’uso della scala non sicuro;
  • assicurarsi che sia correttamente posizionata per evitare danni se la si trasporta su un portapacchi o in un autocarro;
  • ispezionarla dopo la consegna e prima del primo utilizzo per verificare le condizioni e il funzionamento di ogni sua parte;
  • controllare visivamente che non sia danneggiata e che possa essere utilizzata in modo sicuro all’inizio di ogni giornata di lavoro;
  • effettuare l’ispezione periodica secondo le istruzioni del fabbricante;
  • assicurarsi che sia adatta all’impiego specifico;
  • eseguire una valutazione del rischio in conformità alla legislazione del Paese di utilizzo prima di utilizzarla sul luogo di lavoro;
  • verificare il peso massimo ammesso sulla stessa;
  • verificare le condizioni della superficie di lavoro di appoggio;
  • verificare l’integrità e la presenza di tutti i componenti, compresi i piedini di gomma o di plastica che devono essere inseriti correttamente nella loro sede;
  • non utilizzarla se danneggiata;
  • verificare che i gradini siano puliti, asciutti ed esenti da olii, da grassi e da vernici fresche;
  • verificare che non ci siano pericoli potenziali nella zona di attività sia in alto vicino al luogo di lavoro che nelle immediate vicinanze (non usare la scala vicino a porte o finestre, a meno che non siano state prese precauzioni che consentono la loro chiusura; non collocare la scala in prossimità di balconi, pianerottoli, senza opportuni ripari o protezioni, non usare le scale metalliche in adiacenze di linee elettriche);
  • verificare che per i lavori sotto tensione venga utilizzata solo quella per l’uso specifico;
  • verificare se la presenza di altri lavori possa avere interferenze pericolose;
  • verificare che lo spazio davanti e ai lati della stessa sia libero da ostacoli;
  • verificare che le condizioni atmosferiche siano adatte (assenza di vento, pioggia, ghiaccio al suolo ecc.);
  • verificare che sia montata nella posizione corretta ovvero con la corretta angolazione per una scala di appoggio (angolo di inclinazione circa 1:4), con i pioli o i gradini orizzontali e completamente aperta per una scala doppia;
  • verificare che i dispositivi di ritenuta, se previsti, siano completamente bloccati prima dell’uso;
  • verificare che essa sia posizionata su una base piana, orizzontale e non mobile;
  • verificare che essa sia appoggiata contro una superficie piana e non fragile e sia assicurata prima dell’uso, per esempio legandola o utilizzando un dispositivo di stabilizzazione adatto”.

Come usare le scale portatili

Il Quaderno tecnico indica inoltre che durante l’uso della scala “il lavoratore deve:

