COVID-19: la tutela della salute negli ambienti di lavoro non sanitari

Autore: Tiziano Menduto
Categoria: Rischi da agenti biologici

05/03/2020: La Regione Veneto ha pubblicato un documento che contiene indicazioni per la tutela della salute negli ambienti di lavoro non sanitari in relazione all’epidemia da COVID-19. Le indicazioni per i datori di lavoro e la valutazione dei rischi.

Venezia, 5 Mar – Considerando non solo l’evoluzione dello scenario epidemiologico legato al nuovo coronavirus, ma anche le difficoltà che le aziende hanno nell’affrontare questo nuovo rischio biologico, finalmente si comincia a sentire, come da noi richiesto più volte nei nostri articoli, anche qualche indicazione istituzionale, in questo caso dalla Regione Veneto.

Regione Veneto che ravvisata la necessità di “fornire indicazioni operative per l’adozione, negli ambienti di lavoro, di misure appropriate e uniformi sull’intero territorio regionale finalizzate al contrasto e al contenimento di casi di COVID-19” e nella consapevolezza che “la tutela della salute pubblica richiede un orientamento unico e non differenziato tra i diversi ambiti locali”.

E considerato che l’ambiente di lavoro “rappresenta un contesto nel quale coesistono molteplici esigenze di tutela” – “tutela della salute della popolazione generale, tutela della salute dei lavoratori” e “tutela della salute degli operatori sanitari” – la Regione Veneto ha pubblicato il documento “COVID-19: indicazioni per la tutela della salute negli ambienti di lavoro non sanitari”, curato dall’Area Sanità e Sociale – Direzione Prevenzione, Sicurezza alimentare, Veterinaria.

 L’obiettivo del documento, “destinato prioritariamente a tutti soggetti aventi ruoli e responsabilità in tema di tutela della salute nei luoghi di lavoro ai sensi del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81”, è quello di “fornire indicazioni operative, da attuare nel rispetto dei principi di precauzione e proporzionalità, finalizzate a incrementare, negli ambienti di lavoro non sanitari, l’efficacia delle misure di contenimento adottate per contrastare l’epidemia di COVID-19”. Il documento, che riporta informazioni coerenti con le indicazioni dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità, affronta anche temi delicati come quello relativo all’aggiornamento della valutazione dei rischi aziendali che PuntoSicuro ha affrontato in vari articoli.

 E chiaramente nel documento si segnala che “eventuali valutazioni in merito al mantenimento, all’integrazione o alla modifica delle presenti indicazioni saranno valutate in considerazione dell’evoluzione dello scenario epidemiologico e di eventuali ulteriori indirizzi di carattere tecnico-scientifico di livello nazionale o internazionale”.

 Questi gli argomenti affrontati nell’articolo:

Le indicazioni per i datori di lavoro e i collaboratori

Rimandiamo alla lettura integrale del documento che riporta a proposito del virus SARS-CoV-2 utili definizioni e criteri (ad esempio la definizione di “contatto stretto ad alto rischio di esposizione”) e veniamo alle tante informazioni per il datore di lavoro e per i suoi collaboratori.

 Il documento riporta indicazioni di natura operativa, “eventualmente adattabili in considerazione del contesto specifico e delle esigenze delle singole realtà produttive, da mettere in atto anche se l’infezione da SARS-CoV-2 non si è ancora manifestata nelle aree geografiche in cui l’azienda è operativa”.

 Si indica, ad esempio, che la diffusione dell’infezione da SARS-CoV-2 “rappresenta una questione di salute pubblica, pertanto la gestione delle misure preventive e protettive deve necessariamente seguire i provvedimenti speciali adottati dalle istituzioni competenti in conformità all’evoluzione dello scenario epidemiologico. In ragione di tale esigenza di tutela della salute pubblica, il Datore di Lavoro deve collaborare facendo rispettare i provvedimenti delle istituzioni competenti al fine di favorire il contenimento della diffusione del SARS-CoV-2; in tal senso, anche la semplice diffusione interna delle informazioni e delle raccomandazioni prodotte esclusivamente da soggetti istituzionali costituisce uno strumento utile al contrasto dell’epidemia”.

 Inoltre al fine di limitare i contatti tra le persone, riducendo le occasioni di aggregazione, “si riportano alcune misure ritenute appropriate, da adottare qualora possibile anche dal punto di vista organizzativo ed economico (sono altresì possibili soluzioni alternative di pari efficacia):

  • favorire la modalità del lavoro a distanza (cosiddetto ‘lavoro agile’ o ‘ smart working’);
  • evitare incontri collettivi in situazioni di affollamento in ambienti chiusi (es. congressi, convegni), privilegiando soluzioni di comunicazione a distanza;
  • privilegiare, nello svolgimento di incontri o riunioni, le modalità di collegamento da remoto, o in alternativa dare disposizioni di rispettare il ‘criterio di distanza droplet’ (almeno 1 metro di separazione tra i presenti);
  • regolamentare l’accesso agli spazi destinati alla ristorazione (es. mense), allo svago o simili (es. aree relax, sala caffè, aree fumatori), programmando il numero di accessi contemporanei o dando disposizioni di rispettare il ‘criterio di distanza droplet’ (almeno 1 metro di separazione tra i presenti)”.

Si ritiene poi necessario che il Datore di Lavoro, “in collaborazione con il Servizio di Prevenzione e Protezione e con il Medico Competente, disponga misure rafforzative delle ordinarie norme di comportamento e corretta prassi igienica, sia a tutela dei lavoratori, sia degli utenti esterni (anche occasionali), quali:

  • evitare contatti stretti con soggetti che presentano sintomi respiratori senza adottare opportune precauzioni;
  • sensibilizzare al rispetto delle corrette indicazioni per l’ igiene delle mani e delle secrezioni respiratorie, mettendo altresì a disposizione idonei mezzi detergenti per le mani;
  • disporre una adeguata pulizia dei locali e delle postazioni di lavoro più facilmente toccate da lavoratori e utenti esterni”.

Riguardo alla pulizia di ambienti non sanitari (es. postazioni di lavoro, uffici, mezzi di trasporto) dove abbiano soggiornato casi di COVID-19, si indica che “a causa della possibile sopravvivenza del virus nell’ambiente per diverso tempo, i luoghi e le aree potenzialmente contaminati da SARS-CoV-2 devono essere sottoposti a completa pulizia con acqua e detergenti comuni prima di essere nuovamente utilizzati. Per la decontaminazione, si raccomanda l’uso di ipoclorito di sodio 0.1% dopo pulizia. Per le superfici che possono essere danneggiate dall’ipoclorito di sodio, utilizzare etanolo al 70% dopo pulizia con un detergente neutro. Durante le operazioni di pulizia con prodotti chimici, assicurare la ventilazione degli ambienti. Tutte le operazioni di pulizia devono essere condotte da personale provvisto di DPI (filtrante respiratorio FFP2 o FFP3, protezione facciale, guanti monouso, camice monouso impermeabile a maniche lunghe, e seguire le misure indicate per la rimozione in sicurezza dei DPI). Dopo l’uso, i DPI monouso vanno smaltiti come materiale potenzialmente infetto; quelli riutilizzabili vanno invece sanificati. Vanno pulite con particolare attenzione tutte le superfici toccate di frequente, quali superfici di muri, porte e finestre, superfici dei servizi igienici e sanitari”.

 Gli scenari plausibili correlati al COVID-19

Nel documento si riportano poi alcuni scenari plausibili, “corredati dalle indicazioni operative ritenute appropriate per una loro corretta gestione:

  • Lavoratore, anche asintomatico, che non rispettando il divieto di allontanamento da uno dei Comuni interessati dalle misure urgenti di contenimento del contagio si presenta al lavoro: non adibire ad attività lavorativa; deve essere fornita e fatta indossare tempestivamente una mascherina chirurgica e deve essere data indicazione di tornare e rimanere a casa, dandone contestuale informazione alle autorità competenti.
  • Lavoratore con sintomatologia respiratoria, anche lieve, o lavoratore asintomatico che riferisce di essere stato nei 14 giorni precedenti a contatto stretto con un caso di COVID-19 che si presenta al lavoro: non adibire ad attività lavorativa; deve essere fornita e fatta indossare tempestivamente una mascherina chirurgica e deve essere data indicazione di tornare e rimanere a casa (evitando l’utilizzo di mezzi di trasporto pubblici) e di contattare il proprio Medico di Medicina Generale o il Servizio di Continuità Assistenziale, anche ai fini della certificazione dello stato di malattia; finché il soggetto permane all’interno dell’azienda, si deve assicurare che rimanga il più possibile lontano e isolato dagli altri soggetti presenti (lavoratori, visitatori).
  • Lavoratore che, inizialmente asintomatico, durante l’attività lavorativa sviluppa febbre e sintomi respiratori (tosse e difficoltà respiratoria): gli addetti al primo soccorso aziendale, ad integrazione di quanto già stabilito nei piani di emergenza aziendali, dovranno indossare e far indossare al soggetto che ha manifestato i sintomi una mascherina chirurgica, far allontanare dai locali eventuali altri lavoratori o utenti presenti e contattare il 118.
  • Lavoratore asintomatico durante l’attività lavorativa che successivamente sviluppa febbre e sintomi respiratori (tosse e difficoltà respiratoria): non è previsto alcun adempimento a carico del Datore di lavoro (o suoi collaboratori), se non collaborare con l’azienda sanitaria territorialmente competente mettendo a disposizioni le informazioni in proprio possesso al fine della ricostruzione di eventuali contatti.
  • Lavoratore in procinto di recarsi all’estero in trasferta lavorativa: disporre che il Servizio di Prevenzione e Protezione acquisisca le informazioni più aggiornate sulle aree di diffusione del SARS-CoV-2 disponibili attraverso i canali istituzionali” – il documento riporta un link di esempio – al fine di “valutare, in collaborazione con il Medico Competente, il rischio associato alla trasferta prevista. Inoltre, si ritiene importante che prima della partenza il lavoratore sia informato in merito alle disposizioni delle autorità sanitarie del paese di destinazione”.
  • Lavoratore in procinto di rientrare dall’estero da trasferta lavorativa: disporre che il lavoratore rientrante in Italia da aree a rischio epidemiologico informi tempestivamente il Dipartimento di Prevenzione dell’azienda sanitaria territorialmente competente, per l’adozione di ogni misura necessaria, compresa la permanenza domiciliare fiduciaria con sorveglianza attiva.

