Le logiche dell’effettività per individuare le posizioni di garanzia

 

Un intervento si sofferma sulla individuazione delle posizioni di garanzia e del datore di lavoro con particolare riferimento agli aspetti societari. Le posizioni di garanzia, il canone di effettività e le organizzazioni complesse.

Urbino, 1 Ago –  Riguardo al delicato tema della individuazione delle posizioni di garanzia in materia di sicurezza e salute si avverte la “limitatezza del tradizionale strumentario lavoristico; almeno quando con questo termine si alluda alle categorie di derivazione civilistica di più frequente utilizzo: la titolarità formale del rapporto di lavoro; il porsi come parte contrattuale; il riconoscimento cartolare di una data posizione categoriale e via discorrendo”. Non si può negare che “questa impostazione di fondo non sia perfettamente adeguata all’inquadramento ed alla conseguente soluzione delle questioni riguardanti la gestione del rapporto e la sua normale dinamica”. Ma quando ci si sposta “sul piano della indagine involgente i temi della sicurezza, emergono con forza i limiti di quel modello ricostruttivo”.

A fare queste affermazioni in relazione all’individuazione delle posizioni di garanzia in materia di sicurezza è un intervento che si è tenuto al convegno di studi su «La sicurezza sul lavoro nella galassia delle società di capitali» (Università di Urbino, 14 novembre 2014). Un intervento raccolto, insieme agli altri atti del convegno, nel Working Paper, pubblicato da Olympus nel mese di dicembre 2015, dal titolo “ La sicurezza sul lavoro nella galassia delle società di capitali – Atti del Convegno di Studi – Urbino – 14 novembre 2014” e a cura di Piera Campanella e Paolo Pascucci (professori ordinari di Diritto del lavoro nell’Università di Urbino Carlo Bo).

 

In “Assetti societari e individuazione del datore di lavoro per la sicurezza”, a cura di Francesco Basenghi (Professore associato di Diritto del Lavoro nell’ Università di Modena-Reggio Emilia) si indica che non ha torto “chi ritiene che si debba considerare quello della sicurezza sul lavoro come ambito a sé, come settore disciplinare dotato di propria dignità, come species dello scibile giuridico ormai dotato di autonomia, caratterizzato dalla convivenza blended e dalla contaminazione di stilemi e modelli che non sono più propri del diritto del lavoro, del diritto penale o del diritto commerciale, ma che hanno ormai raggiunto una propria piena ed autosufficiente validazione sul piano epistemologico”.

E il “terreno elettivo di collaudo” di questi spunti è, ad esempio, “quello che interessa la individuazione dei titolari delle posizioni di garanzia”.

 

Nell’intervento, che vi invitiamo a visionare integralmente, l’autore opera un excursus delle diverse stagioni normative in materia di salute e sicurezza nel nostro paese, a partire dalla stagione che “si colloca storicamente a metà degli anni cinquanta”, che aveva visto un complesso corpus normativo con “la previsione di adempimenti puntuali e specifici, calati sulla realtà di una impresa organizzata secondo i modelli del periodo”. Fino ad arrivare, in relazione agli impegni assunti in ambito comunitario, ad una “ben nota filosofia olistica della sicurezza, intesa come obiettivo diffuso dell’azione congiunta e coordinata di più livelli intersoggettivi”.

 

Si ricorda poi la “quadripartizione soggettiva riguardante i debitori in sicurezza” ( datore di lavoro, dirigente, preposto, lavoratore) – che “ha mostrato una straordinaria vitalità” e tale da “presentare ancor oggi piena attualità”. Ed infatti “a differenza dei contenuti oggettivi dell’obbligo di sicurezza, per loro natura esposti agli straordinari processi di trasformazione dell’impresa quanto al cosa ed al comeprodurre”, il sistema di articolazione e declinazione dei contenuti soggettivi “ha mostrato una ben maggiore capacità di resistenza a quei medesimi processi, evidentemente sul presupposto che, al di là della complessità dei modelli organizzativi, della loro trasformazione e della loro evoluzione, la struttura d’impresa rimane comunque fedele ad una architettura che pone in ogni caso al vertice il soggetto titolare delle massime prerogative decisionali, ossia il datore di lavoro; datore di lavoro – per definizione titolare dei più estesi poteri direttivi e, quindi, primo debitore in sicurezza – dal quale procede la ripartizione intersoggettiva ‘a cascata’ del debito prevenzionistico, corrente lungo la linea di comando di cui egli stesso è artefice e gestore esclusivo”.

 

Ed è dunque muovendo proprio dalla posizione apicale che il debito di sicurezza “viene poi suddiviso tra gli altri soggetti tributari di una data frazione delle prerogative di derivazione datoriale e ciò in misura proporzionale al quantum di poteri conferiti”. Esisterebbe, insomma, una “relazione biunivoca tra la consistenza delle prerogative assegnate al soggetto e la corrispondente quota dell’obbligazione a questi imputata”. A questo proposito sono citate diverse sentenze che mostrano come ai fini dell’identificazione della persona responsabile, nell’ambito di un’impresa di grandi dimensioni, in cui la ripartizione delle funzioni è imposta dall’organizzazione aziendale, “occorre accertare l’effettiva situazione di responsabilità all’interno delle posizioni di vertice per individuare i soggetti cui i compiti di prevenzione sono concretamente affidati con la predisposizione e l’attribuzione dei correlativi e necessari poteri di adempierli” (Cass. pen., 26 aprile 2000, n.7402; Cass. pen., 12 ottobre 2005, n. 44650; Cass. pen., 19 febbraio 1998, n. 453; Cass. pen., 3 marzo 1998, n. 548).

 

Non rimane dunque che comprendere se le figure chiamate dalla legge ad “assumere le posizioni di garanzia in materia di sicurezza – datore di lavoro, dirigente, preposto, lavoratore – coincidano con le omologhe figure elaborate all’interno dell’esperienza giuslavoristica stricto sensu intesa”. E la risposta non può che essere negativa, come ben si evince anche dalla definizione in apertura del D.Lgs. 81/2008, relativamente alla figura datoriale. Nella scelta di individuare il datore di lavoro nel ‘soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, comunque’ nel ‘soggetto che, secondo il tipo e l’assetto dell’organizzazione nel cui ambito il lavoratore presta la propria attività, ha la responsabilità dell’organizzazione stessa o dell’unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa’.

 

Insomma il sistema “valorizza il c.d. canone di effettività, ossia quel criterio che modula la distribuzione del carico obbligatorio” sulla “concreta e reale assegnazione di compiti in materia a ciascuno dei soggetti coinvolti. Beninteso, con una avvertenza: l’ effettività non va confusa con la semplice circostanza storica ed estrinseca – si direbbe accidentale – dell’esercizio materiale di certe prerogative da parte di un dato soggetto; al contrario, questo canone presuppone una attenta analisi di norme, regole e prassi concorrenti rispetto alla assegnazione dei poteri, degli obblighi e delle relative responsabilità tra tutti coloro che rivestono precisi ruoli nell’ambito della struttura organizzata volta per volta considerata”. Ed è dunque dall’analisi di questo sistema ripartitorio “che si evince chi possa – ergo, debba – tenere il comportamento prescritto”.

 

In questo senso – continua il relatore – non meraviglia il risultato della “potenziale moltiplicazione delle figure datoriali all’interno della stessa impresa; posizione di garanzia riferibile a tutti coloro che – al di là di ogni imputazione, ruolo o schema  formale – abbiano le prerogative di massima ampiezza e consistenza sul complesso aziendale o, lato sensu, organizzato”.

 

L’intervento si sofferma poi nelleoperazione di individuazione del datore di lavoro all’interno delle “organizzazioni complesse la cui governance sia attribuita ad organismi collegiali”. Ed è noto che “la posizione assunta dalla giurisprudenza da tempo dominante vuole estesa a tutti i componenti dell’organo di vertice la responsabilità gravante sul datore di lavoro. Tipico è il caso del consiglio di amministrazione, rispetto al quale si afferma usualmente che gli obblighi inerenti alla prevenzione posti dalla legge a carico del datore di lavoro gravano indistintamente su tutti i suoi componenti”. Affermazione che “trova parziale correzione nel caso in cui – come spesso accade – l’organo consiliare abbia delegato proprie attribuzioni ad uno o più dei propri membri. E si tratta di una correzione ancora una volta coerente con la regola di effettività, dal momento che l’estensione dell’area debitoria consegue al reale conferimento di poteri al delegato”.

Tuttavia il ricorso alla delega “non produce effetti esonerativi rispetto agli altri consiglieri sprovvisti di delega, visto che anche su costoro grava il dovere di agire in modo informato (art. 2382 c.c.) nonché quello di monitorare l’attività dei delegati; cosicché tale situazione può ridurre la portata della posizione di garanzia attribuita agli ulteriori componenti del consiglio, ma non escluderla interamente, poiché non possono comunque essere trasferiti i doveri di controllo sul generale andamento della gestione e di intervento sostitutivo nel caso di mancato esercizio della delega”. E si sta parlando di una delega che non va confusa con la “omonima figura oggi esplicitamente regolata dal T.U.: un conto è la delega di gestione ‘interna’ allo stesso organismo collegiale e volta al riassetto dei poteri di una entità in cui ogni componente è datore di lavoro; altro conto è la delega di funzioni di cui all’art. 16 (del D.Lgs. 81/2008, ndr), che produce effetti traslativi della responsabilità penale dal datore di lavoro – responsabileiure proprio – ad un diverso soggetto che, in quanto privo di datorialità, acquisisce le correlative responsabilità a titolo derivativo. Solo in questo secondo caso il datore di lavoro rimette questi obblighi ad altro da sé e la traslazione – oltre a dover avvenire nel rispetto delle condizioni formali di legge – non può riguardare poteri considerati inscindibilmente legati al ruolo datoriale, quindi indelegabili all’esterno”.

 

Infine per presentare un altro momento di prevalenza delle logiche dell’effettività, il relatore si sofferma in conclusione su quanto indicato dalla Cassazione ( Cass. S.U., 18 settembre 2014, n. 38343) in merito alla vicenda Thyssen-Krupp.

La sentenza individua il datore di lavoro “non nell’intero consiglio di amministrazione nella sua globalità, ma solo in capo a tre consiglieri delegati, tutti ritenuti dotati dei tipici poteri di gestione e spesa propri del ruolo di garante; e ciò perché tutti i tre consiglieri – sebbene fosse stato formalmente attribuita al solo amministratore delegato la responsabilità della sicurezza del lavoro – risultavano concorrere alla gestione collettiva dell’impresa, facendo parte di un board decisionale che si occupava di tutti i settori aziendali, compreso quello della sicurezza sul lavoro”. E all’esito di una puntuale istruttoria “si è potuto accertare in concreto non solo la quota di poteri e prerogative di fatto assegnati ai consiglieri ma anche la reale esistenza di un board decisionale, benché questo fosse stato formalmente – ma non realmente – soppresso”.