  • non collocarla su attrezzature che forniscano una base per guadagnare posizione in altezza;
  • posizionarla su un supporto stabile, resistente, di dimensioni adeguate e immobile, in modo da garantire la posizione orizzontale dei gradini/pioli;
  • assicurarsi che sia sistemata e vincolata in modo da evitare sbandamenti, slittamenti, rovesciamenti, oscillazioni o inflessioni accentuate. Qualora non sia attuabile l’adozione delle misure citate, la scala deve essere trattenuta al piede da un’altra persona;
  • salire/scendere su/dalla stessa indossando l’abbigliamento adeguato e i DPI idonei sulla base della valutazione dei rischi ( calzature ad uso professionale atte a garantire una perfetta stabilità e posizionamento; non a piedi nudi o con scarpe a tacchi alti o con ogni tipo di sandalo, non con lacci che possano impigliarsi o finire sotto le scarpe ecc.);
  • salire fino a un’altezza tale da consentirgli di disporre in qualsiasi momento di un appoggio e di una presa sicura;
  • non esporsi lateralmente per effettuare il lavoro; la fibbia della cintura (ombelico) dovrebbe trovarsi all’interno dei montanti ed entrambi i piedi sullo stesso gradino/piolo durante tutta l’operazione;
  • non lasciarla per accedere ad un altro luogo in quota senza una sicurezza supplementare, come un sistema di legatura o un dispositivo di stabilizzazione adatto;
  • non utilizzarla per accedere a un altro livello in caso di scala doppia;
  • non oltrepassare il terz’ultimo gradino di una scala in appoggio;
  • non sostare sui due gradini/pioli più alti di una scala doppia senza piattaforma e guarda-corpo;
  • non sostare sui quattro gradini/pioli più alti di una scala doppia con tronco a sbalzo all’estremità superiore se previsto dal fabbricante;
  • non utilizzarla per effettuare lavori su parti elettriche sotto tensione a meno che non sia isolata;
  • non utilizzarla all’esterno, in condizioni climatiche avverse come vento forte;
  • adottare precauzioni per evitare che i bambini possano giocare sulla stessa;
  • assicurare le porte (non le uscite antincendio) e le finestre, quando possibile, nell’area di lavoro;
  • non usarla come ponte;
  • non salire/scendere su/dalla stessa portando materiali pesanti o ingombranti che pregiudichino la presa sicura;
  • posizionare sempre entrambi i piedi sulla stessa, non sbilanciandosi;
  • tenersi in salita e in discesa sulla linea mediana, col viso rivolto verso la stessa e le mani posate sui pioli o sui montanti;
  • mantenere il corpo centrato rispetto ai montanti;
  • effettuare la salita e la discesa solo sul tronco predisposto per la salita (con gradini e pioli);
  • stazionare sulla stessa solo per brevi periodi intervallando l’attività con riposo a terra;
  • evitare di saltare a terra dalla stessa;
  • evitare ogni spostamento della stessa, anche piccolo, ma eseguirlo quando non si è su di essa;
  • non modificare la posizione della stessa dall’alto;
  • avere sempre una presa sicura a cui sostenersi, quando si posiziona sulla stessa;
  • disporre eventualmente di un contenitore porta attrezzi agganciato alla stessa specificatamente previsto per l’uso dal fabbricante;
  • disporre eventualmente di un contenitore porta attrezzi agganciato alla vita in caso di utilizzo di attrezzi da lavoro;
  • evitare di posizionare un piede su un gradino (piolo) e l’altro su un oggetto o ripiano;
  • evitare di sporgersi lateralmente;
  • evitare la salita, la discesa e lo stazionamento contemporaneo con altri lavoratori;
  • evitare di applicare sforzi eccessivi con gli attrezzi da lavoro che potrebbero farla scivolare o ribaltare;
  • evitare la salita e la discesa sulla stessa portando materiali pesanti o ingombranti che pregiudichino la presa sicura;
  • evitare la salita e la discesa sulla stessa se si soffre di vertigini;
  • evitare la salita e la discesa sulla stessa quando si è stanchi o la funzionalità degli arti è pregiudicata (per esempio: lesioni, dolori ecc.);
  • vietarne l’utilizzo alle donne gestanti”.

dopo l’uso della scala è necessario:

  • “verificare l’integrità di tutti i componenti;
  • movimentarla con cautela, considerando la presenza di altri lavoratori per evitare di colpirli accidentalmente;
  • tenerla inclinata, mai in orizzontale specie quando la visibilità è limitata quando la si trasporta a spalla;
  • non inserire il braccio all’interno della stessa fra i gradini/pioli nel trasporto a spalla;
  • evitare che cada a terra o urti contro ostacoli durante la movimentazione;
  • riportarla alla minima altezza nel caso del tipo a sfilo a due o tre tronchi;
  • riporla in un luogo coperto, aerato, asciutto e non esposto alle intemperie;
  • riporla verticalmente con i montanti a terra ed assicurarsi che non possa cadere: può essere riposta orizzontalmente per la sua lunghezza, appesa lungo i montanti;
  • non riporla a terra orizzontalmente, in quanto fonte di possibile inciampo;
  • effettuarne, eventualmente, la pulizia”.

La rimozione e manutenzione delle scale portatili

Il documento Inail ricorda poi che le scale portatili, quali attrezzature di lavoro, “devono essere rimosse in conformità alle istruzioni d’uso fornite dal fabbricante”. E in particolare il posizionamento e la rimozione delle scale in appoggio ad elementi innestabili o all’italiana richiede “specifico addestramento del lavoratore addetto”.

Riportiamo, infine, alcuni cenni sulla manutenzione della scala che “deve essere effettuata da parte di personale qualificato” e che “prevede:

  • la verifica degli zoccoli antiscivolo e loro integrità;
  • la verifica dei componenti della scala: montanti e pioli;
  • la verifica dei collegamenti tra i componenti.