Si precisa “che il lavoratore che rientra al lavoro dopo un periodo di assenza per malattia non necessita di alcuna specifica certificazione, ad eccezione dei periodi superiori a 60 giorni continuativi, come già previsto dal decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81”.

 L’aggiornamento della valutazione dei rischi

Come indicato a inizio articolo il documento della Regione Veneto entra si sofferma anche sulla necessità o meno di aggiornare la valutazione dei rischi aziendali.

 Il documento indica che in tale scenario, infine, “in cui prevalgono esigenze di tutela della salute pubblica, non si ritiene giustificato l’aggiornamento del Documento di Valutazione dei Rischi in relazione al rischio associato all’infezione da SARS-CoV-2 (se non in ambienti di lavoro sanitario o socio-sanitario, esclusi dal campo di applicazione del presente documento, o comunque qualora il rischio biologico sia un rischio di natura professionale, già presente nel contesto espositivo dell’azienda)”.

Diversamente – continua il documento – “può essere utile, per esigenze di natura organizzativa/gestionale, redigere, in collaborazione con il Servizio di Prevenzione e Protezione e con il Medico Competente, un piano di intervento o una procedura per la gestione delle eventualità sopra esemplificate, adottando un approccio graduale nell’individuazione e nell’attuazione delle misure di prevenzione, basato sia sul profilo del lavoratore (o soggetto a questi equiparato), sia sul contesto di esposizione”.

 Tiziano Menduto

Infortuni e malattie professionali: i dati Inail di gennaio 2020

Autore: Redazione
Categoria: Dati e statistiche

03/03/2020: Le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Istituto nel primo mese del 2020 sono state 46.483, 52 delle quali con esito mortale. In diminuzione le patologie di origine professionale denunciate, che sono state 4.634.

Nella sezione “Open data” del sito Inail sono disponibili i dati analitici delle denunce di infortunio – nel complesso e con esito mortale – e di malattia professionale presentate all’Istituto entro il mese di gennaio. Nella stessa sezione sono pubblicate anche le tabelle del “modello di lettura” con i confronti “di mese” (gennaio 2020 vs gennaio 2019).

Gli open data pubblicati sono provvisori e il loro confronto richiede cautele, in particolare rispetto all’andamento degli infortuni con esito mortale, soggetti all’effetto distorsivo di “punte occasionali” e dei tempi di trattazione delle pratiche.

Per quantificare il fenomeno, comprensivo anche dei casi accertati positivamente dall’Istituto, sarà quindi necessario attendere il consolidamento dei dati dell’intero 2020, con la conclusione dell’iter amministrativo e sanitario relativo a ogni denuncia.

Il confronto effettuato su un singolo mese, inoltre, potrebbe rivelarsi poco attendibile rispetto al trend che si delineerà nei prossimi mesi. Per un’analisi più indicativa dell’andamento infortunistico, infatti, sarà necessario attendere un lasso di tempo maggiore, pari ad almeno un trimestre.

Nel numero complessivo degli infortuni sono comprese anche le comunicazioni obbligatorie effettuate ai soli fini statistici e informativi da tutti i datori di lavoro e i loro intermediari, compresi i datori di lavoro privati di lavoratori assicurati presso altri enti o con polizze private, degli infortuni che comportano un’assenza dal lavoro di almeno un giorno, escluso quello dell’evento.

Le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Inail nel mese di gennaio sono state 46.483, in diminuzione di oltre 1.400 casi (-3,0%) rispetto alle 47.908 del primo mese del 2019.

I dati rilevati al 31 gennaio di ciascun anno evidenziano a livello nazionale un decremento sia dei casi avvenuti in occasione di lavoro, passati da 41.475 a 40.712 (-1,8%), sia di quelli in itinere, occorsi cioè nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro, che hanno fatto registrare un calo pari al 10,3%, da 6.433 a 5.771.

A gennaio 2020 il numero degli infortuni sul lavoro denunciati è diminuito del 4,2% nella gestione Industria e servizi (dai 36.534 casi del 2019 ai 34.995 del 2020) e del 2,6% in Agricoltura (da 2.192 a 2.135), mentre nel Conto Stato si registra un aumento dell’1,9% (da 9.182 a 9.353).

L’analisi territoriale evidenzia un calo delle denunce di infortunio in tutte le aree del Paese: -2,4% nel Nord-Ovest, -3,8% nel Nord-Est, -4,0% nel Centro, -0,3% al Sud e -4,2% nelle Isole. Tra le regioni con i maggiori decrementi percentuali si segnalano il Molise, la Sardegna e la Valle d’Aosta, mentre gli incrementi sono circoscritti a poche regioni, prime fra tutte Puglia, Campania e Friuli Venezia Giulia.

Il calo che emerge dal confronto di mese tra il 2019 e il 2020 è legato sia alla componente maschile, che registra un -2,4% (da 29.523 a 28.802 denunce), sia a quella femminile, con un -3,8% (da 18.385 a 17.681).

La diminuzione ha interessato solo i lavoratori italiani (-4,0%), mentre quelli comunitari ed extracomunitari hanno presentato incrementi pari, rispettivamente, al +8,0% e +1,0%.

Dall’analisi per classi di età emergono decrementi generalizzati in tutte le fasce, a eccezione di quella degli under 20, che registra un +4,2%.

CASI MORTALI

Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Istituto nel mese di gennaio sono state 52, otto in più rispetto alle 44 registrate nel primo mese del 2019 (+18,2%).

A livello nazionale i dati rilevati al 31 gennaio di ciascun anno evidenziano per il primo mese del 2020 un incremento rispetto al gennaio 2019 sia dei casi avvenuti in occasione di lavoro, che sono passati da 31 a 33, sia di quelli occorsi in itinere, aumentati da 13 a 19. L’aumento ha riguardato tutte le gestioni: Industria e servizi (da 39 a 43 denunce), Agricoltura (da 5 a 7) e Conto Stato (da 0 a 2).

In gennaio è avvenuto anche il primo incidente stradale plurimo, in cui hanno perso la vita due lavoratori. Nello stesso mese dello scorso anno, invece, non si erano verificati incidenti plurimi.

Dall’analisi territoriale emerge un aumento di cinque casi mortali nel Nord-Est (da 9 a 14), di tre al Centro (da 9 a 12) e di uno sia al Sud (da 8 a 9) che nelle Isole (da 4 a 5). Il Nord-Ovest si contraddistingue, invece, per un calo di due casi (da 14 a 12), complici soprattutto i sette casi mortali in meno registrati in Lombardia (da 10 a 3).

L’incremento rilevato nel confronto tra il gennaio 2019 e il gennaio 2020 è legato soprattutto alla componente maschile, i cui casi mortali denunciati sono passati da 42 a 49, mentre quella femminile ha fatto registrare un caso in più, da 2 a 3.

In aumento le denunce dei lavoratori italiani (da 29 a 43), mentre i decessi dei comunitari sono stati cinque in entrambi i periodi e quelli dei lavoratori extracomunitari sono diminuiti da 10 a 4.

DENUNCE DI MALATTIA PROFESSIONALE

Le denunce di malattia professionale protocollate dall’Inail nel primo mese del 2020 sono state 4.634, quasi 300 in meno rispetto allo stesso mese del 2019 (-5,6%).

Decrementi si sono registrati nell’Industria e servizi (in calo del 4,3%, da 3.995 a 3.823 casi) e in Agricoltura (-12,7%, da 856 a 747), mentre nel Conto Stato il numero delle patologie denunciate è aumentato del 14,3% (da 56 a 64).

L’analisi territoriale evidenzia decrementi delle denunce nel Nord-Ovest (-13,0%), nel Nord-Est (-13,9%) e al Sud (-18,2%). In controtendenza invece il Centro, con un aumento del 9,8%, e le Isole, con un +2,3%.

In ottica di genere si rilevano 208 denunce di malattia professionale in meno per i lavoratori, da 3.609 a 3.401 (-5,8%), e 65 casi in meno per le lavoratrici, da 1.298 a 1.233 (-5,0%).

Il decremento ha interessato sia le denunce dei lavoratori italiani (passate da 4.554 a 4.296, pari a una diminuzione del 5,7%), sia quelle dei lavoratori extracomunitari, da 245 a 224 (-8,6%). Quelle dei lavoratori comunitari, invece, sono state sette in più, da 107 a 114 (+6,5%).

Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, quelle del sistema nervoso e dell’orecchio continuano a rappresentare le prime tre malattie professionali denunciate, seguite dalle malattie del sistema respiratorio e dai tumori.

COVID-19: sulla valutazione dei rischi da esposizione ad agenti biologici

Autore: Rolando Dubini
Categoria: Rischi da agenti biologici

02/03/2020: Polmonite da Coronavirus (Covid-19), influenza, aggiornamento della valutazione dei rischi da esposizione non intenzionale/occasionale ad agenti biologici e misure di prevenzione e protezione. A cura dell’avvocato Rolando Dubini.

COVID-19: sulla valutazione dei rischi da esposizione ad agenti biologici

Polmonite da Coronavirus (Covid-19), influenza, aggiornamento della valutazione dei rischi da esposizione non intenzionale/occasionale ad agenti biologici e misure di prevenzione e protezione. A cura dell’avvocato Rolando Dubini.

È evidente che in questa fase emergenziale correlata alla diffusione inaspettata sul nostro territorio del nuovo coronavirus, il tema dell’eventualità che sia obbligatorio, utile o inutile un aggiornamento della valutazione dei rischi biologici è un tema delicato che genera opinioni diverse. Per questo motivo, dopo i precedenti articoli sul tema, abbiamo deciso di continuare a parlarne e pubblicare anche il parere dell’avvocato Rolando Dubini.

Parlare di questa eventualità, magari cercando di individuare anche le particolari situazioni lavorative e/o territoriali per cui potrebbe valere, può essere utile in attesa di un chiarimento definitivo da parte degli organi istituzionali.