 

Tiziano Menduto


Macchine agricole: revisione, formazione e parco macchine

 

Un intervento si sofferma sul tema delle macchine agricole. Le scadenze della revisione, le novità sull’atteso decreto attuativo, l’abilitazione alla conduzione e le criticità relative al mercato delle macchine nuove e usate.

Lodi, 1 Ago – Nei comparti dell’agricoltura e selvicoltura c’è un’alta incidenza di infortuni professionali correlati in particolare all’utilizzo delle attrezzature di lavoro. Specialmente trattori, ma anche attrezzature come motocoltivatori e motozappatrici, alberi cardanici, piattaforme elevabili, rotoimballatrici, …

Per affrontare il tema del fenomeno infortunistico legato alle macchine agricole in relazione al parco macchine e alla loro revisione, ci soffermiamo su un intervento al convegno “ Salute e sicurezza in agricoltura e selvicoltura. Le prospettive. Il piano 2014-2018” che si è tenuto l’8 settembre 2015 a Lodi. Un convegno organizzato dall’ ASL di Lodi, con la collaborazione degli enti locali e del Coordinamento Tecnico Interregionale della prevenzione nei luoghi di lavoro.

In “Le priorità delle macchine agricole nella programmazione di comparto 2014 – 2018”, intervento a cura di V. Laurendi (Dipartimento Innovazione Tecnologica INAIL), T. Ficcadenti (AUSL Marche, Gruppo di Lavoro Interregionale Agricoltura) e M. Spezia (ASL Mantova, Gruppo di Lavoro Interregionale Agricoltura), sono riportate innanzitutto alcune tabelle relative ai dati sul fenomeno infortunistico legato alle macchine agricole, con particolare riferimento ai dati dell’Osservatorio INAIL sul settore agricolo e forestale. Dati che mostrano che gli infortuni mortali rilevati dall’osservatorio “sono più del doppio di quelli indennizzati”. E che il fenomeno è dunque “molto più ampio di quello mostrato dai dati ufficiali”.

 

Non sono riportati solo i dati generali relativi agli infortuni, ma anche informazioni relative all’agente materiale degli infortuni, alle fasce di età, alla distribuzione geografica degli infortuni con i trattori, …

Rimandando alla lettura integrale dell’intervento e delle varie tabelle contenute, riprendiamo brevemente il contenuto della tabella relativa agli infortuni rilevati dall’Osservatori nel 2014 per agente materiale:

 

L’intervento si sofferma poi sul parco macchine esistente.

 

Secondo i dati assunti dalla Commissione Agricoltura del Senato nella Risoluzione n. 449 del 13 maggio 2015 in Italia “si è stimata la presenza di 1.600.000 trattrici con età media di 20 anni:

– di questi circa 668.000 sprovvisti di strutture di protezione in caso di ribaltamento;

– di questi circa 1.240.000 sprovvisti di sistemi di ritenzione (cintura di sicurezza)”.

Inoltre si ritiene che a partire dal 2009 “di queste macchine circa 80.000 siano state oggetto di adeguamento per quanto riguarda l’installazione dei telai di protezione del posto di guida ed un numero maggiore sia stato oggetto di installazione della cintura di sicurezza”.

 

Veniamo al tema della revisione delle macchine agricole.

L’intervento segnala che la revisione delle macchine agricole immatricolate, con riferimento al “Decreto Legge 179 del 18.10.2012 convertito nella Legge 221 del 17.12.2012” e successivamente alD.M. 20 maggio 2015, è stata poi oggetto di varie proroghe. Il termine ultimo per l’entrata in vigore della revisione era fissato al 30 giugno 2016.

E poi atteso un decreto attuativo sulle “modalità di esecuzione” della revisione delle macchine agricole ed operatrici, un decreto che dovrebbe uscire nelle prossime settimane, probabilmente insieme ad un bando INAIL che prevederà dei contributi per l’acquisto di trattori e macchine agricole.  

 

L’intervento riporta alcuni temi di interesse riguardo alla revisione delle macchine agricole in relazione al decreto attuativo:

– è di fondamentale importanza che il decreto stabilisca che la revisione “debba verificare non soltanto i requisiti previsti dal codice della strada per la circolazione, ma anche i requisiti di salute e sicurezza sul lavoro;

– i controlli non dovranno essere solo visivi ma ‘adeguati’, dovranno verificare l’usura dei componenti della macchina e tenere conto dell’evoluzione tecnologica;

– è necessario prevedere fin d’ora un rapido processo di formazione del personale che dovrà eseguire i controlli di sicurezza sulle macchine; tenuto conto che su questo piano la conoscenza delle norme di riferimento è ancora molto limitata;

– disponiamo di una serie di documenti tecnici (Linee guida e Buone prassi) mediante i quali poter intervenire sulla gran parte del parco macchine esistente”.

 

Nell’intervento si ricordano anche alcuni dei documenti Inail sul tema elaborati in questi anni da appositi gruppi di lavoro e condivisi con le parti sociali:

Controllo periodico dello stato di manutenzione ed efficienza dei trattori agricoli o forestali ex art. 71 comma 4 lettera a) punto 2 e lettera b) del D. Lgs. 81/08 – Buona Prassi 2011;

– Adeguamento dei trattori agricoli o forestali ai requisiti minimi di sicurezza per l’uso delle attrezzature di lavoro di cui all’Allegato V al D. Lgs. 81/08 – Linea Guida 2011;

– “Adeguamento dei trattori agricoli o forestali ai requisiti minimi di sicurezza per l’uso delle attrezzature di lavoro previsti al punto 2.4 della parte II dell’Allegato V al D. Lgs. n. 81/08” – Linea Guida dal 2006 (Cinture e telai).

 

La relazione che si sofferma anche sulle esperienze degli altri paesi europei offre poi informazioni sull’abilitazione alla conduzione delle macchine agricole.

 

Ed è importante parlare di formazione perché le dinamiche infortunistiche che coinvolgono i trattori “sono determinate da:

– carenze delle macchine sotto il profilo della sicurezza;

manovre inappropriate dovute a errata percezione del carico, terreni sconnessi, ecc. In pratica scarsa formazione”.

 

In particolare il trattore è incluso tra le attrezzature di lavoro per le quali è prevista una specifica abilitazione per gli operatori.

Stiamo parlando dell’ Accordo Stato-Regioni del 22 febbraio 2012, concernente l’individuazione delle attrezzature di lavoro per le quali è richiesta una specifica abilitazione degli operatori, nonché le modalità per il riconoscimento di tale abilitazione, i soggetti formatori, la durata, gli indirizzi ed i requisiti minimi di validità della formazione, in attuazione dell’art. 73, comma 5, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81. Abilitazione che, dopo diversi differimenti per il solo settore agricolo, è entrata in vigore il 31 dicembre 2015.

Si ricorda che la Circolare n. 38 del 23 dicembre 2014 del Ministero del Lavoro fornisce dettagliate istruzioni operative sullo svolgimento dei corsi di formazione per la conduzione dei trattori. Ed è indispensabile “che si sviluppino al più presto tutte le azioni necessarie per garantire l’effettiva fruibilità dei corsi, attrezzando apposite sedi e formando gli addetti alla formazione”.

 

Il documento riporta poi informazioni relative al 7° Rapporto sulla sorveglianza del mercato pubblicato nel 2013, sulle macchine agricole esaminate e ricorda, infine, alcuni aspetti relativi al mercato delle macchine agricole nuove e usate.

 

Riguardo al mercato delle macchine nuove è importante “privilegiare i controlli in fiere e presso i rivenditori:

– favorisce la rapidità dell’istruttoria tecnica;

– non coinvolge l’utilizzatore finale con tutte le relative conseguenze inique e le difficoltà delle relative prescrizioni;

– coinvolge subito e direttamente il costruttore;

– ha una funzione effettivamente preventiva;

– ha consentito la segnalazione di oltre 200 macchine nel corso dello scorso piano di prevenzione (2010 – 2013), mentre nel periodo di osservazione precedente 1998 – 2009 le macchine segnalate sono state 82”.

Queste le criticità:

– “la mancata irrogazione delle sanzioni a fronte dell’accertamento delle non conformità;

– il costruttore non è obbligato a provvedere gratuitamente a regolarizzare le macchine già vendute;

– l’utilizzatore finale sopporta gravi costi impropri, anche responsabilità penali, al limite della vessazione”.

 

Infine riguardo al mercato delle macchine usate si indica che:

– “l’attività di controllo si svolge presso gli utilizzatori finali, soprattutto in casi di infortunio grave;

– i controlli possono essere svolti anche presso i rivenditori, con funzione ‘dissuasiva’”.

Queste le azioni da incrementare:

– “accordi con Associazioni dei Commercianti e Riparatori affinché nei contratti di compravendita si impegnino a ritirare l’usato e a regolarizzarlo prima di rivenderlo;

– massiccia attività di formazione ed aggiornamento degli Operatori addetti al commercio delle macchine ed alla riparazione”.

 

Tiziano Menduto


Caldo estivo: il rischio di colpi di calore per i lavoratori outdoor

 

Le linee di indirizzo ministeriali per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute riportano precise indicazioni sulle patologie associate al caldo. Focus su definizione, descrizione, buone prassi ed effetti dei colpi di calore.  

Roma, 29 Lug – Abbiamo più volte rilevato nella nostra rubrica “ Imparare dagli errori”, dedicata a infortuni e patologie professionali, come i lavoratori che operano all’aperto, i cosiddetti “ lavoratori outdoor”, specialmente nei mesi estivi e in corrispondenza delle ondate di caldo, siano soggetti a rischi elevati dovuti all’esposizione alle radiazioni solari.

Rischi che, come spesso raccontato dal nostro giornale, non sono ancora sufficientemente conosciuti e correttamente valutati dai datori di lavoro e dagli stessi lavoratori outdoor.

 

Per questo motivo torniamo a parlare oggi di calore estivo cercando di migliorare la conoscenza delle patologie associate al caldo che possono interessare in particolare i lavoratori che svolgono un’attività fisica intensa all’aperto (ad esempio lavoratori edili, operai di cantieri stradali, agricoltori, giardinieri, marinai, operatori ecologici, …).

 

E per avere informazioni su queste patologie facciamo riferimento al documento “Linee di indirizzo per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute”, nella versione aggiornata del mese di marzo 2013. Un documento che contiene una revisione dei contributi originali, contenuti nelle precedenti  versioni,  elaborati da un gruppo di lavoro istituito dal Ministero della Salute. L’attuale versione  tiene conto anche delle Linee Guida elaborate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO 2008 e 2011) ed è stata realizzata nell’ambito del progetto del Centro Nazionale Prevenzione e Controllo Malattie (CCM), del Ministero della Salute: “Piano operativo nazionale per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute”, coordinato dal Dipartimento di Epidemiologia del SSR Lazio. Un documento che è rivolto in particolare agli enti locali, ai medici ed in generale a tutti gli operatori socio-sanitari coinvolti nell’assistenza e nella gestione delle fasce di popolazione a rischio.