Concludiamo segnalando che il documento Inail raccoglie una serie di risposte alle FAQ (frequently asked questions) che fanno riferimento anche all’applicazione della norma tecnica UNI EN 131.


La prevenzione individuale del technostress: la meditazione

 

Autore: Massimo Servadio
Categoria: Rischio psicosociale e stress

08/05/2019: Uno strumento per la prevenzione del rischio da technostress lavorativo: come funziona? Come si manifestano le reazioni a questo tipo di stress?

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La Rete e il mondo virtuale non sono più realtà parallele alla vita reale, ma sono completamente intrecciate ad essa. Per quanto Internet sia ormai uno strumento socialmente accettato ed utilizzato dalla maggior parte della popolazione mondiale, non si può non riconoscere il rischio che, dall’uso della Rete, si sviluppino situazioni disadattive di dipendenza conseguenti a una inappropriata esposizione ad esso.

Al rischio che scaturisce dall’utilizzo della Rete si accompagna un altro fenomeno attuale, legato all’utilizzo delle nuove e perennemente in espansione tecnologie digitali, più comunemente chiamate ICT (Information and Communication Technologies). Allo stato attuale, l’utilizzo eccessivo e disfunzionale delle ICT può portare l’individuo a sviluppare una nuova forma di stress, con un impatto molto forte sia sulla sfera sociale che lavorativa: il Technostress.

Il Technostress è ormai un fenomeno che ci accompagna sia nella vita privata sia nella vita professionale. Ricordiamo che fu definito per primo da Brod (1984) come “un disagio moderno causato dall’incapacità di coabitare con le nuove tecnologie del computer”. Definizione che fu ampliata successivamente da Weil e Rosen (1997), che lo intesero come “ogni impatto o attitudine negativa, pensieri, comportamenti o disagi fisici o psicologici causati direttamente o indirettamente dalla tecnologia”.

La ricerca recente ha messo in luce come l’individuo possa manifestare una serie diversificata di reazioni al technostress, che si manifestano a più livelli:

  1. Soggettivo: con ansia, rabbia, apatia, noia, depressione, stanchezza, frustrazione, senso di colpa, irritabilità, tristezza e solitudine, depressione, attacchi di panico, euforia;
  2. Comportamentale: si evidenziano disfunzioni del comportamento alimentare, eccessiva assunzione di alcol e droghe, eccitabilità, irrequietezza, difficoltà di parola, attacchi di rabbia (computer rage), calo del desiderio, alterazioni comportamentali, insofferenza verso membri della famiglia, aggressività; nel posto di lavoro anche passività, tendenza all’isolamento, immobilità e incapacità di agire;
  3. Cognitivo: si possono manifestare difficoltà nello svolgere i compiti e nel prendere decisioni, con un generale calo dell’attenzione, diminuzione della concentrazione, sostanziale riduzione e perdita dell’efficacia, maggior difficoltà a lavorare in team, lievi amnesie, calo del funzionamento intellettuale, aumento di sensibilità alle critiche, distorsioni e fraintendimenti di situazioni;
  4. Fisiologico: le conseguenze si riferiscono a ipertensione, disturbi cardiocircolatori, emicrania, sudorazione, secchezza della bocca, difficoltà di respirazione, vertigini, mal di testa, formicolio degli arti, mal di schiena e al torace, disturbi del sonno, stanchezza cronica, affaticamento mentale e disturbi gastrointestinali in genere;
  5. Organizzativo: l’individuo può essere vittima di fenomeni quali assenteismo, scarsa produttività, perdita di produttività, alto tasso di incidenti, antagonismo sul posto di lavoro, avvicendamento del personale, insoddisfazione, ritardo e malfunzionamento nei processi produttivi, organizzativi e gestionali, aumento del rischio per la salute e la sicurezza delle imprese, costi sociali e medici.

Dal punto di vista della prevenzione individuale, pongo l’attenzione sullo strumento della meditazione. In generale, la meditazione rafforza una funzione comune a tutti gli esseri viventi, ovvero l’omeostasi, sviluppandola sotto l’aspetto mentale.