Indicazioni normative

Articolo 28 – Oggetto della valutazione dei rischi

  1. La valutazionedi cui all’articolo 17, comma 1, lettera a) … deve riguardare tutti …i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, ivi compresi quelli riguardanti gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari …

Articolo 271 – Valutazione del rischio [biologico]

  1. Il datore di lavoro, nella valutazione del rischiodi cui all’articolo 17, comma 1, tiene conto di tutte le informazioni disponibili relative alle caratteristiche dell’agente biologico e delle modalità lavorative, ed in particolare:
  2. a)della classificazione degli agenti biologici che presentano o possono presentare un pericolo per la salute umana quale risultante dall’ALLEGATO XLVIo, in assenza, di quella effettuata dal datore di lavoro stesso sulla base delle conoscenze disponibili e seguendo i criteri di cui all’articolo 268, commi 1 e 2;
  3. b)dell’informazione sulle malattie che possono essere contratte;
  4. c)dei potenziali effetti allergici e tossici;
  5. d)della conoscenza di una patologia della quale è affetto un lavoratore, che è da porre in correlazione diretta all’attività lavorativa svolta;
  6. e)delle eventuali ulteriori situazioni rese note dall’autorità sanitaria competente che possono influire sul rischio;
  7. f)del sinergismo dei diversi gruppi di agenti biologici utilizzati.
  8. Il datore di lavoro … adotta, in relazione ai rischi accertati, le misure protettive e preventive di cui al presenteTitolo, adattandole alle particolarità delle situazioni lavorative…
  9. Nelle attività, quali quelle riportate a titolo esemplificativo nell’ALLEGATO XLIV,che, pur non comportando la deliberata intenzione di operare con agenti biologici, possono implicare il rischio di esposizioni dei lavoratori agli stessi, il datore di lavoro può prescindere dall’applicazione delle disposizioni di cui agli articoli 273, 274, commi 1 e 2, 275, comma 3, e 279, qualora i risultati della valutazione dimostrano che l’attuazione di tali misure non è necessaria.
  10. Il documento di cui all’articolo 17 è integrato dai seguenti dati:
  11. a)le fasi del procedimento lavorativo che comportano il rischio di esposizione ad agenti biologici;
  12. b)il numero dei lavoratori addetti alle fasi di cui alla letteraa);
  13. c)le generalità del responsabile del servizio di prevenzione e protezione dai rischi;
  14. d)i metodi e le procedure lavorative adottate, nonché le misure preventive e protettive applicate;
  15. e)il programma di emergenza per la protezione dei lavoratori contro i rischi di esposizione ad un agente biologico del gruppo 3 o del gruppo 4, nel caso di un difetto nel contenimento fisico.
  16. Il rappresentante per la sicurezza è consultato prima dell’effettuazione della valutazione di cui al comma 1 ed ha accesso anche ai dati di cui al comma 5.

Articolo 272 – Misure tecniche, organizzative, procedurali

  1. In tutte le attività per le quali la valutazione di cui all’articolo 271 evidenzia rischi per la salute dei lavoratori il datore di lavoro attua misure tecniche, organizzative e procedurali, per evitare ogni esposizione degli stessi ad agenti biologici.
  2. In particolare, il datore di lavoro: …
  3. b)limita al minimo i lavoratori esposti, o potenzialmente esposti, al rischio di agenti biologici;
  4. c)progetta adeguatamente i processi lavorativi, anche attraverso l’uso di dispositivi di sicurezza atti a

proteggere dall’esposizione accidentale ad agenti biologici;

  1. d)adotta misure collettive di protezione ovvero misure di protezione individuali qualora non sia possibile evitare altrimenti l’esposizione; …
  2. h)definisce procedure di emergenza per affrontare incidenti ...

I rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori

La Valutazione dei Rischi aziendale dovrebbe già contenere il capitolo del “ rischio biologico, anche se inteso come rischio INDIRETTO [esposizione non deliberata ad agenti chimici n.d.r.] e non per l’uso deliberato di specifici agenti biologici; stante quella che potremmo definire una “globalizzazione negativa” di nuovi e sempre più subdoli rischi per i luoghi di lavoro, ritengo che un capitolo ampliato su questi “rischi” andrebbe sempre compreso nel Documento completo, anche per una sempre maggiore “promozione della salute”. [Medico Competente Dott. Luigi Del Cason, Intervista a Punto Sicuro] 

  1. Premessa

Il 31 dicembre 2019 le autorità cinesi hanno segnalato un focolaio di polmonite da cause sconosciute nella città di Wuhan, nella provincia cinese di Hubei. Il 9 gennaio 2020 la task-force cinese grazie alle tecnologie molecolari ha isolato l’agente eziologico: un nuovo ceppo di coronavirus, denominato provvisoriamente 2019-nCoV, non identificato prima nell’uomo.

Il 12 febbraio 2020 l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha identificato il nome definitivo della malattia in COVID-19, abbreviazione per coronavirus disease 2019.

Nello stesso giorno la Commissione internazionale per la tassonomia dei virus (International Committee on Taxonomy of Viruses – ICTV) ha assegnato il nome definitivo al virus che causa la malattia: SARS-CoV2, sottolineando che si tratta di un virus simile a quello della SARS. L’emergenza di sanità pubblica internazionale (Public Health Emergency of International Concern – PHEIC9) è stata dichiarata dal Direttore generale dell’OMS il 30 gennaio 2020.

Nella Conferenza stampa del Capo della protezione civile Angelo Borrelli alle ore 12 del 27 febbraio 2020 sono stati comunicati i dati italiani: 528 persone colpite da Covid-19 con incremento di 128 casi, rispetto alle ore 18 del 26 febbraio, di cui:

– 14 deceduti

– 42 guariti (di cui 1 dimesso)

Le persone contagiate sono così suddivise per Regione:

  • 305 Lombardia. Rispetto al 26 febbraio ore 18, si è verificato un incremento di n. 47 casi
  • 98 Veneto. Rispetto al 26 febbraio ore 18, si è verificato un incremento di n. 27 casi
  • 97 Emilia Romagna. Rispetto al 26 febbraio ore 18, si è verificato un incremento di n. 50 casi
  • 3 Piemonte
  • 3 Lazio (si tratta di due turisti cinesi ricoverati allo Spallanzani e del ricercatore dimesso, tutti guariti)
  • 3 Marche. Rispetto al 26 febbraio ore 18, si è verificato un incremento di n.2 casi
  • 3 Sicilia (comitiva proveniente dalla provincia di Bergamo)
  • 2 Toscana
  • 2 Campania
  • 11 Liguria.
  • 1 Abruzzo
  • 1 Trentino Alto Adige 

I primi casi in Italia

Il primo caso di trasmissione secondaria si è verificato all’Ospedale di Codogno il 18 febbraio 2020.

La maggioranza dei casi rilevati è in isolamento domiciliare e non necessita di cure ospedaliere.

La principale differenza con l’influenza è che quando siamo di fronte al Coronavirus le difficoltà respiratorie si manifestano «subito, nei primi giorni». Rispetto all’influenza il coronavirus provoca più facilmente complicanze a carico del sistema respiratorio come «polmoniti gravi e polmoniti interstiziali».

Come ha spiegato il professor Fabrizio Pregliasco “la malattia provocata dal nuovo coronavirus, rispetto ad altre, è banale e non è contagiosissima, come possono esserlo, ad esempio, il morbillo o la varicella, ma è piuttosto comparabile all’influenza. La ragione per cui le istituzioni hanno adottato dei provvedimenti di sanità pubblica è che si tratta di un virus nuovo, per cui nessuno di noi ha gli anticorpi. Quindi lo scenario è quello della spagnola del 1918. La malattia non è grave ed è poco contagiosa, ma se si lasciassero le cose come sono, senza prendere provvedimenti, ci ritroveremmo in una situazione in cui in 6/8 settimane il 35-40% della popolazione sarebbe contagiato”. 

  1. La valutazione del rischio biologico deliberato, potenziale, occasionale

Non esiste solo il rischio biologico deliberato, ma anche quello occasionale e potenziale:

D.Lgs. n. 81/2008 – Art. 266- 1. Le norme del presente Titolo si applicano a tutte le attività lavorative nelle quali vi è rischio di esposizione ad agenti biologici.

Il rischio biologico va inquadrato ai sensi dell’articolo 271: il datore di lavoro è tenuto a valutare i rischi per la salute derivanti dall’esposizione agli agenti biologici presenti nell’ambiente di lavoro.

Il rischio biologico può essere sia deliberato (ovvero gli agenti biologici sono introdotti o presenti in maniera deliberata nell’ambito del ciclo produttivo) sia potenziale od occasionale. Sulla base degli esiti della valutazione è poi tenuto a porre in atto le misure necessarie a ridurre o eliminare, se possibile, l’esposizione agli agenti potenzialmente patogeni.

Per la valutazione del rischio l’articolo 28 comma 2) lettera a) D.Lgs. n. 81/2008 dispone che “la scelta dei criteri di redazione del documento è rimessa al datore di lavoro, che vi provvede con criteri di semplicità, brevità e comprensibilità, in modo da garantirne la completezza e l’idoneità quale strumento operativo di pianificazione degli interventi aziendali e di prevenzione”. 

  1. Obblighi inderogabili del Datore di lavoro

In caso di epidemia dichiarata dalle autorità sanitarie internazionali (Organizzazione Mondiale della Sanità OMS) e del paese (Ministero della Salute, Regione competente) il datore di lavoro deve aggiornare il documento di valutazione dei rischi, individuare misure di prevenzione e protezione, istruire, informare e formare il datore di lavoro, il tutto in stretta collaborazione con il medico competente.

Il lavoro che implica contatto continuativo col pubblico, o con colleghi, tra i quali è probabile la presenza di soggetti contagiosi, espone il lavoratore nell’ambiente lavorativo ad un rischio biologico che attiene la posizione di garanzia del datore di lavoro ex art. 2087 c.c. e D. Lgs. n. 81/2008, articoli 271 e 272 in particolare. 

Il rischio da Coronavirus (Covid-19), o da epidemia influenzale, è rischio professionale se il lavoratore è esposto a tale rischio nel luogo di lavoro dove il datore di lavoro ha deciso debba essere svolta la prestazione lavorativa in misura significativa e per elevata presenza di pubblico e di colleghi il cui stato di salute riguardo l’epidemia non è ragionevolmente verificato.

Concettualmente è esattamente come il rischio rapina, se ragionevolmente prevedibile, deve essere oggetto di valutazione dei rischi.

Deve essere oggetto della valutazione dei rischi datoriale, nonchè di conseguente individuazione di istruzioni finalizzate alla prevenzione e protezione, e di DPI necessari ed adeguati. 