 

Ricordando che la vulnerabilità della popolazione agli effetti delle alte temperature e delle ondate di calore estive è funzione del “livello di esposizione (intensità e durata), della ‘suscettibilità’ individuale (stato di salute, caratteristiche socio-demografiche e ambientali) e della capacità di adattamento sia a livello individuale che di contesto sociale e ambientale (percezione/riconoscimento del rischio, disponibilità di risorse)”, vediamo di approfondire oggi una delle più conosciute patologie associate al caldo: il colpo di calore.

 

Il documento indica che il colpo di calore si manifesta “con una ampia gradazione di segni e sintomi a seconda della gravità della condizione. I primi segni del danno da calore comprendono una combinazione di sintomi quali debolezza, nausea, vomito, cefalea, orripilazione al torace ed agli arti superiori, brividi, iperpnea, crampi muscolari e andatura instabile. Se il quadro clinico progredisce si manifestano alterazioni della coscienza di vario grado e intensità (stato d’ansia, stato confusionale, delirio, sincope, coma), la temperatura corporea sale sopra i 40°C ed è seguita da una sindrome pluriorgano che può condurre a morte”.

 

Chiaramente i soggetti più colpiti sono, a parità di esposizione e oltre ai bambini, gli anziani, in particolare gli over 75, in cui è frequente la cosiddetta “sindrome clinica da fragilità, condizione caratterizzata da una ridotta riserva fisiologica, associata ad una ridotta capacità di adattamento a modificazioni dell’ambiente interno o esterno e, ad un’aumentata suscettibilità ad eventi clinici”.  Non dimentichiamoci che i dati relativi al mondo del lavoro mostrano, come ricordato anche in un recente convegno organizzato da PuntoSicuro, un progressivo invecchiamento della forza lavorativa del nostro paese.

 

Riportiamo brevemente una tabella  che riassume i fattori predisponenti il colpo di calore e il loro meccanismo d’azione:

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Vediamo ora gli effetti del colpo di calore su tutto l’organismo:

sistema nervoso centrale: “predomina all’inizio il danno cerebellare, data la particolare termolabilità delle cellule di Purkinje. Pertanto atassia, dismetria e disartria sono sintomi di esordio, da non trascurare mai. La cefalea consegue, in genere, alla diretta esposizione al sole e non è quindi tipica del colpo di calore in età geriatrica;

rene: l’insufficienza renale acuta è un evento raro che si verifica solo in soggetti già seriamente neuropatici e tardivamente sottoposti a terapia;

– fegato: il danno epatico, sia ischemico che colestatico, culmina 48-72 ore dopo il colpo di calore e può causare un tardivo peggioramento dello stato generale;

sangue: anemia e, soprattutto, diatesi emorragica legata all’effetto anticoagulante del calore in sé, alla termolabilità dei megacariociti, alla frequente attivazione di una coagulazione intravascolare disseminata e alla deficitaria sintesi di fattori della coagulazione da parte del fegato. Non bisogna quindi sottovalutare manifestazioni emorragiche anche modeste come ecchimosi o piccoli ematomi;

cuore: le basse resistenze periferiche da vasodilatazione causano aumento della portata cardiaca, ma il danno termico sul cuore esita in ipotensione e tachiaritmie;

muscoli: episodi di necrosi muscolare portano a flaccidità diffusa;

sistema endocrino: iperglicemia iniziale e, sopravvenuta l’insufficienza epatica, ipoglicemia tardiva. L’ipoglicemia può però essere precoce in malati malnutriti o con epatopatia e dominare il quadro clinico;

polmone: iperventilazione e alcalosi in fase iniziale, acidosi metabolica e rischio di edema polmonare cardiogeno in fase avanzata;

cute: iperidrosi, specie ascellare, data la maggiore sensibilità delle ghiandole sudoripare ascellari allo stimolo termico. Può sopravvenire ipoidrosi ‘da esaurimento’, anche se può esserci fin dall’esordio per cause concomitanti (diabete, farmaci anticolinergici ecc.)”.

 

Il documento, che vi invitiamo a leggere integralmente si sofferma poi sugli aspetti diagnostici, sugli esiti possibili del colpo di calore e sulla diagnosi differenziale relativa alla sindrome

neurolettica maligna (infatti alcuni farmaci implicati nella patogenesi del colpo di calore  “possono essere anche causa di sindrome neurolettica maligna”).

 

Noi invece concludiamo questa breve presentazione delle problematiche correlate al colpo di calore, riportando semplicemente alcuni principi di terapia.

 

Nel documento si indica che oltre che curare la disidratazione, “bisogna raffreddare l’organismo nel modo più fisiologico ed efficace possibile. A tal fine il raffreddamento diretto, ovvero da esposizione ad acqua fredda, non è ottimale perché comporta una brusca vasocostrizione e, quindi, richiede un costante monitoraggio”.

Ed è dunque preferibile il “raffreddamento per evaporazione, che si ottiene bagnando il corpo o avvolgendolo in teli di cotone bagnato e, successivamente, esponendolo a flussi di aria calda, non caldissima, come quella che esce da un asciugacapelli a basso regime. La parte della superficie corporea esposta al getto di aria va cambiata continuamente. La procedura va interrotta quando la temperatura rettale scende sotto i 39°C”.

 

Sono, infine, riportati nel documento anche i farmaci e le sostanze che è bene non somministrare e si ricorda che “non è dimostrata alcuna efficacia degli steroidi e della profilassi antibiotica, misure che non vanno quindi adottate (Bouchama et al. 2007)”.

 

 

Ministero della Salute, Centro Nazionale Prevenzione e Controllo Malattie (CCM), “ Linee di indirizzo per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute”, aggiornamento marzo 2013, revisione della versione originale curata da Anna Maria Bargagli, Manuela De Sario, Paola Michelozzi e Simona Vecchi (Dipartimento di Epidemiologia del SSR Lazio), Laura Cialdea e Annamaria de Martino (Direzione Generale della Prevenzione del Ministero della Salute), Alberto Baldaccini, Giovanni Capobianco e Chiara Imbasciati (UOC Geriatria per Acuti, Ospedale S. Eugenio, ASL RM C, Roma) (formato PDF, 2.95 MB).

 

 

Tiziano Menduto

 


Il nuovo Accordo Stato Regioni sulla formazione di RSPP e ASPP

 

Alcuni elementi che sono stati totalmente trascurati e che avranno un impatto significativo sui processi formativi dedicati alle figure dei RSPP e degli ASPP e sull’efficacia della loro azione all’interno delle aziende. Di Carmelo G. Catanoso.

Lo scorso 7 luglio 2016 è stato sancito l’Accordo finalizzato alla individuazione della durata e dei contenuti minimi dei percorsi formativi per i responsabili e gli addetti dei servizi di prevenzione e protezione, a sensi dell’art. 32 del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 e successive modificazioni.

 

L’obiettivo di questo contributo non è quello di illustrare i contenuti dell’Accordo ma evidenziare alcuni elementi che, a parere di chi scrive, sono stati totalmente trascurati e che avranno un impatto significativo sui processi formativi dedicati alle figure dei RSPP e degli ASPP e, soprattutto, sull’efficacia della loro azione all’interno delle aziende.

 

Innanzi tutto, è opportuno fare una premessa riguardante la situazione nel nostro Paese. In Italia le aziende fino a 9 dipendenti, rappresentano l’86,4% del totale mentre le imprese da 10 a 49 dipendenti sono il 12% del totale. In sintesi, il 98,4% delle imprese italiane è rappresentato da micro imprese e piccole imprese [1].

 

In queste aziende, in genere, il RSPP è stato individuato nello stesso datore di lavoro o in un consulente esterno e solo raramente la scelta è, invece, caduta su uno dei dipendenti di queste piccole realtà imprenditoriali.

 

Va ricordato che, per queste due tipologie di aziende, nel caso in cui il datore di lavoro decidesse di svolgere direttamente le funzioni di RSPP, l’Accordo Stato Regioni del 21 dicembre 2011 prevede, a suo carico, l’obbligo di frequenza ad un corso di formazione avente durata di 16 ore (rischio basso), 32 ore (rischio medio) e 48 ore (rischio alto) e dove la classificazione del rischio è funzione del codice ATECO di appartenenza dell’azienda (vedasi tabella II del citato Accordo).  Al termine del percorso formativo, nel rispetto della frequenza minima prevista (90% delle ore di formazione) e dopo la verifica di apprendimento, il datore di lavoro può ricoprire le funzioni di RSPP per la sua azienda. Ovviamente, per questa tipologia di “datore di lavoro”, l’Accordo prevede la frequenza a specifici corsi di aggiornamento (anche in modalità e-learning), tarati in funzione dei livelli di rischio (6 ore per rischio basso, 10 ore per rischio medio e 14 ore per rischio alto) e distribuito su un quinquennio. Accanto ai datori di lavoro che hanno optato per ricoprire l’incarico di RSPP e che hanno frequentato, a partire dall’inizio del 2012, i corsi strutturati come previsto dall’Accordo, coesiste un gran numero di datori di lavoro che rivestono le funzioni di RSPP e che hanno usufruito:

  • del totale esonero da qualunque obbligo formativo ai sensi dell’art. 95 del D. Lgs. n° 626/1994;
  • della frequenza al corso di 16 ore previsto dall’art. 3 del D.M. 16 gennaio 1997.

 

Non va però dimenticato che anche queste ultime due tipologie di datori di lavoro sono soggette all’obbligo di aggiornamento.

 

Pertanto, riguardo la figura del RSPP, guardando alla situazione attuale, si può affermare che, nella maggior parte dei casi, ci si trova di fronte ad un esercito della prevenzione costituito da un solo soggetto, spesso con una carica esclusivamente onoraria auto conferita (datore di lavoro), con medio-bassa scolarità, poca o nulla esperienza specifica alle spalle, in genere poco sensibile ai bisogni formativi e quasi sempre impegnato nelle altre attività della propria impresa.

 

Appare evidente, anche guardando la fascia d’imprese dove si concentrano gli infortuni sul lavoro (aspetto evidente visto che il 86,4% delle imprese ha meno di 10 dipendenti), che l’area d’intervento prioritaria era proprio quella riguardante questa categoria di datori di lavoro anche perché, non è da ritenere un’ipotesi remota che  il gap in materia di sicurezza sul lavoro e tutela della salute, esistente in questa tipologia d’imprese, sia dovuto anche allo svolgimento diretto da parte del datore di lavoro dei compiti di RSPP nonché all’esonero permanente di questi dai corsi di formazione specifici, visto che le poche ore di aggiornamento, spalmate su 5 anni, son ben poca cosa anche per mantenere alto il livello di attenzione al problema.

 

A fronte di questa situazione, che si trascina ormai da 20 anni, non era già sembrata coerente la scelta fatta con il precedente Accordo Stato Regioni del gennaio 2006, a fronte  del già citato condono tombale della formazione per i datori di lavoro previsto dall’art. 95 del D. Lgs. n° 626/1994, in cui per dare evidenza di un impegno nell’ambito della sicurezza e tutela della salute, il problema della sicurezza sul lavoro in Italia, era stato fatto diventare un problema RSPP-centrico.