I lavoratori del nostro quotidiano sono spesso in difficoltà causa i ritmi di lavoro forsennati e compiti spesso gravosi. Infatti, si parla di quest’era come quella del 24/7 e del multitasking: l’individuo è “costretto” a lavorare 24 ore al giorno, 7 giorni su 7 e a fare più cose contemporaneamente. In quest’ottica, non esiste più un tempo per il riposo e la meditazione può essere suggerita come una soluzione.

Fare meditazione significa mediare tra gli estremi di iper-attivazione e ipo-attivazione e instaurare una quiete vigile.

Durante la meditazione, quando la mente comincia a smarrirsi nelle sue divagazioni, attiviamo infatti la corteccia pre-frontale del cervello, che è il centro per la pianificazione e la concentrazione. L’attivazione pre-frontale riduce automaticamente l’attività del nostro sistema limbico, che è l’epicentro delle emozioni ed è strettamente legato allo stress.

La capacità di regolare le emozioni e i pensieri è segno di maturità: durante la meditazione, quando aumentiamo la concentrazione siamo meno soggetti alle emozioni: il sistema nervoso parasimpatico che stava inviando segnali di stress e di aggressività, viene automaticamente disattivato. Infatti, siamo spesso confusi e soggetti ad una reattività automatica della nostra mente e del nostro corpo: questo e il tono dell’umore sono buoni indicatori di come stiamo gestendo stress, lavoro e tecnologia.

L’ipotalamo non è più sopraffatto da segnali provenienti dal sistema nervoso simpatico e può far valere la sua naturale capacità omeostatica equilibratrice del sonno, dell’appetito e una vigilanza rilassante, che spiega come mai queste funzioni di base del nostro corpo e della nostra mente vengano ritemprate durante la meditazione.

Stress, lavoro e tecnologia…e rispetto alle richieste digitali noi dobbiamo mettere in campo autonomia, professionalità, capacità complesse e competenze multidisciplinari.

Nel vortice del technostress per esempio abbiamo il manifestarsi della distorsione cognitiva dell’eccesso di fiducia: la persona crede di sapere più di quanto effettivamente sa. In realtà l’eccesso di fiducia in sé è un meccanismo adattivo allo scopo di generare conforto psicologico in un mondo pieno di insidie. Di conseguenza crediamo e agiamo come se gli effetti del technostress non ci toccassero in maniera tangibile, ma questa è un’altra manifestazione di pura sicumera, che tanto “impazza” nel fenomeno infortunistico.

La meditazione agisce anche in questa direzione, aiuta a sentirci a nostro agio e sicuri senza proclamare con ansia che sappiamo ogni cosa. Anzi, agendo anche sulle relazioni interpersonali e sviluppando di conseguenza inclinazioni pro-sociali e altruistiche, migliora anche aspetti collaborativi che aiutano a prevenire fenomeni quali l’eccesso di fiducia.

La meditazione può quindi guidarci verso una maggiore acutezza di pensiero e chiarezza di idee, una riduzione dei disordini emozionali, un miglior ascolto di sé e degli altri.

È bene ricordare però che, come ogni attività che si decide di intraprendere, anche la meditazione richiede una pratica continua: i benefici non si ottengono praticandola una tantum, ma solo attraverso un esercizio continuo e duraturo nel tempo.

Le modalità e i tempi di svolgimento invece non sono standardizzati, ma dipendono dal tipo di meditazione che si intende eseguire. Esistono, infatti, diversi tipi di meditazione che vengono praticati in tutto il mondo. Ognuna di esse segue una propria logica ed ha regole precise rispetto alle modalità e ai tempi. Tutte però, mirano allo stesso obiettivo: il benessere dell’individuo.

Si tratta solo di capire quale sia la più adatta a noi.

Massimo Servadio

Psicoterapeuta e Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni, Esperto in Psicologia della Salute Organizzativa e Psicologia della Sicurezza lavorativa 

Bibliografia

Technostress: un’analisi tecnica del fenomeno, M.Servadio, Punto Sicuro, giugno 2018


Valutazione dei rischi: che approccio metodologico utilizzare?