Il Titolo X del D.Lgs 81/2008, relativo all’esposizione ad agenti biologici sul luogo di lavoro, sancisce una serie di obblighi inderogabili quali la valutazione del rischio, la messa in atto di misure tecniche, organizzative, procedurali e igieniche, l’informazione, la formazione e l’addestramento dei lavoratori nonché la sorveglianza sanitaria; per gli agenti biologici classificati nei gruppi 3 e 4 anche l’istituzione del registro degli esposti e degli eventi accidentali e quello dei casi di malattia e decesso.

E se il rischio di infezione da agenti biologici – compreso dunque quello relativo all’influenza da virus oppure la più grave polmonite da coronavirus ( Covid-19) – è più alto nel comparto sanità, vi sono altri contesti lavorativi che possono essere interessati in modo piuttosto significativo dal rischio di infezione da influenza pandemica, dagli aeroporti, all’attività di assistenza familiare, esercizi commerciali con elevato afflusso di pubblico, tatuatori ecc. 

Nel caso poi di epidemia particolarmente virulenta tutte le attività umane possono essere esposte al rischio di infezione. 

È possibile distinguere quattro livelli di rischio per gli operatori:

  1. Occupazioni a rischio di esposizione molto alto [operatori sanitari (OS) che eseguono manovre che generano aerosol su pazienti noti o sospetti per aver contratto il virus, OS o laboratoristi che raccolgono o manipolano campioni provenienti da soggetti noti o sospetti per aver contratto il virus].
  2. Occupazioni a rischio di esposizione alto [OS adibiti a mansioni assistenziali nei confronti di pazienti noti o sospetti per aver contratto il virus; OS adibiti al trasporto di pazienti noti o sospetti per aver contratto il virus pandemico all’interno di ambulanze, OS che eseguono autopsie di pazienti noti o sospetti per aver contratto il virus pandemico; addetti alle camere mortuarie].
  3. Occupazioni a rischio di esposizione medio [lavoratori del pubblico impiego addetti agli sportelli, lavoratori nel settore del trasporto aereo e navale, personale scolastico, lavoratori del settore alberghiero, forze dell’ordine, lavoratori del commercio, in particolare addetti alle casse ecc.].
  4. Occupazioni a rischio di esposizione basso [impiegati di uffici senza accesso al pubblico].

Le norme universali di protezione e prevenzione del rischio biologico hanno un valore generale e devono essere applicate ogni qualvolta si manifesti un rischio biologico potenziale, ipotetico/ occasionale:

  • rischio potenziale in ambito professionale: condizione nella quale le attività lavorative svolte possono comportare una possibile esposizione ad una condizione di potenziale pericolo;
  • rischio ipotetico/occasionale in ambito professionale: condizione nella quale le attività lavorative svolte in presenza occasionale di microrganismi pericolosi o potenzialmente tali, possono ipoteticamente dar luogo ad un’esposizione capace di causare l’insorgenza di un danno alla salute del soggetto esposto.

Parte della valutazione verrà sviluppata applicando gli articoli 271 e 272 e seguenti del D. Lgs. n. 81/2008, un’altra parte può essere svolta, scrivono Ravanelli, Di Lorenzo, Aguzzi, come una “composizione di valutazione dei rischi suddivisa per SCENARI STANDARD, di agile lettura e di rapida applicazione al mutare degli eventi.

Indipendentemente dallo scenario di prima applicazione, alla data di redazione del presente DVR, è compito del datore di lavoro, definire lo scenario di appartenenza dell’azienda al variare delle condizioni”.

Gli autori indicano che l’eventuale modifica dello scenario di appartenenza “può pertanto essere deciso e reso evidente ai fatti (compresa la ‘data certa’)” anche “mediante comunicazione scritta tracciabile da parte del datore di lavoro”.

Nel caso del “primo scenario (bassa probabilità di diffusione del contagio) – “ipoteticamente ascrivibile a zone nelle quali non siano presenti, nell’intera provincia, conclamati casi di contrazione della malattia o a tutti gli altri casi in cui si ritenga di definire “bassa” la probabilità di diffusione (in relazione allo stato dei fatti)” – il Datore di Lavoro “ritiene, al minimo, di adottare le seguenti misure di prevenzione e protezione:

  • Informazione a tutti i lavoratori in merito al rischio, mediante diffusione capillare […];
  • Affissione, in uno o più punti visibili della sede di lavoro, nonché nei servizi igienici e nelle mense e/o zone ristoro, del ‘decalogo’ […]. Tale manifesto dovrà essere sostituito quando dovesse essere emesso un similare ritenuto dalle autorità più aggiornato o più completo;
  • Affissione, nei servizi igienici aziendali, nei pressi dei lavamani, nonché nelle mense e/o zone ristoro ove siano presenti lavandini, delle ‘istruzioni grafiche per il lavaggio delle mani’ …;
  • Stretto controllo sugli accessi esterni (intesi come fornitori e/o appaltatori), per la limitazione al minimo dei contatti con i propri lavoratori. Se necessario, dotazione agli stessi di mascherina chirurgica;
  • Allontanamento immediato dal lavoro di qualunque lavoratore manifesti sintomi ascrivibili a quelli del coronavirus e interdizione per lo stesso al rientro al lavoro fino ad accertata negatività rispetto al virus o a completa guarigione”.

Nel caso di secondo scenario (media probabilità di diffusione del contagio) andranno adottate, scrivono i nostri tre autori, le seguenti “misure di prevenzione e protezione:

  • Tutte le misure indicate per Scenario 1;
  • Dotazione di dispenser distributori di igienizzante alcoolico per le mani agli ingressi aziendali, con cartello indicante la necessità di disinfezione delle mani all’ingresso presso la sede di lavoro (valido anche per l’ingresso di utenti esterni);
  • Uso di guanti in lattice monouso da parte dei lavoratori che debbano interagire con materiali / prodotti da scaffale, permanentemente esposti alla clientela;
  • Una attenta e puntuale valutazione delle eventuali ulteriori azioni da mettere in atto per lavoratori appartenenti a fasce di popolazione sensibili rispetto al rischio (minori, lavoratori oltre i 60 anni, lavoratori con nota immunodeficienza o che la dichiarino per la prima volta, avvalorandola con atti … anche le donne in stato di gravidanza, pur non essendoci ad oggi alcuna informazione di letteratura che indichi l’incidenza del virus sul feto …);
  • Dotazione di disinfettanti per superfici a base alcoolica e panni di carta usa e getta, al minimo per le postazioni/uffici destinati ad accogliere utenti esterni;
  • Limitazione al minimo indispensabile di attività di front office nei confronti di utenti esterni: si preferiranno, ove possibile, gestioni telefoniche. Ove non possibile, saranno valutate opzioni di front office con predilezione delle postazioni munite di vetro di protezione”.

Serve “adottare nelle pratiche di lavoro misure di prevenzione cosiddette ‘universali’ che in ogni situazione, indipendentemente dalla natura infettiva dei campioni trattati e delle condizioni di igiene del lavoro, garantiscano la assenza di una esposizione, così da raggiungere il controllo o l’abbattimento del ‘rischio di natura ed entità incerta’ connesso a queste attività” [da Influenza e prevenzione, Autori Vari, Rivista Prevention and Research ].

Con riferimento alle “Raccomandazioni generali ad interim per la riduzione del rischio espositivo in corso di pandemia influenzale nei luoghi di lavoro” del Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, il sito indica che in ambito sanitario [ma ovviamente non solo sanitario] – laddove il documento di valutazione dei rischi (DVR) evidenzia la presenza di un rischio da agenti biologici – il datore di lavoro:

  • “verifica che le misure di prevenzione contenute nel DVR, compreso l’uso dei DPI, siano conformi a quanto previsto dalle indicazioni scientifiche e circolari ministeriali specifiche relative al virus [oggetto di prevenzione e protezione];
  • adegua all’attuale evento pandemico le azioni di prevenzione da mettere in atto, soprattutto per quanto riguarda l’informazione, la formazione, le procedure e l’organizzazione del lavoro, l’utilizzo dei DPI”.

Gli interventi a seguito della valutazione del rischio saranno finalizzati a due obiettivi:

  1. ridurre la trasmissione del virus;
  2. ridurre il rischio che un lavoratore suscettibile si infetti.

L’ISPESL ha individuato tre tipi di misure da adottare:

  1. Strutturali: riguardano l’ambiente nel quale viene svolta l’attività lavorativa (es. barriere fisiche di protezione, presidi per il lavaggio delle mani);
  2. Organizzative: riguardano le procedure da adottare sul luogo di lavoro per informare e proteggere il lavoratore (es. istruzioni per il lavaggio delle mani, per la corretta igiene respiratoria);
  3. Comportamentali: riguardano gli atteggiamenti da intraprendere da parte del singolo lavoratore (es. utilizzo dei dispositivi di protezione individuale) [si vedano I documenti Ispesl sull’Influenza A).

Linee guida per il Monitoraggio e il controllo sull’applicazione del D. Lgs. 626/1994 – Linee guida regionali, giugno 1997 riportano le Linee Guida Cee per effettuare la valutazione dei rischi – Direzione Generale V – III Sezione m che citano ESEMPI DI SITUAZIONI E DI ATTIVITA’ LAVORATIVE CHE RICHIEDONO UNA VALUTAZIONE DEI RISCHI, e tra questi:

“6. ESPOSIZIONE AD AGENTI BIOLOGICI

  1. a) Rischio di infezioni derivanti dalla manipolazione e dall’esposizione non intenzionale a microorganismi, esotossine ed endotossine.
  2. b)Rischio di infezioni dovute all’esposizione non intenzionale a microorganismi (per es: legionella liberata dai sistemi radianti di raffreddamento [ma anche epidemie ecc. n.d.r.]).
  3. e) Presenza di allergeni”.

Va qui segnalato l’utile documento per redigere la valutazione del rischio biologico nei casi di uso non deliberato di tali agenti: “ Valutazione del rischio biologico. Relazione sulla valutazione del rischio biologico correlato all’improvvisa emergenza legata alla diffusione del virus SARS-CoV-2 (cosiddetto ‘coronavirus’) causa della malattia Covid-19 (Art. 271 del D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81 e s.m.i.)”, a cura dell’Ing. Andrea Ravanelli, del Dott. Fabio Di Lorenzo e della Dott.essa Irene Aguzzi.