In effetti, questa scelta poteva dirsi sensata se, a monte, ci fosse stata la decisione di escludere i datori di lavoro del citato 86,4% di imprese, dalla possibilità di espletare le funzioni di RSPP, imponendogli la nomina se non di un dipendente, almeno quella di un consulente esterno.

 

Consulente esterno che, in verità, era ed è, comunque, presente in questa tipologia di aziende ma che è in grado di espletare professionalmente ed efficacemente le proprie funzioni di supporto, al di là della propria competenza, solo in quelle imprese dove i datori di lavoro mettono questi professionisti nelle condizioni di poter realmente operare.

 

In altre parole, il problema non è solo la ridefinizione del bagaglio formativo dei RSPP e degli ASPP, rivisto con il nuovo Accordo ma sono soprattutto gli atteggiamenti ed i comportamenti che da questi ne  derivano, del suo principale interlocutore appena citato.

 

Quindi, il problema prioritario che si doveva e si deve porre il legislatore era quello di individuare tutti gli strumenti necessari per spingere le aziende, ed in particolare la citata tipologia d’imprese, a sviluppare una propria cultura della sicurezza e cioè l’integrazione della sicurezza, tra i principi ed i valori che regolano il rapporto tra gli individui e l’organizzazione d’appartenenza.

 

Si deve comprendere che è l’azienda, nella sua interezza, che si deve mettere in gioco, che deve rivedere il proprio approccio alle problematiche della sicurezza e della tutela della salute, in modo da creare un ambiente predisposto a condividere ed attuare le iniziative proposte dal RSPP.

 

Altrimenti il rischio è quello che qualunque tipo di formazione per gli RSPP, rischia di diventare praticamente inutile se nelle aziende si continuerà a intendere il ruolo del RSPP quale quello di:

  • cartaio e cioè fabbricante di documenti da tenere nel cassetto e da esibire a richiesta all’ente di vigilanza;
  • normotecnoburosauro e cioè esclusivo depositario delle norme di legge e delle procedure tecniche;
  • negoziatore del conflitto interno (azienda – sindacati) per le tematiche della sicurezza sul lavoro;
  • negoziatore del conflitto esterno (azienda – organi di vigilanza), per le tematiche della sicurezza sul lavoro;
  • filtro per il datore di lavoro, riguardo alle specifiche informazioni e le pressioni ambientali provenienti dall’esterno.

Nelle aziende, invece, si dovrà cominciare a capire che il ruolo del RSPP è quello di:

  • far percepire e comprendere il problema sicurezza nella sua globalità;
  • favorire la ricerca, all’interno dell’azienda, delle competenze necessarie per risolvere i problemi,
  • favorire l’integrazione delle diverse competenze presenti in azienda;
  • contribuire all’attivazione di un processo di crescita professionale dei soggetti coinvolti;
  • favorire i processi di comunicazione per la prevenzione e la protezione dai rischi;
  • coinvolgere il personale nelle attività organizzative e gestionali per la prevenzione e la protezione dai rischi;
  • contribuire alla motivazione del personale.

 

Oggi, grazie anche ai percorsi formativi definiti dai due Accordi Stato Regioni, i RSPP stanno sempre più acquisendo una nuova percezione e consapevolezza del proprio ruolo, che si sta evolvendo, da quello di depositario del sapere tecnico-normativo specifico a quello di animatore e facilitatore del cambiamento, con l’obiettivo di far comprendere ai datori di lavoro le effettive dimensioni del problema sicurezza sul lavoro e tutela della salute e il loro impatto sulle attività aziendali, operando con pazienza e costanza al fine di costruire una serie di rapporti interfunzionali in grado di acquisire il maggior numero di informazioni pertinenti necessarie per rendere sempre più affidabili i processi decisionali.

 

In parallelo, però, è necessario che si attuino una serie d’azioni in grado di incidere sui comportamenti delle piccole aziende e far percepire che la sicurezza sul lavoro non è un costo ma un investimento che produce un ritorno, anche nel breve periodo.

 

Istintivamente, l’azione che può sembrare prioritaria è quella indirizzata sia verso la richiesta di norme di legge più chiare e burocraticamente più leggere (vedi recente tentativo con DDL senatori Sacconi – Fucksia) che verso un inasprimento delle sanzioni rendendole economicamente più pesanti, in modo da ricordare alle imprese, nel confronto tra i costi di prevenzione e quelli relativi alla non osservanza delle norme ed al risarcimento dell’infortunio e/o della malattia professionale, che l’attività, volta a tutelare l’integrità psicofisica di tutto il personale, è un problema prioritario, socialmente ed economicamente rilevante che necessita, da parte del soggetto giuridico preposto, un maggiore investimento in risorse, nonché dei risultati che ne misurino l’impegno effettivo.

Le norme di legge ed i controlli sono necessari, ma servono solo a rafforzare le responsabilità attraverso le sanzioni a carico delle imprese ma, proprio per questo, non possono fornire, da sole, sufficienti motivazioni ad investire nella prevenzione.

Basta che la fonte del condizionamento (enti di vigilanza, Magistratura, ecc.) diminuisca, per qualunque ragione, la propria intensità per ritornare al punto di partenza.

Dunque, oggi, il problema prioritario non è solo quello di intervenire sul corpo legislativo di riferimento aspettandosi, poi, il miglioramento della situazione (la condivisione delle norme, da parte di talune imprese, è tutt’altro che automatica).

 

Il problema prioritario è, invece, quello di individuare ed attuare nuovi interventi in grado di portare ad un reale miglioramento della sicurezza e della tutela della salute grazie alla loro funzione preventiva deterrente ed incentivante esercitata prima che accadano gli eventi.

 

Importante è partire con una campagna di comunicazione che, per le piccole imprese, dovrà puntare sull’impegno etico che l’imprenditore assume per tutelare l’integrità psicofisica delle sue persone, sulla possibilità d’incidere su tutti quegli aspetti che influenzano negativamente il funzionamento dell’impresa (assenteismo, conflittualità, turnover, ecc.) e cioè su quello a cui, qualunque imprenditore, come detto prima, è sempre fortemente interessato, facendogli capire che la sua azienda, viste le dimensioni, non riuscirà mai a compensare questi effetti negativi a differenza della grande impresa o della multinazionale in grado di ridistribuire, con facilità i carichi di lavoro. Importante, è anche insistere sulle ricadute positive che gli investimenti prevenzionali possono portare alla piccola azienda, specialmente se spendibili in termini d’immagine e di reputazione nonché di differenziale positivo nell’acquisizione di nuovi clienti e nel mantenimento degli attuali.

Essenziale è anche strutturare dei meccanismi seri di accesso al mercato da parte delle imprese vincolandoli al preventivo soddisfacimento dei requisiti minimi richiesti dalle norme vigenti in tema di sicurezza e tutela della salute.

 

E’ anche necessario strutturare un permanente e selettivo sistema di finanziamento agevolato delle piccole imprese (abbandonando iniziative pur lodevoli ma aventi carattere emergenziale) permettendo loro sgravi fiscali e contributivi, sia in funzione di un andamento favorevole degli infortuni e delle malattie professionali (condotto in parallelo ma in modo distinto con l’andamento dei tassi specifici INAIL), sia per gli investimenti per il miglioramento continuo del livello di sicurezza, articolati secondo piani triennali di sviluppo. Qualcosa, insomma, che vada oltre la “scontistica” dell’OT 24 o il “Click day” dell’INAIL (quest’ultimo con tutte le polemiche riguardanti le modalità di assegnazione delle risorse disponibili).

 

E’ necessario intervenire immediatamente sulle pubbliche amministrazioni e far regolarizzare le palesi situazioni di rischio presenti in un qualunque ministero, ospedale, ufficio, scuola, ecc..  Altrimenti quale coerenza e credibilità può avere uno Stato che, da una parte continua a partorire leggi, leggine, circolari, ecc., e, dall’altra, è il primo a non applicarle nei propri luoghi di lavoro, spesso aperti al pubblico!

 

In conclusione, a giudizio di chi scrive, un cambiamento in futuro lo potremo avere, abbandonando l’idea del solo incremento del controllo, dell’inasprimento delle sanzioni e della formazione degli specialisti come i RSPP e gli ASPP ma creando, invece, un sistema che dimostri che l’investimento per la sicurezza e la tutela della salute oltre ad essere eticamente riconosciuto ed apprezzato dalla pubblica opinione, produce un ritorno economico tangibile in quanto:

  • permette all’impresa l’accesso e la permanenza sul mercato dove esiste un sistema di controllo efficiente ed efficace da parte degli enti preposti,
  • costituisce un vantaggio competitivo rispetto ad altre aziende dello stesso settore,
  • permette la riduzione dei costi indiretti (assenteismo, turnover, ecc.),
  • aumenta l’efficienza dei processi lavorativi,
  • fa accedere ad agevolazioni fiscali e contributive,
  • migliora l’immagine aziendale e
  • riduce la conflittualità interna ed esterna.

In conclusione, sarà solo la definizione ed attuazione di una strategia di ben più profondo ed ampio respiro che potrà dare uno scossone al cristallizzato status della sicurezza sul lavoro nel nostro paese e non certo la sola formazione a carico dei RSPP e ASPP (soggetti che hanno, allo stato delle cose, ben poche possibilità d’incidere sui processi decisionali finalizzati delle aziende) ed evitare che il nuovo Accordo Stato Regioni sulla formazione del RSPP e degli ASPP sembri, più che altro, il rafforzamento del business della formazione per una miriadi di enti vari ma organizzativamente e qualitativamente inadeguato anche in riferimento agli obiettivi di un serio sistema prevenzionale.

Infine vale la pena chiude questo contributo ricordando che l’obiettivo del RSPP deve essere quello di diventare un ruolo obsoleto in quanto è riuscito a massimizzare il trasferimento del bagaglio di competenze specialistiche di cui era portatore, ai suoi interlocutori aziendali.

 

Carmelo G. Catanoso

Ingegnere Consulente di Direzione


Imparare dagli errori: se le mani non sono protette dai tagli

 

Esempi di infortuni correlati all’uso errato o mancato uso di DPI per la protezione delle mani. Gli infortuni durante le attività di taglio, la protezione dai rischi meccanici e i guanti contro i tagli e le ferite causate da coltelli a mano.

Brescia, 28 Lug – È facile constatare come molti dei gravi incidenti alle mani raccolti dal sistema di sorveglianza degli infortuni mortali e gravi in Italia, facciano riferimento ai rischi meccanici e agli infortuni da taglio.

Per questo motivo nel percorso della rubrica “ Imparare dagli errori” attraverso gli infortuni correlati all’uso dei Dispositivi di Protezione Individuale (DPI), ci soffermiamo oggi proprio sugli infortuni dovuti a una non adeguata protezione dai tagli.

Come sempre le dinamiche degli infortuni presentati sono tratte dalle schede di INFOR.MO., strumento per l’analisi qualitativa dei casi di infortunio.

 

Il caso

Il primo caso riguarda un infortunio durante il taglio di un pezzo di carne.