 

Autore: Redazione
Categoria: Valutazione dei rischi

07/05/2019: Il processo di valutazione dei rischi nei luoghi di lavoro. Focus sugli obiettivi della valutazione e sugli operatori da coinvolgere. L’approccio metodologico: dall’identificazione dei pericoli alla valutazione del rischio residuo.

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Viareggio, 7 Mag – Quando può essere necessario fare una valutazione dei rischi? Quale può essere un approccio metodologico corretto? Come affrontare la riduzione del rischio?

Ancora oggi, benché la valutazione sia un momento rilevante di ogni strategia di prevenzione di infortuni e malattie professionali, è bene ricordare alcuni punti di fermi del processo di valutazione dei rischi nei luoghi di lavoro, al di là dei mutamenti normativi avvenuti in questi ultimi anni (ad esempio riguardo ai termini, scaduti nel 2013, per l’ autocertificazione   nelle piccole aziende fino a 10 lavoratori).

Proprio per riportare qualche utile indicazione per le aziende, riprendiamo la presentazione del documento “La valutazione del rischio”, a cura di Maria Rosaria Libone (Azienda USL 12 Viareggio, ora Azienda USL Toscana Nord Ovest), un documento che fornisce varie informazioni introduttive al processo di identificazione, valutazione e riduzione dei rischi.

Ci soffermeremo su:

La riduzione del rischio

Nel documento si segnala che la riduzione del rischio può avvenire mediante adozione di:

  • misure di prevenzione, dove la prevenzione è il “complesso delle misure e delle disposizioni volte ad annullare o ridurre la frequenza di accadimento di eventi dannosi (può essere individuale o collettiva)”;
  • misure di protezione, dove la protezione è il “complesso delle misure e delle disposizioni volte a ridurre la magnitudo di un evento dannoso (può essere individuale o collettiva)”.

Si può poi avere:

  • prevenzione primaria: eliminare o ridurre i rischi alla fonte
  • prevenzione secondaria: contenere i rischi intervenendo sulle vie di propagazione o sull’ambiente (collettive)
  • prevenzione terziaria: contenere i rischi intervenendo sulla persona esposta.

Gli obiettivi della valutazione dei rischi

Dopo aver ricordato l’obbligatorietà della valutazione in tutti i luoghi di lavoro dove vi sia almeno un lavoratore, Maria Rosaria Libone chiarisce quando è necessario fare la valutazione dei rischi e i suoi obiettivi.

Questi gli obiettivi della valutazione dei rischi:

  • “Identificare nel modo più completo fonti di rischio
  • Eliminarne alcune
  • Valutare rischio residuo
  • Attuare misure correttive per eliminare o ridurre il rischio
  • Stabilire priorità delle azioni
  • Dimostrare a organi di controllo e lavoratori che le misure attuate sono sufficienti a salvaguardare integrità lavoratori”.

E al processo di valutazione deve concorrere:

  • “Il datore di lavoro che deve, comunque, dare l’avvallo
  • Linea aziendale rappresentata da dirigenti e preposti (depositari di conoscenze e titolari di obblighi);
  • Personale con competenze tecniche specialistiche (eventualmente per settore) coinvolgendo le funzioni tecniche della azienda (come supporto);
  • Servizio di prevenzione (RSPP, MC);
  • RLS (punto di riferimento e collettore di conoscenze dei lavoratori)”.

L’approccio metodologico per la valutazione

Dopo aver parlato di analisi dei rischi e di pianificazione della valutazione, nel documento viene anche presentato un approccio metodologico che viene riassunto in una slide:

Si ricorda che il processo gestionale di valutazione del rischio può essere suddiviso in varie fasi:

  • “pianificazione della valutazione in collaborazione con il personale;
  • identificazione dei rischi;
  • individuazione delle persone a rischio, delle possibili situazioni di rischio e dei luoghi;
  • valutazione del livello di rischio e decisione in merito all’adozione di misure preventive;
  • adozione di misure preventive volte all’eliminazione o alla riduzione dei rischi;
  • controllo e adeguamento delle misure adottate”.

E per identificare i rischi:

  • “Esaminare l’attività svolta
  • Esaminare le macchine, i materiali, le attrezzature e le sostanze chimiche utilizzate
  • Valutare le condizioni di lavoro quanto a tutte le situazioni potenzialmente pericolose, tenendo conto che anche i visitatori possono essere vittime degli stessi rischi che minacciano il personale”.