  1. La giurisprudenza: omessa valutazione del rischio biologico

Cassazione Penale, Sez. 3, 27 luglio 2017, n. 37412 – Impresa agricola e inidonea valutazione dei rischi specifici. Esposizione al rischio biologico e necessaria nomina del medico competente

Il tribunale ha correttamente evidenziato, in maniera approfondita, tutti gli elementi posti a base della condanna, giacché il documento per la valutazione dei rischi, presentava nel caso di specie numerose incongruenze e incompletezze (in un’impresa agricola dedita all’allevamento principalmente di ovini, ma anche di suini e bovini risultavano indicati soltanto dipendenti adibiti alla pulizia delle stalle, rispetto ai quali peraltro, non erano analizzati con completezza i relativi rischi; pure essendo analizzati i rischi per le attività di coltivazione, ossia aratura erpicatura, fertilizzazione dei terreni, falciatura e trinciatura, non era indicato alcun lavoratore addetto, sul posto era presente una voliera con pollame senza che l’attività di avicoltura fosse indicata, non erano analizzati i rischi legati all’uso di attrezzature meccaniche dell’attività di allevamento, pur presenti né risultavano indicate le mansioni specifiche dei dipendenti). 

Del pari congrua e logica appare la motivazione allorché evidenzia l’omessa indicazione del rischio biologico specifico esistente in una delle lavorazioni (in particolare correttamente evidenziando la sentenza impugnata come mentre il documento riconosceva la presenza di rischi biologici a pagina 47 non analizzava i rischi legati alla possibile presenza di agenti patogeni veicolati dagli animali, nonostante vi fossero lavoratori addetti alla mungitura e allevamento esposti a tali rischi biologici (derivanti dal contatto con gli animali). 

La giurisprudenza di questa corte ha, in numerose occasioni, chiarito come non è solo l’assenza ma la incompletezza del DVR a concretizzare l’ipotesi di reato, giacché, ritenendo diversamente, tale redazione assumerebbe un significato solo formale. 

Da ciò correttamente deduceva, altresì, il tribunale, la necessità della nomina di un medico competente per la sorveglianza sanitaria, non nominato nonostante vi fosse l’esposizione al rischio biologico derivante dall’allevamento di animali”. 

Rolando Dubini, avvocato in Milano, cassazionista

COVID-19: quali sono le misure urgenti per fermare il nuovo virus?

Autore: Tiziano Menduto
Categoria: Normativa

25/02/2020: I nuovi decreti per prevenire e contrastare l’ulteriore trasmissione del nuovo coronavirus nei comuni più a rischio. Il Decreto-legge n. 6 del 23 febbraio 2020 e il Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 23 febbraio 2020. Le misure urgenti.

 Brescia, 25 Feb – Torniamo a parlare del nuovo coronavirus isolato in Cina all’inizio dell’epidemia. Ricordiamo che nei giorni scorsi il virus ha cambiato nome: l’International Committee on Taxonomy of Viruses (ICTV) ha classificato il nuovo coronavirus denominandolo Sars-CoV-2. E’ stato poi individuato il nome per la malattia che deriva dall’infezione da Sars-CoV-2: il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha annunciato che è stata denominata ufficialmente COVID-19 (Co – corona, Vi – virus, D ‘disease‘ – malattia, 19, l’anno di identificazione del virus).

 Quali sono le novità normative in Italia per affrontare la diffusione del virus che nel nostro paese (alla data del 24 febbraio) ha già superato la soglia di 200 casi acclarati (persone risultate positive al nuovo virus) con una particolare diffusione in alcune regioni come la Lombardia (oltre 150 casi)?

 Questi gli argomenti affrontati nell’articolo:

Il decreto-legge n. 6 del 23 febbraio 2020

Riprendiamo quanto indicato in una nostra recente news e ricordiamo che il Consiglio dei ministri ha approvato il 23 febbraio il Decreto-legge n. 6 del 23 febbraio 2020 recante “Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19”.

Il decreto interviene, come ricordato nella news, nell’attuale situazione di emergenza sanitaria allo scopo di prevenire e contrastare l’ulteriore trasmissione del virus e prevede, tra l’altro, che nei comuni o nelle aree nei quali risulta positiva almeno una persona per la quale non si conosce la fonte di trasmissione o comunque nei quali vi è un caso non riconducibile ad una persona proveniente da un’area già interessata dal contagio, le autorità competenti sono tenute ad adottare ogni misura di contenimento adeguata e proporzionata all’evolversi della situazione epidemiologica (art 1, comma 1).

Le possibili misure per evitare la diffusione del COVID-19

Riprendiamo le indicazioni contenute nell’articolo 1 (Misure urgenti per evitare la diffusione del COVID-19), del decreto-legge, dove si indica che allo scopo di evitare il diffondersi del COVID-19, nei comuni o nelle aree, di cui sopra. tra le misure indicate possono essere adottate (art1, comma 1) “anche le seguenti:

  1. divieto di allontanamento dal comune o dall’area interessata da parte di tutti gli individui comunque presenti nel comune o nell’area;
  2. divieto di accesso al comune o all’area interessata;
  3. sospensione di manifestazioni o iniziative di qualsiasi natura, di eventi e di ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato, anche di carattere culturale, ludico, sportivo e religioso, anche se svolti in luoghi chiusi aperti al pubblico;
  4. sospensione dei servizi educativi dell’infanzia e delle scuole di ogni ordine e grado, nonchè della frequenza delle attività scolastiche e di formazione superiore, compresa quella universitaria, salvo le attività formative svolte a distanza;
  5. sospensione dei servizi di apertura al pubblico dei musei e degli altri istituti e luoghi della cultura di cui all’articolo 101 del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, nonchè dell’efficacia delle disposizioni regolamentari sull’accesso libero o gratuito a tali istituti e luoghi;
  6. sospensione dei viaggi d’istruzione organizzati dalle istituzioni scolastiche del sistema nazionale d’istruzione, sia sul territorio nazionale sia all’estero, trovando applicazione la disposizione di cui all’articolo 41, comma 4, del decreto legislativo 23 maggio 2011, n.79;
  7. sospensione delle procedure concorsuali per l’assunzione di personale;
  8. applicazione della misura della quarantena con sorveglianza attiva agli individui che hanno avuto contatti stretti con casi confermati di malattia infettiva diffusiva;
  9. previsione dell’obbligo da parte degli individui che hanno fatto ingresso in Italia da zone a rischio epidemiologico, come identificate dall’Organizzazione mondiale della sanità, di comunicare tale circostanza al Dipartimento di prevenzione dell’azienda sanitaria competente per territorio, che provvede a comunicarlo all’autorità sanitaria competente per l’adozione della misura di permanenza domiciliare fiduciaria con sorveglianza attiva;
  10. chiusura di tutte le attività commerciali, esclusi gli esercizi commerciali per l’acquisto dei beni di prima necessità;
  11. chiusura o limitazione dell’attività degli uffici pubblici, degli esercenti attività di pubblica utilità e servizi pubblici essenziali di cui agli articoli 1 e 2 della legge 12 giugno 1990, n. 146, specificamente individuati;
  12. previsione che l’accesso ai servizi pubblici essenziali e agli esercizi commerciali per l’acquisto di beni di prima necessità sia condizionato all’utilizzo di dispositivi di protezione individuale o all’adozione di particolari misure di cautela individuate dall’autorità competente;
  13. limitazione all’accesso o sospensione dei servizi del trasporto di merci e di persone terrestre, aereo, ferroviario, marittimo e nelle acque interne, su rete nazionale, nonchè di trasporto pubblico locale, anche non di linea, salvo specifiche deroghe previste dai provvedimenti di cui all’articolo 3;
  14. sospensione delle attività lavorative per le imprese, a esclusione di quelle che erogano servizi essenziali e di pubblica utilità e di quelle che possono essere svolte in modalità domiciliare;
  15. sospensione o limitazione dello svolgimento delle attività lavorative nel comune o nell’area interessata nonchè delle attività lavorative degli abitanti di detti comuni o aree svolte al di fuori del comune o dall’area indicata, salvo specifiche deroghe, anche in ordine ai presupposti, ai limiti e alle modalità di svolgimento del lavoro agile, previste dai provvedimenti di cui all’articolo 3”.

 Riguardo alle ulteriori misure di gestione dell’emergenza (art.2) si indica che le autorità competenti “possono adottare ulteriori misure di contenimento e gestione dell’emergenza, al fine di prevenire la diffusione dell’epidemia da COVID-19 anche fuori dai casi di cui all’articolo 1, comma 1”.

 Mentre all’articolo 3 si indica che (comma 1) le misure di cui agli articoli 1 e 2 sono adottate “con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro della salute, sentito il Ministro dell’interno, il Ministro della difesa, il Ministro dell’economia e delle finanze e gli altri Ministri competenti per materia, nonchè i Presidenti delle regioni competenti, nel caso in cui riguardino esclusivamente una sola regione o alcune specifiche regioni, ovvero il Presidente della Conferenza dei presidenti delle regioni, nel caso in cui riguardino il territorio nazionale”.

Si indica poi (comma 4) che salvo che il fatto non costituisca più grave reato, il “mancato rispetto delle misure di contenimento di cui al presente decreto è punito ai sensi dell’articolo 650 del codice penale”. E il Prefetto (comma 5), “informando preventivamente il Ministro dell’interno, assicura l’esecuzione delle misure avvalendosi delle Forze di polizia e, ove occorra, delle Forze armate, sentiti i competenti comandi territoriali”.

 Il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 23 febbraio 2020

Veniamo dunque al Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 23 febbraio 2020, recante “Disposizioni attuative del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19”. Decreto che era annunciato al comma dell’art.3 del decreto-legge.

 Le misure urgenti valgono per i comuni indicati nell’allegato 1 del decreto.

Questi i comuni nella Regione Lombardia:

  1. Bertonico;
  2. Casalpusterlengo;
  3. Castelgerundo;
  4. Castiglione D’Adda;
  5. Codogno;
  6. Fombio;
  7. Maleo;
  8. San Fiorano;
  9. Somaglia;
  10. Terranova dei Passerini.

 Nella Regione Veneto: Vo’.

 Anche in questo caso è presente un elenco di “misure urgenti di contenimento del contagio nei comuni delle Regioni Lombardia e Veneto”.