Un lavoratore mentre taglia un pezzo di carne nella macelleria perde il controllo dell’utensile a mano e si ferisce il pollice sinistro.

Al momento dell’incidente non indossava guanti antitaglio.

 

Anche il secondo caso riguarda un infortunio di un operatore nel comparto alimentare.

Un lavoratore deve accompagnare e far avvicinare con le mani il pesce (calamari e seppie) alla lama della macchina spellatrice per facilitarne la spellatura e la pulizia.

Nell’accompagnare il prodotto da lavorare esercitando una piccola pressione, muovendo le mani dalla lama verso il proprio corpo, entra in contatto con la lama che gli procura una ferita alla mano destra.

Il lavoratore non indossava i guanti antitaglio forniti dal datore di lavoro, in quanto previsti già nel libretto di istruzioni.

 

Il terzo caso riguarda un infortunio di un operatore addetto al taglio di fogli di lamiera.

Un lavoratore mentre assiste la lavorazione presso la linea nella quale avviene il taglio dei fogli di lamiera plastificata si accorge dell’improvviso piegamento della lamiera che determina il bloccaggio della macchina stessa.

Provvede ad interrompere l’alimentazione attraverso il quadro dei comandi e con la mano destra, tenta lo sbloccaggio della lamiera stessa senza usare apposito attrezzo fornito secondo la procedura stessa.

Nel tentativo di disincastrare la lamiera, il dorso della mano destra urta la lamiera provocandosi una ferita lacero contusa con sezione del tendine estensore del terzo dito destro.

Vista la lavorazione specifica e la necessaria movimentazione delle lamiere che il lavoratore è tenuto ad eseguire, la ditta non ha provveduto a fornire idonei guanti antitaglio con adeguato indice di protezione al taglio.

 

Questi i fattori causali dell’incidente rilevati dalla scheda:

–  il lavoratore “cerca di sbloccare la lamiera inceppata senza utilizzare l’apposito dispositivo”;

– “mancato uso di guanti”.

 

La prevenzione

Per avere indicazioni e suggerimenti sui guanti utili contro i rischi meccanici, e i rischi di taglio in particolare, possiamo fare riferimento al progetto multimediale Impresa Sicura – elaborato daEBER, EBAM, Regione Marche, Regione Emilia-Romagna e Inail – che è stato validato dalla Commissione Consultiva Permanente per la salute e la sicurezza come buona prassi nella seduta del 27 novembre 2013. Progetto che ha prodotto negli anni diversi materiali relativi alla prevenzione in vari comparti lavorativi (metalmeccanica, cantieristica navale, lavorazione del legno, calzature, …) e una raccolta dettagliata di informazioni sui Dispositivi di Protezione Individuale nel documento “ ImpresaSicura_DPI”.

 

Il documento sottolinea che i guanti di protezione contro rischi meccanici hanno la funzione di proteggere le mani da aggressioni fisiche e meccaniche, “per cui costruttivamente devono resistere all’abrasione, al taglio, allo strappo e alla foratura”. E deve essere riportata sui guanti una marcatura che evidenzia la loro capacità di proteggere dai rischi meccanici.

In particolare le caratteristiche tecniche che questo dispositivo di protezione deve avere sono riportate nella norma tecnica UNI EN 388 “Guanti di protezione contro rischi meccanici”.

I guanti di protezione “devono essere realizzati con materiali che non provocano problemi di irritazione o allergie e qualora ciò non fosse possibile tale rischio deve essere evidenziato nelle istruzioni d’uso”. E le caratteristiche di resistenza meccanica devono essere indicate nella marcatura ed espresse con un indice numerico”.

 

Il documento si sofferma ampiamente sui guanti e proteggi-braccia di maglia metallica o plastica contro i tagli e le ferite causate da coltelli a mano (norma di riferimento: UNI EN 1082-1).

 

Sono DPI in maglia metallica o in plastica “utilizzati in tutte quelle attività in cui il coltello viene avvicinato alla mano e all’avambraccio dell’utilizzatore (ad esempio: nei mattatoi e nelle industrie per la lavorazione della carne compreso il disossamento, così come del pesce e dei molluschi, nella ristorazione industriale). Questa tipologia può offrire inoltre protezione a coloro che lavorano con coltelli a mano in altri ambiti lavorativi (ad esempio nell’industria della plastica, della pelle, del tessile e della carta, nonché nella posa di pavimentazioni e in attività simili)”.

Si segnala che tali dispositivi “forniscono una protezione solo ad una porzione limitata del corpo; la scelta quindi del grado di protezione necessaria per un particolare lavoro deve essere effettuata attentamente tenendo presenti i tipi di rischi e le probabilità che ciascuno di esso si verifichi”:

– “nei casi in cui il rischio di taglio sia limitato alle mani dovrà essere usato un guanto di protezione che dovrebbe estendersi almeno fino al polso. Tuttavia se sussiste il rischio di tagli alla superficie palmare del polso, dovrebbe essere usato un guanto con polsino. Si tenga presente che i tagli nella zona del polso possono provocare ferite particolarmente invalidanti per il rischio di lesioni ai nervi. Nell’industria del taglio delle carni si consiglia pertanto almeno una protezione per la mano e per il polso che risale per 75 mm prossimale al polso”;

– “la protezione per l’intero avambraccio è indicata nei casi in cui si possa prevedere il rischio di ferite in questa regione”;

– “è importante che non vi siano punti deboli nella copertura di protezione. Essi possono presentarsi alla giunzione fra il guanto e il polsino, fra il guanto e il proteggi-braccio, e nelle zone in cui il materiale di protezione si sovrappone”.

Una scelta corretta e un’adeguata attenzione nell’adattare e indossare la copertura “può ridurre al minimo i problemi, infatti:

– guanti piccoli possono causare danni alle mani;

– proteggi braccia piccoli possono limitare i movimenti;

– dispositivi troppo larghi costituiscono un rischio”.

 

Tiziano Menduto

 


Regolamento europeo DPI: la protezione da impatti, cadute e lesioni

 

Indicazioni sui requisiti essenziali di salute e di sicurezza dei DPI riportati nel nuovo Regolamento (UE) 2016/425. Focus sui requisiti dei DPI per la protezione da impatto meccanico, da lesioni meccaniche, da cadute e da compressioni statiche.

Strasburgo, 28 Lug – I dispositivi di protezione individuali che possono essere acquistati nel mercato dell’Unione Europea devono rispettare precisi requisiti essenziali di salute e di sicurezza. Requisiti dettati in questi anni dalla  Direttiva 89/686/CEE  del 21 dicembre 1989 e ripresi in Italia dal  D.Lgs. n. 475 del 4 dicembre 1992  “Attuazione della direttiva 89/686/CEE del Consiglio del 21 dicembre 1989, in materia di ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative ai dispositivi di protezione individuale”.

 

Nel 2016 è stato tuttavia emanato il nuovo  Regolamento (UE) 2016/425 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 9 marzo 2016 sui dispositivi di protezione individuale che abroga la Direttiva 89/686/CEE e che, benché sia già entrato in vigore, si applicherà – con alcune eccezioni – dal 21 aprile 2018 (è in questa data che sarà abrogata la Direttiva 89/686/CEE).

E l’allegato II del  nuovo regolamento riporta i nuovi requisiti essenziali di salute e di sicurezza dei DPI (che rivelano poche differenze rispetto ai requisiti già contenuti nella direttiva 89/686/CEE e nel D.Lgs. 475/1992).

Per cominciare a familiarizzare con i nuovi requisiti indicati nel Regolamento 2016/425, PuntoSicuro ha già presentato, in precedenti articoli, i requisiti generali e alcuni requisiti supplementari comuni a varie tipologie di DPI.

Ci soffermiamo oggi invece su alcuni requisiti supplementari specifici per rischi particolari con riferimento alla protezione da impatto meccanico, da lesioni meccaniche e dalla compressione statica di una parte del corpo.

 

Riguardo alla protezione da impatto meccanico si forniscono innanzitutto indicazioni per i dispositivi di protezione individuale destinati a proteggere contro i rischi correlati agli urti derivanti da cadute o proiezioni di oggetti e dall’impatto di una parte del corpo contro un ostacolo.

Questi DPI  “devono poter assorbire gli effetti di un urto evitando qualsiasi lesione in particolare per schiacciamento o penetrazione della parte protetta, perlomeno fino ad un livello di energia dell’urto al di là del quale le dimensioni o la massa eccessiva del mezzo ammortizzatore impedirebbero l’uso effettivo del DPI per il periodo di impiego prevedibile”.

 

Chiaramente nella protezione da impatti è compresa la protezione dalle cadute.

 

Riguardo alla prevenzione delle cadute a causa di scivolamento si indica che “le suole esterne delle calzature antinfortunistiche destinate a prevenire gli scivolamenti devono essere progettate e fabbricate o munite di mezzi supplementari per garantire un’aderenza adeguata, in funzione della natura o dello stato della superficie”.

 

Mentre i DPI destinati a prevenire le cadute dall’alto o i loro effetti “devono comprendere un’imbracatura di sicurezza e un sistema di collegamento raccordabile a un punto di ancoraggio esterno sicuro. Essi devono essere progettati e fabbricati in modo tale che, se utilizzati nelle condizioni prevedibili di impiego, lo scivolamento verticale dell’utilizzatore sia ridotto al minimo per evitare qualsiasi impatto contro un ostacolo, senza che la forza di frenatura raggiunga la soglia in cui sopravvengono lesioni corporali o quella di apertura o di rottura di un componente dei DPI per cui possa prodursi la caduta dell’utilizzatore”.

Questi DPI devono inoltre “garantire che al termine della frenatura l’utilizzatore si trovi in una posizione corretta, che gli consenta se necessario di attendere i soccorsi”.

Si indica poi che nelle istruzioni, il fabbricante deve precisare i dati utili relativi:

  1. a) “alle caratteristiche necessarie per il punto di ancoraggio esterno sicuro, nonché allo spazio minimo necessario al disotto dell’utilizzatore;
  2. b) al modo corretto di indossare l’imbracatura di sicurezza e di raccordarne il sistema di collegamento al punto di ancoraggio esterno sicuro”.

 

L’Allegato II si sofferma poi sulle vibrazioni meccaniche.

Si indica che i dispositivi di protezione individuale destinati a prevenire gli effetti delle vibrazioni meccaniche “devono poter attenuare opportunamente le componenti di vibrazione nocive per la parte del corpo da proteggere”.

 

Altre indicazioni riguardano poi:

– la protezione dalla compressione statica di una parte del corpo: i DPI che hanno questa funzione “devono poterne attenuare gli effetti in modo da prevenire lesioni gravi o affezioni croniche”;

– la protezione dalle lesioni meccaniche: “i materiali costitutivi e gli altri componenti dei DPI destinati a proteggere interamente o parzialmente il corpo da lesioni superficiali quali sfregamenti, punture, tagli o morsicature, devono essere scelti o progettati e strutturati in modo tale che questi tipi di DPI siano resistenti all’abrasione, alla perforazione e alla tranciatura” (con riferimento anche a quanto già indicato per la protezione da impatti meccanici) “in relazione alle condizioni prevedibili di impiego”.