Questi i “possibili approcci all’identificazione dei rischi:

  • “Esame per aree logistiche (es. officina meccanica, falegnameria, magazzino, uffici…);
  • Esame per genere di rischio (es. meccanico, fisico, chimico, biologico, organizzativo);
  • Esame in base alle funzioni del personale (es. operativo, amministrativo,…);
  • Esame in base all’organizzazione aziendale (es. turni, pianificazione del lavoro);
  • Analisi degli incidenti verificatisi in passato (es. consultazione registro infortuni, audit…) per identificare i problemi;
  • Indagine tra il personale e le persone interessate”.

Dopo aver individuato le persone a rischio (“considerare tutti coloro che possono essere vittime di incidenti. Non solo il personale fisso, ma anche il personale a contratto, i dipendenti di cooperative, i visitatori) è necessario “valutare il livello del rischio:

  • Valutare le probabilità che il rischio sfoci in incidente reale e la gravità dei danni potenziali.
  • Esaminare le misure attualmente in atto e la loro adeguatezza”.

E riguardo all’individuazione di rischi bisogna chiedersi:

  • “È possibile rimuovere completamente la causa del pericolo?
  • È possibile ridurre o controllare il pericolo (es. sostituendo taluni elementi con altri meno pericolosi)?
  • È possibile prendere misure per proteggere tutto il personale interessato?
  • Sono necessarie attrezzature protettive per il personale quando le misure collettive non garantiscono una tutela sufficiente?”.

Rimandiamo alla lettura integrale del documento che riporta indicazioni anche sulla consultazione del personale e che ricorda quanto sia importante la decisione sull’intervento che “prevede di stabilire prima quale sia il livello di rischio accettabile in base al quale verranno giudicati prioritari gli interventi da attuare”.

La riduzione e valutazione del rischio finale

Riguardo alla parte seconda del procedimento indicato nell’approccio metodologico, si riportano indicazioni riguardo alla modalità di adottare misure:

  • “Dopo avere svolto la valutazione dei rischi, elencare le misure necessarie in ordine di priorità, quindi passare all’azione coinvolgendo nel processo i lavoratori ed i loro rappresentanti.
  • Affrontare i problemi alla radice è il metodo economicamente più efficace ai fini della gestione del rischio.
  • Gli interventi dovrebbero essere concordati con il personale o l’amministrazione tenuta alla fornitura e manutenzione degli immobili
  • Le soluzioni elaborate vanno attuate, monitorate e valutate con cura
  • Le informazioni desunte dall’indagine sulla valutazione del rischio devono essere condivise con le persone competenti”.

Riguardo poi al controllo e riesame si indica che:

  • “La valutazione dell’efficacia delle misure di controllo garantisce che i rischi sono stati adeguatamente ridotti, senza tuttavia creare nuove fonti di pericolo.
  • Quando avviene un cambiamento, assicurarsi che non ci siano nuovi pericoli da prendere in considerazione.
  • Ripetere la valutazione del rischio se necessario.
  • È importante eseguire una valutazione per individuare gli aspetti degli interventi attuati con successo o meno, per elaborare un sistema ottimale adatto”.

Si ricorda poi che possono essere necessarie specifiche valutazioni del rischio:

  • “Determinate mansioni lavorative possono creare rischi diversi che richiedono specifiche valutazioni.
  • La valutazione del rischio e la sua gestione non devono trascurare i pericoli per la salute e la sicurezza a cui sono esposti gruppi specifici del personale (es. …, personale esterno che deve eseguire lavori in appalto presso l’azienda)”.

Concludiamo segnalando che il documento non solo riporta uno specchietto che indica le azioni conseguenti alle diverse possibili conclusioni del processo di valutazione, ma raccoglie, a titolo esemplificativo, anche una serie di misure di prevenzione e raccomandazioni per varie tipologie di rischio ( caduta dall’alto di materiali; caduta all’alto; investimento; cesoiamento, stritolamento dovuto a intrappolamento tra parti mobili macchine e strutture fisse; urti, colpi, impatti e compressioni; tagli, abrasioni;  esposizione a fiamma e temperature elevate; elettrocuzione).

RTM