Segnalando che buona parte delle misure elencate sono le stesse presenti nell’articolo 1 del decreto-legge, riprendiamo integralmente le misure (art 1, comma 1):

  1. “divieto di allontanamento dai Comuni di cui all’allegato 1, da parte di tutti gli individui comunque presenti negli stessi;
  2. divieto di accesso nei Comuni di cui all’allegato 1;
  3. sospensione di manifestazioni o iniziative di qualsiasi natura, di eventi e di ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato, anche di carattere culturale, ludico, sportivo e religioso, anche se svolti in luoghi chiusi aperti al pubblico;
  4. sospensione dei servizi educativi dell’infanzia e delle scuole di ogni ordine e grado, nonchè della frequenza delle attività scolastiche e di formazione superiore, compresa quella universitaria, salvo le attività formative svolte a distanza;
  5. sospensione di viaggi di istruzione in Italia o all’estero organizzati dalle istituzioni scolastiche del sistema nazionale di istruzione;
  6. sospensione dei servizi di apertura al pubblico dei musei e degli altri istituti e luoghi della cultura di cui all’art. 101 del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, nonchè dell’efficacia delle disposizioni regolamentari sull’accesso libero o gratuito a tali istituti e luoghi;
  7. sospensione delle attività degli uffici pubblici, fatta salva l’erogazione dei servizi essenziali e di pubblica utilità, secondo le modalità e i limiti indicati con provvedimento del Prefetto territorialmente competente;
  8. sospensione delle procedure pubbliche concorsuali, indette e in corso nei comuni di cui all’allegato 1;
  9. chiusura di tutte le attività commerciali, ad esclusione di quelle di pubblica utilità e dei servizi pubblici essenziali di cui agli articoli 1 e 2 della legge 12 giugno 1990, 146, secondo le modalità e i limiti indicati con provvedimento del Prefetto territorialmente competente, ivi compresi gli esercizi commerciali per l’acquisto dei beni di prima necessità;
  10. obbligo di accedere ai servizi pubblici essenziali, nonchè agli esercizi commerciali per l’acquisto di beni di prima necessità indossando dispositivi di protezione individuale o adottando particolari misure di cautela individuate dal Dipartimento di prevenzione delle aziende sanitarie competenti per territorio;
  11. sospensione dei servizi di trasporto di merci e di persone, terrestre, ferroviario, nelle acque interne e pubblico locale, anche non di linea, con esclusione del trasporto di beni di prima necessità e deperibili e fatte salve le eventuali deroghe previste dai prefetti territorialmente competenti;
  12. sospensione delle attività lavorative per le imprese, ad esclusione di quelle che erogano servizi essenziali e di pubblica utilità, ivi compresa l’attività veterinaria, nonchè di quelle che possono essere svolte in modalità domiciliare ovvero in modalità a distanza. Il Prefetto, d’intesa con le autorità competenti, può individuare specifiche misure finalizzate a garantire le attività necessarie per l’allevamento degli animali e la produzione di beni alimentari e le attività non differibili in quanto connesse al ciclo biologico di piante e animali;
  13. sospensione dello svolgimento delle attività lavorative per i lavoratori residenti o domiciliati, anche di fatto, nel comune o nell’area interessata, anche ove le stesse si svolgano fuori dal Comune o dall’area indicata”.

Le misure di cui al comma 1, lettere a), b) e o), “non si applicano al personale sanitario e al personale di cui all’art. 4, nell’esercizio delle proprie funzioni”.

 Il decreto, articolo 3, si sofferma poi sull’applicazione del lavoro agile.

 Si indica che (comma 1) “la modalità di lavoro agile disciplinata dagli articoli da 18 a 23 della legge 22 maggio 2017, n. 81, è applicabile in via automatica ad ogni rapporto di lavoro subordinato nell’ambito di aree considerate a rischio nelle situazioni di emergenza nazionale o locale nel rispetto dei principi dettati dalle menzionate disposizioni e anche in assenza degli accordi individuali ivi previsti”. E qualora si verifichino le condizioni di cui al comma 1 “gli obblighi di informativa di cui all’art. 23 della legge 22 maggio 2017, n. 81, sono resi in via telematica anche ricorrendo alla documentazione resa disponibile sul sito dell’Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro”.

 Rimandiamo, in conclusione, alla lettura integrale del decreto che riporta altri due articoli:

  • art. 4: Esecuzione delle misure urgenti
  • art. 5: Efficacia delle disposizioni.

Tiziano Menduto

COME L’ALIMENTAZIONE INFLUENZA LA NOSTRA SALUTE

In occasione della 114esima edizione della FIERAGRICOLA, Geo Studio Engineering organizza il giorno 31.01.2020 alle ore 15.30, presso l’Area Forum “Nutrizione e Difesa Sostenibile”,  “COME L’ALIMENTAZIONE INFLUENZA LA NOSTRA SALUTE”: Conferenza inserita nel programma “GEO STUDIO PER LA SALUTE E L’AMBIENTE” .

Relatori di questa conferenza saranno il Prof. Mario La Rosa e Dott. Giuseppe Marchese.

Al Termine della conferenza presso lo Stand Geo Studio (Pad. 11, Stand G5), si terrà una degustazione di Olio Extravergine di oliva 100% italiano.

Vi aspettiamo numerosi.

Resistenza agli incendi: qual è il comportamento dei materiali

 

Autore: Redazione
Categoria: Normativa Antincendio

27/05/2019: Un documento Inail si sofferma sulla resistenza al fuoco degli elementi strutturali con riferimento al Codice di prevenzione incendi. Focus sul comportamento al fuoco dei materiali strutturali: calcestruzzo, acciaio, legno, muratura e alluminio.

Roma, 27 Mag – La finalità della resistenza al fuoco, in materia di prevenzione incendi, è quella di garantire la capacità portante delle strutture in condizioni di incendio nonché la capacità di compartimentazione, per un tempo minimo necessario al raggiungimento degli obiettivi di sicurezza di prevenzione incendi.

A ricordare le finalità della resistenza al fuoco è il “Codice di prevenzione Incendi” presente nel Decreto del Ministero dell’Interno del 3 agosto 2015 recante “Approvazione di norme tecniche di prevenzione incendi, ai sensi dell’articolo 15 del decreto legislativo 8 marzo 2006, n. 139”.

In relazione all’importanza della consapevolezza della resistenza al fuoco degli elementi strutturali in una costruzione, ci soffermiamo oggi sul documento “ La resistenza al fuoco degli elementi strutturali. Focus sulla misura S.2 del Codice di prevenzione incendi – Resistenza al fuoco”, realizzato – in collaborazione con l’Università di Roma “Sapienza”, il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco e il Consiglio Nazionale degli Ingegneri – dal Dipartimento innovazioni tecnologiche e sicurezza degli impianti, prodotti e insediamenti antropici (DITSIPIA) dell’Inail.

Un capitolo del documento è dedicato proprio al comportamento al fuoco dei materiali strutturali.

Questi gli argomenti trattati nell’articolo:

Il comportamento al fuoco del calcestruzzo e dell’acciaio

Nel documento si indica che i materiali comunemente utilizzati per scopi strutturali possiedono un “diverso comportamento al fuoco, del quale occorre tener conto ai fini della resistenza al fuoco e che, eventualmente, obbliga il progettista ad apportare gli adeguati accorgimenti ai fini della protezione antincendio”.

Si ricorda, ad esempio, che il calcestruzzo ordinario “è una miscela eterogenea incombustibile; in linea generale, pertanto, le strutture in C.A. si comportano bene nei confronti dell’incendio. Tuttavia gli effetti del fuoco sui componenti del cemento, e quindi sull’insieme strutturale, possono essere di non poco conto”. E, infatti, a causa di temperature elevate provocate da un incendio “si assiste alla vaporizzazione dell’acqua presente nella struttura porosa del cemento; tale fenomeno determina lo sviluppo di pressioni interne in grado di causare sovrapressioni interne al cemento, con conseguente disidratazione della pasta di cemento che conduce alla progressiva perdita della capacità legante. L’espulsione di piccole scaglie, la variazione dimensionale degli aggregati silicei e la decomposizione di quelli calcarei, determinano una sensibile riduzione della resistenza meccanica della struttura e una conseguente diminuzione della risposta a compressione che a circa 800 °C si riduce a livelli anche inferiori al 20% di quella iniziale”.

Il documento riporta l’immagine della mappa termica di una trave in C.A.:

Riguardo all’acciaio, anche in questo caso siamo davanti ad un materiale incombustibile, le cui proprietà meccaniche, “in caso di incendio, decrescono con la temperatura”.

In particolare si indica che una struttura in acciaio soggetta all’azione dell’incendio “riduce la propria capacità portante fino ad arrivare, dopo un certo tempo, al collasso”.

E questo fenomeno è “governato da parametri fondamentali quali la temperatura dell’elemento strutturale, il salto termico, il coefficiente di trasmissione termica e il fattore di sezione A/V (rapporto tra la superficie esposta al fuoco ed il proprio volume) e la classe di duttilità”.

Si segnala poi che le strutture in acciaio (“anche a causa dei gravosi vincoli previsti dalle normative antincendio tradizionali”) hanno sempre “registrato in Italia un impiego su scala ridotta”. E, a tal proposito, le opportunità fornite dal Codice di prevenzione incendi potrebbero “fornire un nuovo impulso verso l’utilizzo di tale materiale”.

Il comportamento del legno durante gli incendi

Veniamo al comportamento del legno che, massello e lamellare, “presenta temperature di accensione molto ridotte che, in funzione della specie legnosa, variano tra 220 e 300 °C”.

Tuttavia se correttamente progettata, “la struttura in legno, massello e lamellare, è in grado di garantire una resistenza al fuoco pari a quella delle strutture in C.A. o in muratura. Ciò a causa delle peculiarità del materiale che richiede un tempo considerevole per bruciare oltre la superficie esterna (in maniera significativa) a causa del fenomeno della carbonatazione del legno”.

Infatti – continua il documento – il legno sottoposto alla fiamma diretta, “inizia a bruciare, ma raggiunti i 240 °C ha inizio un processo di carbonizzazione dello strato esterno che, in pratica, protegge la parte più interna, impedendo alla sezione resistente di ridursi, se non in tempi significativi. La velocità di penetrazione della carbonatazione è pari a 0,7 mm/min per l’essenza di abete (legno lamellare) e pari a 0,9 mm/min (legno massello). Pertanto il collasso delle strutture in legno a causa dell’ evento incendio rimane una probabilità remota, che può verificarsi solamente a causa della riduzione progressiva della sezione e non, come avviene per acciaio e calcestruzzo, a causa del decadimento delle proprietà meccaniche o per l’intervento di azioni indirette”.