 

Concludiamo segnalando che l’allegato II del Regolamento 2016/425 si sofferma poi sui requisiti dei DPI per la protezione da numerosi altri rischi:

– protezione/prevenzione dal rischio di annegamento;

– protezione dal rischio rumore;

– protezione dal calore e/o dal fuoco;

– protezione dal freddo;

– protezione dalle scosse elettriche;

– protezione dalle radiazioni;

– protezione dalle sostanze e dalle miscele pericolose per la salute;

– protezione dagli agenti biologici.

 

RTM


La normativa antinfortunistica si applica ai terzi estranei

 

Cassazione: decesso di estraneo a seguito di abbattimento di albero a causa dell’effetto di “rimbalzo” del tronco. La nozione di ambiente di lavoro. Commento dell’avvocato Rolando Dubini.

La Sentenza

Cassazione Penale, Sez. 4, 11 aprile 2016, n. 14775 – Abbattimento alberi e infortunio mortale di un estraneo. La normativa antinfortunistica non si applica solo ai lavoratori subordinati. Fattispecie relativa al decesso di estraneo a seguito di abbattimento di albero a causa dell’effetto di “rimbalzo” del tronco, la Suprema Corte nega che tale effetto possa costituire evenienza imprevedibile, trattandosi anzi di situazione non “eccentrica rispetto al rischio” che il garante è chiamato a governare in queste ipotesi.

La Massima

In tema di violazione di normativa antinfortunistica, per “ambiente di lavorodeve intendersi tutto il luogo o lo spazio in cui l’attività lavorativa si sviluppa ed in cui, indipendentemente dall’attualità dell’attività, coloro che siano autorizzati ad accedere nel cantiere e coloro che vi accedano per ragioni connesse all’attività lavorativa, possono recarsi o sostare anche in momenti di pausa, riposo o sospensione del lavoro (Sezione IV, 19 febbraio 2015, Bartoloni ed altri).

 

Mentre è del resto parimenti pacifico che la normativa antinfortunistica si applica non solo ai lavoratori subordinati, ma anche ai soggetti ad essi normativamente equiparati, tra i quali rientrano i soci anche di fatto che prestino la loro attività per conto della società; e si applica altresì per garantire la sicurezza anche delle persone estranee che possano trovarsi occasionalmente nei luoghi di lavoro e, potenzialmente, nella situazione di pericolo”.

Proprio dal fatto che le disposizioni prevenzionali sono da considerare emanate nell’interesse di tutti, finanche degli estranei al rapporto di lavoro, occasionalmente presenti nel medesimo ambiente lavorativo, a prescindere, quindi, da un rapporto di dipendenza diretta con il titolare dell’Impresa, consegue che, in caso di lesioni e di omicidio colposi, perché possa ravvisarsi l’ipotesi del fatto commesso con violazione delle norme dirette a prevenire gli infortuni sul lavoro, è necessario e sufficiente che sussista tra siffatta violazione e l’evento dannoso un legame causale, il quale ricorre tutte le volte che il fatto sia ricollegabile alla inosservanza delle norme stesse secondo i principi dettati dagli articoli 40 e 41 c.p.: in tale evenienza, quindi, dovrà ravvisarsi l’aggravante di cui agli articoli 589, comma 2, e 590, comma 3, c.p., nonché il requisito della perseguibilità d’ufficio delle lesioni gravi e gravissime, ex articolo 590, ultimo comma, c.p., anche nel caso di soggetto passivo estraneo all’attività ed all’ambiente di lavoro, purché la presenza di tale soggetto nel luogo e nel momento dell’infortunio non abbia tali caratteri di anormalità, atipicità ed eccezionalità da far ritenere interrotto il nesso eziologico tra l’evento e la condotta inosservante e purché, ovviamente, la norma violata miri a prevenire incidenti come quello in effetti verificatosi” .

 

Il Commento

In tema di prevenzione nei luoghi di lavoro, per ambiente di lavoro deve intendersi tutto il luogo o lo spazio in cui l’attività lavorativa si sviluppa ed in cui, indipendentemente dall’attualità dell’attività lavorativa, coloro che siano autorizzati ad accedervi per qualunque motivo e coloro che vi accedano per ragioni connesse all’attività lavorativa, possono recarsi o sostare anche in momenti di pausa, riposo o sospensione del lavoro. In tal senso rientra nei luoghi “di passaggio”, quale parte integrante dell’ambiente di lavoro in cui devono essere operanti le misure antinfortunistiche, il locale destinato a spogliatoio del personale, potendo in esso i lavoratori dipendenti sostare per il tempo necessario a soddisfare esigenze del tutto momentanee, i corridoi, le vie di circolazione aziendale ecc..

L’ambiente di lavoro è tale non solo se vi è un attività lavorativa in atto ma anche se in quel momento il lavoratore è in pausa, riposa o vi è una sospensione del lavoro.

 

Con la sentenza Cass. Pen., Sez. IV, 11 aprile 2016, n. 14775, la Corte di Cassazione si sofferma sulla nozione di “ambiente di lavoro”, precisando in quali casi ed a quali condizioni il lavoratore o altri terzi estranei che occasionalmente, ma causalmente, si trovi in tale ambiente, è “coperto” dalla garanzia prevista dalla disciplina prevenzionistica.

 

La Cassazione, incanalandosi ancora una volta in un orientamento giurisprudenziale consolidato, non solo ribadisce il principio che estende la tutela prevenzionistica anche nei confronti di terzi estranei che causalmente od occasionalmente entrino in contatto con l’ambiente di lavoro, ma ha soprattutto chiarito che è “ambiente di lavoro” – e dunque ove l’infortunio ivi si verifichi, trova applicazione la normativa in tema di infortuni sul lavoro con le correlative garanzie e tutele nonché con l’aggravante specifica in materia di infortuni di cui agli artt. 589 e 590 del codice penale – non solo quel luogo in cui sia in corso di svolgimento un’attività lavorativa, ma deve intendersi come tale anche quel luogo destinato ai lavoratori dal datore di lavoro ai momenti di pausa, riposo, svago o sospensione dell’attività, o di passaggio, anche di terzi estranei, in quanto non debitamente delimitato e/o recintato dal datore di lavoro responsabile di detto ambiente.

 

La Corte di Appello riconosceva colpevole l’imputato del reato di omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme antinfortunistiche, per avere, quale titolare della ditta omonima, provocato, per colpa, la morte di un estraneo.

 

L’incidente era avvenuto durante le operazioni di taglio di un albero e l’addebito di colpa, pur non essendo stato provato che il deceduto fosse un lavoratore dipendente dell’imputato, era stato ravvisato nel fatto che questi, nell’avere predisposto l’attività di abbattimento di alberi, non aveva curato la messa in sicurezza delle operazioni, sì da evitare la presenza nel sito di persone estranee [quale doveva ritenersi il deceduto, non essendo stata provata la sua qualità di lavoratore] in un momento pericoloso quale doveva ritenersi l’operazione del taglio: per l’effetto, durante l’abbattimento ne era derivato che l’albero nel cadere finiva con il colpire a causa dell’effetto rimbalzo addosso all’infortunato. procurandogli lesioni mortali.

 

La Corte d’appello escludeva la responsabilità del lavoratore chiamato all’abbattimento – per il quale manteneva la soluzione liberatoria adottata dal primo giudice – ritenendo assorbente la circostanza che comunque la causa dell’evento era da ricondursi alla inosservanza in materia prevenzionale addebitata all’imputato. In particolare la causa dell’incidente – pur nella difficoltà di una ricostruzione esatta della dinamica dell’incidente – era ricollegata alla caduta dell’albero e all’effetto “rimbalzo” in terra dello stesso: evenienza possibile e prevedibile e non certo eccezionale. E in quanto tale sicuramente prevenibile, secondo la corte.

 

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione l’imputato, lamentando, tra l’altro, la pretesa difformità tra la contestazione [basata sulla qualifica di lavoratore del deceduto e quindi sull’omessa osservanza della normativa cautelare posta a tutela dei lavoratori] e la condanna [il deceduto, mancando prova certa della sua qualità di lavoratore, si è ritenuto essere un estraneo trovatosi sul luogo di lavoro, con addebito al datore di lavoro per inosservanza dell’obbligo di impedire l’accesso al sito di persone diverse dai lavoratori].

 

La Cassazione, nell’affermare i principi di cui alla massima, ha respinto il ricorso.

 

La Suprema Corte ha ritenuto corretta l’affermazione di responsabilità articolata pur in assenza di prova del rapporto di dipendenza del deceduto. E ha ribadito che per ambiente di lavoro deve intendersi tutto il luogo o lo spazio in cui l’attività lavorativa si sviluppa ed in cui, indipendentemente dall’attualità dell’attività, coloro che siano autorizzati ad accedere nel cantiere e coloro che vi accedano per ragioni connesse all’attività lavorativa, possono recarsi o sostare anche in momenti di pausa, riposo o sospensione del lavoro, inclusi gli estranei.

Le disposizioni prevenzionali sono da considerare emanate nell’interesse di tutti, finanche degli estranei al rapporto di lavoro, occasionalmente presenti nel medesimo ambiente lavorativo, a prescindere, quindi, da un rapporto di dipendenza diretta con il titolare dell’Impresa. Da ciò consegue [e nel caso specifico assume particolare rilevanza per contrastare l’invocata prescrizione] che, in caso di lesioni e di omicidio colposi, perché possa ravvisarsi l’ipotesi del fatto commesso con violazione delle norme dirette a prevenire gli infortuni sul lavoro, è necessario e sufficiente che sussista tra siffatta violazione e l’evento dannoso un legame causale, il quale ricorre tutte le volte che il fatto sia ricollegabile alla inosservanza delle norme stesse secondo i principi dettati dagli articoli 40 e 41 c.p.

 

Già sotto la vigenza dei decreti degli anni ’50 si definiva ambiente di lavoro quello che circonda l’operaio, essendo del tutto indifferente che esso sia delimitato dallo steccato di un cantiere o abbia invece una collocazione in aperta campagna (Cass. pen., Sez. V, n. 1349 del 26/08/1969, M., in CED Cass., n. 112529).

 

Si era in seguito affermato che in tema di infortunistica l’ambiente di lavoro va inteso in senso non già restrittivo, bensì in modo da comprendere l’intera zona in cui si svolge l’attività lavorativa anche se intrapresa da prestatore di opera di propria iniziativa (Cass. pen, Sez. IV, n. 4739 del 9/07/1974, T., in CED Cass., n. 127369).

 

L’ampliamento della nozione di ambiente di lavoro risulta chiara laddove si sottolinea che l’ambiente di lavoro non va inteso non in senso restrittivo; invero tale è l’intera fase in cui si svolge l’attività lavorativa ed in essa sono compresi anche i luoghi in cui i lavoratori debbano recarsi per incombenze di qualsiasi natura (Cass. pen., Sez. IV, n. 11550 del 6/11/1980, T., in CED Cass., n. 146509).

La giurisprudenza ha ritenuto che i luoghi “di passaggio” (art. 354 DPR 27 aprile 1955), sono parte integrante dell’ambiente di lavoro, in cui devono essere operanti le misure antinfortunistiche, il locale destinato a spogliatoio del personale, potendo in esso i lavoratori dipendenti sostare per il tempo necessario a soddisfare esigenze del tutto momentanee (Cass. pen., Sez. IV, n. 3209 del 6/03/1990, T., in CED Cass., n. 183579).

 

Rolando Dubini, avvocato in Milano


Qualche spunto sul tema della safety, della security e della privacy

 

Torniamo ancora una volta su un tema che ha attirato l’attenzione di molti lettori: il ruolo multiforme che il responsabile del servizio prevenzione e protezione deve svolgere nell’ambito dell’azienda in cui opera. Di Adalberto Biasiotti.

Qualche tempo fa ho pubblicato una breve riflessione sulle connessioni che legano il mondo della safety, della security e della privacy. Questa riflessione ha destato un notevole interesse in tutti i lettori, con reazioni piuttosto contrastanti. Ecco la ragione per la quale credo che valga la pena di tornare su questo cappello a tre punte, che, volenti o nolenti, deve essere posto sulla testa di coloro che si occupano di sicurezza nell’ambiente di lavoro. Poco vi è da dire sul problema della safety, che riguarda essenzialmente la sicurezza antinfortunistica e fisica dei lavoratori.

È però vero che nel tempo questo concetto si evoluto, perché la introduzione della valutazione dello stress lavoro correlato dimostra come la tutela del lavoratore debba  superare l’ambito della tutela fisica, affrontando anche l’ambito della tutela della serenità di spirito del lavoratore, mentre svolge la sua mansione.

Nonostante un atteggiamento di chiusura completa, assunto dall’associazione bancaria italiana, circa il campo di estensione del concetto di protezione del lavoratore, nell’ambiente del lavoro, tale concetto si è esteso anche alla protezione da eventi criminosi. Ormai un evento criminoso, che coinvolga un lavoratore, come ad esempio una rapina, un’aggressione, una estorsione, sono entrati a pieno diritto nell’ambito dei rischi dai quali il lavoratore deve essere protetto. Non voglio certamente far perdere tempo ai lettori, ricordando le numerose sentenze che, ad esempio, hanno condannato il datore di lavoro, perché non aveva adottato apprestamenti antirapina sufficientemente  efficienti ed efficaci. Il fatto che poi i lavoratori siano rimasti vittime di rapine, con conseguenze non trascurabili sulla loro serenità di spirito, dimostra al di là di ogni dubbio come l’ambito di responsabilità del datore di lavoro e di conseguenza del responsabile del servizio prevenzione e protezione si estenda certamente anche alla protezione del lavoratore da eventi criminosi e dalle loro conseguenze. Ricordo ai lettori che sono già numerose oggi le banche che offrono un servizio di assistenza psicologica a tutti i dipendenti, che sono rimasti vittime di rapine.

Se poi il responsabile del servizio prevenzione e protezione non ritiene di avere un patrimonio di conoscenze sufficientemente specializzate ed approfondite per affrontare questi temi, nulla gli impedisce di avvalersi del supporto di uno specialista, come ad esempio un professionista della security, certificato secondo la vigente norma UNI 10459.

Fin qui mi è sembrato che la maggioranza dei lettori fossero sufficientemente in sintonia, mentre i diversi atteggiamenti sono comparsi quando ho affrontato il terzo tema, vale a dire la protezione dei dati personali afferenti ai lavoratori. La comunicazione o diffusione ingiustificata di dati personali, afferenti ai lavoratori, come pure la sottrazione di tali dati, rappresenta innanzitutto un reato, chiaramente codificato sia dal decreto legislativo 196/2003, ormai  sostituito dal regolamento europeo 2016/679, sia da specifiche sentenze della magistratura, che hanno evidenziato, al di là di ogni dubbio, come la violazione dei dati personali afferenti ad un lavoratore possa avere conseguenze fisiche e psichiche significative, e il responsabile di tale violazione deve essere chiamato a risponderne.

Ricordo un caso che mi colpì modo particolare che riguarda un noto sostituto procuratore della Repubblica di Milano. L’indirizzo dell’abitazione di questo magistrato venne diffuso sui mezzi di comunicazione di massa e questo fatto portò a danneggiamenti all’edificio, in cui il magistrato abitava, nonché ad altre manifestazioni, talvolta clamorose, da parte di manifestanti che l’aspettavano al varco, in ingresso ed in uscita del magistrato.

La  magistratura giudicante non ebbe alcuna esitazione nel ritenere che il responsabile della diffusione dell’indirizzo dell’abitazione privata di questo magistrato portasse sulle spalle una specifica responsabilità per le conseguenze negative, sopra illustrate.

Non voglio sviluppare più a lungo questo tema, ma posso ricordare ai responsabili  che i casi, in cui un provvedimento dell’autorità garante o addirittura una sentenza della magistratura ha condannato chi non aveva tutelato a sufficienza i dati personali dei lavoratori, sono ormai numerosi.

Questa è la ragione per la quale ritengo indispensabile che un responsabile del servizio prevenzione e protezione, anche se supportato da altri personaggi specifici, previsti sia dal decreto legislativo 196, sia dal regolamento europeo, come ad esempio il responsabile del trattamento di dati personali o addirittura il responsabile della protezione dati personali, debba avere chiara conoscenza dei problemi legati alla raccolta e al trattamento sicuro di dati personali.

Di concerto con la direzione didattica di MegaItaliaMedia, abbiamo quindi deciso di impostare un programma di formazione ed aggiornamento, specificamente destinato ai responsabili del servizio prevenzione e protezione, tale da metterli in grado di conoscere

  • quali siano le disposizioni vincolanti di legge in questo settore,
  • quali siano gli obblighi cui essi sono sottoposti, sia in prima persona, sia solidalmente al datore di lavoro e al responsabile del trattamento di dati personali, sia infine
  • quali siano le sanzioni, purtroppo estremamente elevate, che potrebbero essere applicate in caso di mancato rispetto delle disposizioni del regolamento.

Approfitterò dell’estate per mettere a punto questo modulo formativo, che mi auguro potrà essere apprezzato da tutti coloro che sentono la necessità di aggiornare il panorama delle proprie conoscenze, in funzione dell’aggiornamento del panorama delle proprie responsabilità.

 

Adalberto Biasiotti


Fitosanitari: come migliorare la sicurezza di operatori e consumatori

 

 

Una pubblicazione della Regione Piemonte introduce all’uso corretto dei prodotti fitosanitari in agricoltura. Focus sulla definizione di prodotto fitosanitario, sulla classificazione tossicologica e sui suggerimenti per limitare i residui negli alimenti.

Come più volte ricordato anche dal nostro giornale, il comparto agricolo è uno dei comparti a maggior rischio per la sicurezza e la salute degli operatori. E se l’uso di vari prodotti chimici di sintesi ha migliorato le produzioni agricole, ha tuttavia anche prodotto modifiche nei delicati equilibri ambientali ed ha avuto ripercussioni sulla salubrità dei prodotti e sui rischi lavorativi degli operatori agricoli.

Proprio per parlare di questi rischi e conoscere i prodotti fitosanitari utilizzati in agricoltura, ci soffermiamo oggi su uno dei documenti correlati al progetto “ Io coltivo in sicurezza” e presentati negli incontri che l’ ASL Cn2 ha organizzato per offrire agli operatori agricoli momenti di sensibilizzazione, formazione e confronto sulla sicurezza in agricoltura.

Nel documento “Guida all’uso corretto dei prodotti fitosanitari” – elaborato per la Regione Piemonte da un gruppo di lavoro e inserito come supplemento al n. 87 dei Quaderni della Regione Piemonte della Collana “Agricoltura” – si sottolinea, nelle premesse, che da oltre vent’anni la Regione Piemonte mette a disposizione, per quanti debbano sostenere l’esame per il conseguimento del patentino per l’uso e la conservazione di prodotti fitosanitari, una guida rivolta agli operatori agricoli e ai tecnici del settore. Questa nuova guida, realizzata dai tecnici della Direzione Agricoltura, in collaborazione con Asl e Università di Torino, vuole essere uno “strumento pratico di conoscenza, di supporto e integrazione ai corsi di formazione che vengono svolti su questo tema”.

Lo scopo della Guida è proprio quello, con riferimento all’uso dei fitosanitari, di “sensibilizzare gli utilizzatori agricoli sull’importanza del loro ruolo, di garantire la sicurezza sia di chi effettua il trattamento sia dei consumatori e della popolazione in generale, aggiornare gli operatori in merito alle tecniche innovative e più rispettose dell’ambiente e della salute, fornire informazioni sull’evoluzione della normativa, al fine di attuare un’agricoltura produttiva e rispettosa dell’ambiente”. E per raggiungere questi obiettivi la guida traccia un “quadro sintetico” delle avversità delle piante, dei metodi di lotta, delle caratteristiche dei prodotti fitosanitari, del loro possibile impatto sull’ambiente, delle norme corrette per la vendita e l’impiego.

 

In questo primo articolo di presentazione del documento, cerchiamo innanzitutto di comprendere cosa si intenda per fitosanitari, anche per non far confusione con i vari termini e sinonimi utilizzati normalmente.

 

La guida infatti indica che il termine “prodotti fitosanitari” (PF) è oggi utilizzato “in sostituzione di termini impiegati in passato come ad esempio fitofarmaci, antiparassitari, presidi sanitari”. E che nel linguaggio comune i prodotti fitosanitari “vengono spesso indicati anche con il termine di agrofarmaci”.

Non bisogna poi confondere i termini “fitosanitari” e “pesticidi”. Il termine “pesticidi” ha infatti un “significato estensivo, in quanto comprende non solo i prodotti fitosanitari, ma anche i biocidi, cioè i prodotti usati per debellare organismi nocivi e portatori di malattie, quali insetti, ratti, ecc”.

 

Per spiegare cosa siano nel dettaglio i fitosanitari, la guida fa riferimento al D.P.R. 55 del 28 febbraio 2012 recante modifiche al decreto del Presidente della Repubblica 23 aprile 2001, n.

290, per la ‘semplificazione dei procedimenti di autorizzazione alla produzione, alla immissione in commercio e alla vendita di prodotti fitosanitari e relativi coadiuvanti’.

In questo decreto i prodotti fitosanitari (P.F.) vengono definiti “prodotti, nella forma in cui sono forniti all’utilizzatore, contenenti o costituiti da sostanze attive, antidoti agronomici o sinergizzanti, destinati a:

– proteggere i vegetali o i prodotti vegetali da tutti gli organismi nocivi o prevenirne gli effetti;

– influire sui processi vitali dei vegetali, con esclusione dei fertilizzanti che influiscono sulla loro crescita;

– conservare i prodotti vegetali, con esclusione dei conservanti disciplinati da particolari disposizioni comunitarie;

– eliminare le piante indesiderate;

– controllare o evitare una crescita indesiderata dei vegetali”.