Le pareti in muratura e l’alluminio

Riguardo poi al comportamento al fuoco delle pareti in muratura, si indica che la verifica della resistenza al fuoco di elementi strutturali in muratura “viene eseguita mediante l’analisi del flusso di calore che attraversa il materiale”.

E tali calcoli “sono basati su dati empirici che considerano lo spessore, la densità, la conducibilità termica, la finitura, l’eventuale tipo di aggregato e il contenuto di umidità della muratura. A parità di tipologia di materiale e di spessore, la resistenza al fuoco delle strutture murarie è condizionata dall’altezza libera della parete, diminuendo all’aumentare della stessa, a causa dell’incurvamento termico della parete dal lato esposto ad alte temperature (thermal bowing, tipico di pareti non portanti) o da quello non esposto (reverse bowing, tipico di pareti portanti)”. Inoltre “l’inserimento di elementi in C.A. di adeguata rigidezza nel corpo della muratura, in grado di ridurre l’altezza libera delle pareti, produce, di conseguenza, un incremento della resistenza al fuoco della struttura muraria”.

Si segnala poi che le murature tradizionali, in pietra naturale “offrono una buona resistenza al fuoco; questa, peraltro, aumenta al crescere dello spessore e può essere ulteriormente migliorata dall’intonaco che, costituendo una sorta di scudo al calore, contribuisce affinché la temperatura salga progressivamente all’interno della muratura”.

E ruolo importante è “svolto dalle malte impiegate nella realizzazione della struttura muraria; è stato evidenziato che la resistenza al fuoco aumenta impiegando malte di calce idraulica o, meglio, di sabbia e cemento additivate”.

Infine, riportiamo qualche indicazione sull’alluminio.

Il documento Inail segnala che l’alluminio è un materiale incombustibile e che conduce il calore ancora più facilmente dell’acciaio. Inoltre “presenta una migliore resistenza alla corrosione ed offre molteplici possibilità di lavorazione per profilati”.

Tuttavia il grosso aspetto negativo “è dovuto al basso punto di fusione (intorno ai 600 °C) che fa dell’alluminio un materiale non sempre adatto, dal punto di vista della sicurezza antincendio, in quanto fonde (peraltro gocciolando) ad una temperatura che si raggiunge quando un incendio è pienamente sviluppato”.

Rimandiamo, in conclusione, alla lettura integrale del documento che riporta altri dettagli sul comportamento al fuoco dei materiali strutturali e varie immagini esplicative.

RTM


Sostanze chimiche e monitoraggio biologico: come varia l’esposizione

 

Autore: Redazione
Categoria: Rischio elettrico

27/05/2019: Un documento si sofferma sul monitoraggio biologico e sui valori di tolleranza biologica delle sostanze a cui si è esposti. Focus sulla capacità di assorbimento della pelle, sulle variazioni di esposizione e sui fattori extraprofessionali.

Lucerna, 27 Mag – Il monitoraggio biologico eseguito in un luogo di lavoro relativamente all’esposizione alle sostanze utilizzate nell’attività può essere molto importante per valutare il “carico tossico interno” o la conseguente reazione del lavoratore esposto a tali sostanze.

A ricordarlo e a fornire utili informazioni sul monitoraggio biologico è una pubblicazione dell’Istituto elvetico per l’assicurazione e la prevenzione degli infortuni ( Suva), un factsheet dal titolo “Monitoraggio biologico e valori di tolleranza biologica delle sostanze di lavoro” che, malgrado alcune differenze normative e di prassi (ad esempio riguardo ai valori limite di riferimento) tra Italia e Svizzera, è sicuramente utile per far luce su un importante strumento, il monitoraggio, per la prevenzione dei rischi.

La concentrazione e l’assorbimento delle sostanze

La capacità di assorbimento della pelle

La capacità di assorbimento della pelle

Le sostanze e i fattori extraprofessionali

La concentrazione e l’assorbimento delle sostanze

Nel factsheet, a cura di Michael Koller e Claudia Pletscher, si sottolinea che la relazione dose-effetto, cioè il “rapporto fra la concentrazione di una sostanza nell’aria ambiente e l’effetto sull’organo bersaglio, può essere influenzata da diverse variabili”.

Se a livello di vie respiratorie i fattori di variabilità possono essere l’entità del carico sull’organismo, la biodisponibilità e l’utilizzo di un DPI per le vie respiratorie, bisogna tenere conto anche dell’assorbimento supplementare della “sostanza nel tratto gastrointestinale e attraverso la pelle” e di altri fattori, come l’interazione con sostanze di lavoro, medicamenti o alcol.

La capacità di assorbimento della pelle

Riguardo alla capacità di assorbimento della pelle, si sottolinea che “l’assorbimento percutaneo delle sostanze di lavoro riveste un’importanza particolare”.

E nel caso di sostanze facilmente “assorbite dalla pelle con una bassa pressione di vapore e dunque un assorbimento relativamente basso attraverso le vie respiratorie, il rischio legato all’assorbimento percutaneo è nettamente superiore rispetto a quello legato all’inalazione di tali sostanze”.

Se poi vi sono lesioni dello strato corneo (ad esempio in caso di eczema) “l’assorbimento percutaneo può essere decisamente più elevato e addirittura più significativo di quello polmonare. Per aumentare significativamente l’esposizione alle sostanze pericolose bastano anche lesioni cutanee di minima entità”.

Il factsheet segnala alcuni esempi di sostanze per le quali l’assorbimento transcutaneo “è fondamentale per l’insorgere di un’intossicazione”: “il fenolo, le ammine aromatiche, i nitroderivati, gli organofosfati alla base di molti prodotti fitosanitari, o la classe dei glicoleteri”, …  Inoltre sostanze come i solventi organici, che di per sé non sono assorbiti facilmente dalla cute, “possono penetrare attraverso la pelle una volta combinati con altre sostanze quali DMSO, DMF o composti glicolici (effetto carrier)”.

Senza dimenticare che oltre alla penetrazione in seguito a contatto cutaneo diretto, “l’assorbimento può avvenire anche attraverso indumenti contaminati o la fase gassosa o vaporosa di un solvente”

Le sostanze e il metabolismo

Un altro fattore che può incidere poi sulla relazione tra carico esterno ed effetto sull’organo bersaglio è “costituito dalle interazioni, che vengono distinte in tossicocinetiche e tossicodinamiche”.

A questo proposito si indica che le interazioni tossicocinetiche “riguardano i processi di assorbimento, distribuzione, biotrasformazione ed escrezione” e le interazioni tossicodinamiche “possono manifestarsi a livello dei recettori per le sostanze di lavoro”.

Riguardo al metabolismo si indica che in caso “di inibizione della detossificazione, si riscontra da un lato una maggiore concentrazione sierica delle sostanze di lavoro e dall’altro una escrezione urinaria di metaboliti ritardata e associata a un picco inferiore”. Inoltre il metabolismo “può essere anche attivato, con conseguente riduzione del carico interno”.

In generale, “l’effetto di una sostanza tossica può essere ridotto (antagonismo) o aumentato (sinergismo di potenziamento) da altre sostanze”.

Sono riportati alcuni esempi di interazioni significative di sostanze di lavoro con conseguente inibizione del metabolismo della seconda sostanza per alcune coppie di sostanze (toluene e esano, tetracloroetene e tricloroetano, metiletilchetone e esano e metanolo e diclorometano).

Si presentano nel documento anche esempi, in coppie di sostanze, di situazioni di inibizione reciproca del metabolismo o di accelerazione del metabolismo.

Le sostanze e i fattori extraprofessionali

Il factsheet si sofferma poi sugli eventuali fattori extraprofessionali che “possono a loro volta incidere sulla relazione tra carico esterno ed effetto sull’organo bersaglio e dunque influenzare i parametri del monitoraggio biologico”.

Si indica, ad esempio, che il metabolismo di xilene, stirene, tricloroetano, metiletilchetone e toluene “può essere inibito da un effetto acuto dell’alcol, che si traduce in un aumento delle concentrazioni di tali sostanze nel sangue e in una diminuzione delle concentrazioni dei loro metaboliti nelle urine. A causa dell’influsso dell’alcol è stata osservata anche una ritardata escrezione di N-metilformammide nelle urine, che costituisce il parametro di esposizione alla dimetilformammide (DMF)”.

Il factsheet si sofferma anche su come cambia l’esposizione alle sostanze nei fumatori.

Si indica, ad esempio, che è stata evidenziata “un’esposizione supplementare a sostanze come il monossido di carbonio, il cadmio, il nichel e gli idrocarburi policiclici”: i fumatori “presentano dunque concentrazioni superiori di tali sostanze nel sangue e nelle urine rispetto ai non fumatori”.

Inoltre carichi interni superiori nei fumatori “possono derivare anche dalla contaminazione delle sigarette, ad esempio se si fuma nei posti di lavoro con esposizione al piombo”.

Riguardo al tema delle interazioni, il documento elvetico si sofferma anche sulle interazioni tra medicamenti e sostanze di lavoro.

Si segnala che queste interazioni “rilevabili attraverso il monitoraggio biologico o in grado di modificarne i risultati, non sono state finora oggetto di esami sistematici”.

È noto, ad esempio, che “medicamenti a base di nitriti, nitroglicerina o sulfonamide possono indurre una metaemoglobinemia e rendere difficoltoso il monitoraggio biologico di sostanze che inducono la formazione di metaemoglobina”.

Il documento riporta, in conclusione, anche alcuni riferimenti alla variabilità genetica.

Infatti la concentrazione di una sostanza di lavoro nell’organo bersaglio “dipende anche dalla variabilità genetica degli enzimi metabolici”, ed esempi noti sono “i polimorfismi degli isoenzimi CYP450, della glutatione-S-transferasi o della N-acetiltransferasi”.

Rimandiamo, infine, alla lettura integrale del factsheet di Suva che riporta ulteriori informazioni riguardo al tema dell’esposizione (esposizioni extraprofessionali, fattori fisici individuali, …) e che si sofferma ampiamente sui valori di tolleranza biologica delle sostanze di lavoro e sui programmi di monitoraggio biologico.

N.B.: Se i riferimenti legislativi e alcune indicazioni contenute nei documenti di Suva riguardano la realtà elvetica, le informazioni riportate sono comunque utili per migliorare la prevenzione dei rischi in tutti i luoghi di lavoro.