E il campo di utilizzo dei prodotti fitosanitari può essere anche extra agricolo, con riferimento alle applicazioni alle piante ornamentali, da appartamento e da giardino domestico.

 

Riprendiamo dal documento una tabella relativa ai prodotti fitosanitari più utilizzati:

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Riguardo alle modalità di azione si ricorda che i prodotti fitosanitari “possono essere applicati alla pianta o al terreno:

– i trattamenti alla pianta possono essere effettuati mediante applicazione diretta (ad es. concia dei semi, disinfezione delle talee o dei tagli di potatura) o tramite immissione nell’atmosfera sotto forma di polvere o miscela acquosa;

– i trattamenti al terreno possono essere effettuati mediante incorporamento o attraverso l’irrigazione”.

 

Parliamo ora brevemente della classificazione tossicologica dei fitosanitari.

 

La guida indica che i prodotti fitosanitari sono stati suddivisi “in classi di tossicità in base all’impatto che questi possono avere nei confronti sia dell’uomo, sia dell’ambiente”.

Inoltre si indica che la normativa vigente “valuta il problema con un’ottica molto più ampia, prendendo in esame anche la tossicità cronica, l’impatto sull’ambiente (aria, acqua e suolo), la persistenza, la quantità dei residui, l’azione sull’ecosistema e in particolare sulla fauna utile e sugli organismi non bersaglio; considera, oltre alla sostanza attiva, anche gli eventuali prodotti coadiuvanti e coformulanti che possono concorrere ad aumentare il rischio di tossicità, nonché il tipo di formulazione con cui il prodotto fitosanitario è messo in commercio. Per questo motivo i formulati commerciali contenenti la stessa sostanza attiva possono essere classificati in modo differente, tenendo appunto conto dei coadiuvanti, della concentrazione e della formulazione della sostanza attiva”.

In particolare la classificazione del rischio nei confronti di organismi animali “si basa principalmente sulla ‘dose letale 50’ (DL50) e sulla ‘concentrazione letale 50’ (CL50), che esprimono la tossicità acuta del prodotto”. Ma nella classificazione dei prodotti “si tiene conto anche dei rischi di cancerogenesi, mutagenesi, teratogenesi per i quali sono previsti altresì specifici simboli di pericolo”.

 

Come sappiamo dal 1° giugno 2015 i prodotti fitosanitari (miscele) devono “essere obbligatoriamente classificati, etichettati e imballati secondo il Regolamento (CE) n. 1272/2008 denominato CLP (Classification, Labelling and Packaging), che aggiorna il sistema di classificazione ed etichettatura dei prodotti chimici”.

 

Rimandando ad una lettura integrale del documento, che riporta le novità generali del Regolamento CLP, ricordiamo, infine, che per tutelare i consumatori, il Reg. (CE) N. 396/2005 stabilisce su scala comunitaria “il limite massimo di residui (LMR) consentito nei prodotti di origine vegetale e animale”.

In particolare il limite massimo di residui “è strettamente collegato con il rispetto dell’intervallo di tempo che intercorre tra l’ultimo trattamento e la raccolta (tempo di carenza o intervallo di sicurezza) e delle altre indicazioni tecniche di utilizzo (dose, periodo, tipo di distribuzione) nonché alle condizioni ambientali (temperatura). Indica la quantità massima di sostanza attiva, delle sue impurezze e/o dei sui prodotti di metabolizzazione, degradazione o reazione che può essere tollerata sui prodotti destinati all’alimentazione in qualsiasi momento successivo alla raccolta”.

 

Concludiamo questa presentazione con alcuni suggerimenti di buona prassi.

Infatti generalmente è possibile “mantenere il livello dei residui degli alimenti entro i limiti stabiliti dalla legge, osservando scrupolosamente le norme riportate in etichetta ed i dettami di buona pratica agricola e in particolare è importante:

– effettuare il trattamento solo se realmente necessario;

– dare la preferenza a prodotti con minor impatto ambientale;

– rispettare sempre le indicazioni relative ai campi d’impiego (colture ed avversità specificatamente ammesse);

– utilizzare in serra solo i prodotti per i quali tale uso è riportato in etichetta;

– rispettare e non superare le dosi consigliate in etichetta;

– rispettare i periodi di intervento” e, quando indicato in etichetta, il “numero di interventi consigliati;

– rispettare il tempo di carenza, sia per la raccolta, sia nel caso di prodotti immagazzinati, per la messa in commercio;

– non far pascolare animali in campi trattati prima che sia trascorso un congruo periodo di tempo, che normalmente coincide con il tempo di carenza;

– utilizzare apparecchiature di distribuzione controllate, tarate e perfettamente efficienti;

– regolare il getto dell’irroratrice in modo che non provochi deriva su colture adiacenti;

– trattare solo in condizioni meteorologiche adatte, evitando i periodi più caldi della giornata e giornate ventose o piovose”.

 

Tiziano Menduto

 


Cultura e Clima di Sicurezza: due facce della stessa medaglia?

Una gestione poco responsabile della sicurezza sul luogo di lavoro può avere riflessi negativi molto pesanti sui costi diretti e indiretti per l’azienda. A cura di Massimo Servadio.

Una gestione poco responsabile della sicurezza sul luogo di lavoro può avere riflessi negativi molto pesanti sui costi diretti e indiretti per l’azienda. Anche per questo motivo è un errore considerarla un lusso o viverla solo come un’imposizione di legge.

Oggi, nonostante significativi passi in avanti, investire nella sicurezza è ancora ritenuto troppo dispendioso. In realtà analizzando più nel dettaglio la letteratura manageriale, essa ci mostra come una gestione poco responsabile della sicurezza agisce sulla voce “costi diretti”, esempio:

  • vendite ed export
  • clima interno
  • posizionamento
  • diminuzione della redditività
  • aumento del premio INAIL
  • danni agli impianti
  • danni alle persone
  • sostituzione dell’infortunato
  • rapporti con l’autorità
  • spese legali

e sulla voce “costi indiretti”, rappresentati ad esempio:

  • tempo di lavoro perso dal lavoratore
  • tempo di lavoro perso dai lavoratori del reparto
  • perdita di efficienza per la rottura del team e tempo perso dal responsabile
  • costi di formazione per il rimpiazzo
  • danni indiretti derivanti dall’incidente
  • fallimento nel rispetto delle scadenze
  • reputazione dell’azienda
  • clima interno psicologico

Risulta orma chiaro come, per evitare tutto ciò, sia necessario agire anche e soprattutto su quello che viene definito “Fattore umano”, relativamente a quegli elementi del lavoro, dell’organizzazione e degli individui che possono influenzare i comportamenti e che, di conseguenza, hanno un impatto sugli obiettivi di salute e sicurezza.

In questa direzione, ci si imbatte spesso in due costrutti che apparentemente sembrano molto simili fra loro ma che presentano differenze, pur avendo un rapporto di reciproca interdipendenza: la Cultura della Sicurezza (Safety Culture) e il Clima di Sicurezza (Safety Climate).

Con il termine “Cultura della Sicurezza” si fa riferimento all’insieme dei processi organizzativi e delle pratiche professionali, delle norme scritte e delle convenzioni informali, dei linguaggi, dei modi di pensare, di percepire e di rappresentare il rischio in azienda. Per costruire una Cultura della Sicurezza in azienda, risulta necessario, per prima cosa, cominciare ad abituarsi a “pensare sicuri” in una logica di benessere globale che coinvolga l’uomo/lavoratore.

Per concretizzare l’idea astratta di sicurezza in una realtà tangibile, bisogna dar tempo alla cultura della sicurezza di mettere radici profonde nel terreno sociale: a tal fine troverebbe utilità allo scopo l’introduzione della formazione alla sicurezza ed alla salute, non solo nell’ambiente lavorativo, ma a partire dal programma scolastico curriculare: lo scopo è quello di sensibilizzare i giovani e creare canali volti a favorire la diffusione di buone pratiche, tenendo anche conto che in questa fase il futuro imprenditore e il futuro operaio si trovano in un’ideale condizione di parità e neutralità davanti all’informazione che oggettiva la sicurezza sul lavoro.

La diffusione della Cultura della Sicurezza trova terreno fertile quando un’azienda, nei processi di governance passa dal mero adempimento alle leggi, ad un approccio più ampio e condiviso verso il significato comune del lavorare in sicurezza, tenendo conto della produttività e contemporaneamente del benessere delle persone. L’appropriazione di un concetto e modo di vivere la sicurezza da parte di tutti i lavoratori, rappresenta l’obiettivo organizzativo a cui tendere.

Cosi facendo, mettere in atto una procedura o indossare un DPI diventerà un preciso e consapevole segnale culturale, non più un mero obbligo prescrittivo imposto.

 

 

Cosa si intende, invece, per “Clima di Sicurezza”? Tra le molteplici definizioni di Clima di Sicurezza, quella più completa è probabilmente quella di Zohar (2010) che lo definisce come un “sistema di credenze, condivise dai lavoratori, circa la sicurezza della propria organizzazione. Dette credenze sono influenzate dalla percezione dell’atteggiamento adottato dal management in merito alla sicurezza e all’importanza della stessa rispetto ai processi produttivi dell’aziendale percezioni condivise dai lavoratori riguardo a politiche, procedure e pratiche attivate nel luogo di lavoro in relazione alla sicurezza”.

L’uso spesso interscambiabile di questi due costrutti, Safety culture e Safety Climate, ha generato un dibattito sulla necessità o meno di distinguere i due costrutti. Tra coloro che ritengono che Clima e Cultura della Sicurezza, seppure correlati, facciano riferimento ad aspetti differenti, vi sono Shannon e Norman (2009), i quali hanno efficacemente sostenuto che la Cultura della Sicurezza abbia un’accezione più ampia, più stabile, che si manifesta nelle interazioni e nelle pratiche quotidiane; il Clima di Sicurezza, invece, farebbe riferimento a uno stato relativamente temporaneo, soggetto a cambiamenti a seconda delle specifiche circostanze operative. Come ha suggerito Cooper (2000), può essere inteso come il correlato psicologico della Cultura della Sicurezza, ovvero una sua specifica dimensione.

In ogni caso credo che agire su entrambi i costrutti sia la soluzione o meglio il percorso migliore verso un’organizzazione tesa ad apprende da se stessa, rispetto ad un’organizzazione declinata sulla mera cultura della ricerca dell’errore umano.

 

Massimo Servadio

Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni

Riferimenti bibliografici:

– Cooper, M.D., 2000. Towards a Model of Safety Culture. Safety Science, 36, 111-136.

– Shannon H.S., Norman G.R. (2009). Deriving the factor structure of safety climate scales. Safety Science, 47: 327-329.

– Zohar D. (2010). Safety climate. Conceptual and measurement issues. In: Quick J.C., Tetrick L.E., edited by, Handbook of occupational health psychology, 2nd edition, Washington, DC: American Psychology Association.