RTM


Sulla non responsabilità per l’inapplicabilità delle norme di sicurezza

 

Autore: Gerardo Porreca
Categoria: Sentenze commentate

27/05/2019: Non risponde il datore di lavoro per il decesso di un dipendente infortunatosi per il ribaltamento di un trattore dell’azienda, privo delle regolari protezioni, che stava utilizzando per proprio conto senza autorizzazione e fuori dell’orario di lavoro.

Nessuna responsabilità è stata individuata dalla Corte di Cassazione in questo caso a carico di un datore di lavoro per l’infortunio occorso a un suo lavoratore dipendente nel mentre utilizzava un trattore di proprietà dell’azienda, risultato privo della regolare protezione del posto di guida, e che stava utilizzando per proprio conto e a favore di terzi, fuori dell’orario e dei luoghi di lavoro, senza l’autorizzazione del datore di lavoro e a sua insaputa. Condannato il datore di lavoro dal Tribunale che lo aveva ritenuto investito della posizione di garanzia per avere messo a disposizione del lavoratore il trattore privo delle regolari protezioni, per avere concesso allo stesso di utilizzarlo e per non avere tenuto comportamenti idonei ad impedire l’uso del mezzo al di fuori dell’azienda e dell’orario di lavoro, lo stesso è stato assolto dalla Corte di Appello la quale ha evidenziato che all’imputato non era stata contestata alcuna violazione delle norme di prevenzione degli infortuni e che era risultato che lo stesso non avesse autorizzato l’uso del mezzo in favore tra l’altro di una terza persona che gli aveva commesso uno specifico lavoro.

A seguito del ricorso alla Corte di Cassazione presentato dal Procuratore della Corte di Appello secondo il quale la posizione di garanzia del datore di lavoro prescinde dall’esistenza del rapporto di lavoro e determina l’insorgere dell’obbligo precauzionale anche allorquando l’utilizzo del mezzo avvenga al di fuori del rapporto di lavoro e in maniera autonoma da parte del dipendente, la suprema Corte, dichiarando inammissibile il ricorso stesso, ha fatto presente che era risultato che l’imputato non avesse autorizzato la vittima ad usare il trattore fuori dall’orario di lavoro e per ragioni estranee al rapporto di lavoro e che la Corte di Appello nella sua sentenza non aveva fatto alcun riferimento alla tolleranza, da parte del datore di lavoro, dell’uso del mezzo agricolo da parte del proprio dipendente per l’esecuzione di lavori in proprio e a favore di terzi.

Il fatto e le pronunce dei primi gradi di giudizio

Il ricorso per cassazione e le motivazioni

Le decisioni in legittimità della Corte di Cassazione

Il fatto e le pronunce dei primi gradi di giudizio

La Corte di Appello, in riforma della sentenza di condanna di primo grado alla pena sospesa di 8 mesi di reclusione, ha assolto perché il fatto non sussiste, il datore di lavoro di una azienda dal reato di cui all’art. 589 del codice penale. poiché, in qualità di proprietario di un trattore cingolato, per colpa consistita in negligenza, imprudenza, imperizia ed inosservanza dei doveri cautelari imposti dall’art. 2054 del codice civile, consentendo a un lavoratore dipendente di utilizzare tale mezzo, privo dei requisiti di sicurezza ed in particolare delle cinture di sicurezza, al di fuori dell’attività lavorativa da lui svolta come suo dipendente, ne aveva cagionata la morte per schiacciamento all’esito del ribaltamento del veicolo.

Il giudice dell’impugnazione era pervenuto a tale conclusione ritenendo inapplicabile la norma civilistica di cui all’art. 2054 del codice civile in assenza della contestazione della violazione delle disposizioni volte a prevenire gli infortuni sul lavoro sottolineando, altresì, che la vittima aveva utilizzato il veicolo “in favore di un terzo e all’insaputa del proprietario”. Più precisamente aveva osservato che, dall’esame del capo di imputazione, nessuna violazione specifica né di formazione o informazione né tanto meno di custodia, derivante dal D. Lgs. n. 81 del 2008, era risultata contestata al datore di lavoro per cui era solo la colpa ex art. 43 quella che poteva essere a lui addebitata. Di tale colpa, però, non si era rinvenuta alcuna motivazione atteso che il primo giudice l’aveva fatta discendere dall’ultimo comma dell’art. 2054 c.c.; la semplice presenza delle cinture di sicurezza, altresì, non avrebbe evitato la morte del lavoratore essendo all’uopo necessaria la presenza di un’adeguata cabina di contenimento.

Il giudice di primo grado aveva, invece, condannato l’imputato ritenendolo investito della posizione di garanzia, in quanto l’infortunio si era verificato, anche se al di fuori dall’esplicazione del rapporto lavorativo e dei luoghi di lavoro, mentre la vittima stava utilizzando un trattore di proprietà dell’imputato, privo dei dispositivi di sicurezza, a cui aveva avuto accesso grazie al rapporto di lavoro, con la tolleranza del datore di lavoro, che non aveva mai posto in essere comportamenti idonei ad impedirne l’uso fuori dall’azienda. Nella sentenza di primo grado era stato scritto, relativamente al profilo della colpa, che il dovere di diligenza dell’imputato, segnatamente sotto il profilo della cautela e della prudenza, gli imponeva di predisporre nel mezzo agricolo la cintura di sicurezza, quale titolare dell’azienda e proprietario del mezzo, e, dunque, di affidare al proprio dipendente un mezzo non pericoloso per la sua incolumità e, relativamente al nesso causale che la condotta del lavoratore, che manovrava, sebbene per finalità proprie, un trattore da lavoro, di cui aveva la disponibilità, non era stata né esorbitante né imprevedibile e che la disattivazione del dispositivo di sicurezza presente e cioè del rollbar, da parte della vittima, non aveva eliminata la rilevanza dell’assenza della cintura di sicurezza, in quanto l’operatore, se ci fosse stata la cintura, avrebbe potuto deliberare di attivare il rollbar nella consapevolezza, trattandosi di persona che peraltro risultava esperta del settore, che solo il doppio sistema di protezione avrebbe garantito la sua incolumità.

Il ricorso per cassazione e le motivazioni

Avverso la sentenza della Corte territoriale ha tempestivamente proposto ricorso per cassazione la Procura Generale della Repubblica presso la Corte di Appello rilevando che, come correttamente ritenuto dal giudice di primo grado, il trattore era suscettibile di ribaltamento, evento che si è verificato tragicamente, onde il titolare della azienda nonché proprietario della macchina operatrice aveva l’obbligo specifico di installare un sistema di ritenzione, essendo risultata dall’istruttoria la sua tolleranza dell’uso del mezzo, da parte del dipendente, per l’esecuzione di lavori in proprio ed essendo state dettate le norme per la tutela dei lavoratori anche per la tutela dei terzi. La Procura Generale ricorrente ha sostenuto, più precisamente, che la posizione di garanzia dell’imputato prescinde dall’esistenza del rapporto di lavoro e determina l’insorgere dell’obbligo precauzionale anche allorquando l’utilizzo del mezzo avvenga al di fuori del rapporto di lavoro e in maniera autonoma da parte del dipendente.

L’imputato, da parte sua, a mezzo del suo difensore, ha depositata una memoria difensiva nella quale ha sostenuto l’inapplicabilità degli artt.17 e 70 del D. Lgs. n. 81 del 2008, atteso che, all’esito dell’udienza preliminare, vi era stato il suo rinvio a giudizio non in qualità di datore di lavoro, ma di proprietario del mezzo, in quanto la vittima stava svolgendo, a sua insaputa, il lavoro di pulitura del fondo di un altro soggetto su incarico di quest’ultimo e ha messo in evidenza, altresì, che il lavoratore aveva disattivato il rollbar che costituiva l’apposita misura di sicurezza del mezzo. Ha sottolineata, inoltre, l’inesistenza del nesso causale tra il proprio comportamento e l’evento, visto che le cinture di sicurezza non avrebbero impedito l’evento in considerazione della disattivazione del rollbar e della condotta imprudente della vittima, che aveva condotto il mezzo a velocità inadeguata in terreno scosceso e in pendenza e evidenziata l’inapplicabilità dell’art. 2054 del codice civile in sede penale in quanto non si era trattato di un infortunio verificatosi nell’ambito della circolazione stradale ed il mezzo, inoltre, non doveva essere dotato di cinture di sicurezza poiché, cingolato, non poteva circolare su strada.

Le decisioni in legittimità della Corte di Cassazione

Il ricorso è stato considerato inammissibile da parte della Corte di Cassazione. La stessa ha sottolineato che all’imputato non era stata contestata una violazione delle disposizioni volte a prevenire gli infortuni sul lavoro e che non era risultato che lo stesso avesse autorizzato l’uso del trattore, da parte del lavoratore, in favore di una terza persona che gli aveva commissionato uno specifico lavoro. Il ricorso per cassazione della Procura generale presso la Corte di Appello, ha aggiunto la Sez. IV, non aveva tenuto conto della ricostruzione dei fatti effettuata dal giudice di secondo grado, richiamando integralmente quella del giudice di primo grado, il quale aveva ritenuto che la vittima avesse utilizzato il trattore, fuori dall’orario di lavoro e a favore di un terzo, con l’autorizzazione o comunque la tolleranza del datore di lavoro. Comunemente, infatti, il lavoratore essendo sprovvisto di attrezzature proprie, si serviva di quelle del suo datore di lavoro per eseguire dei lavoretti condotti in modo autonomo. La Corte di Appello inoltre, ha così concluso la suprema Corte, non aveva fatto alcun riferimento nella sua sentenza alla tolleranza, da parte del datore di lavoro, dell’uso del mezzo agricolo, da parte del proprio dipendente, per l’esecuzione di lavori in proprio. Quindi, in conclusione, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso alla stessa presentato.

Gerardo Porreca


Piano di emergenza obbligatorio per i depositi di rifiuti

 

Autore: Mario Abate
Categoria: Prevenzione incendi

24/05/2019: Un piano predisposto allo scopo di controllare e circoscrivere gli incidenti che potrebbero verificarsi mettendo in atto le misure necessarie per proteggere la salute umana e l’ambiente

In data 04.12.2018 è entrata in vigore la L. n. 132 del 01.12.2018(G.U. n. 281 del 03.12.2018) di conversione del decreto legge n. 113 del 04.10.2018. Tale disposto normativo, all’articolo 26-bis, introduce per gli impianti di stoccaggio e lavorazione dei rifiuti, sia esistenti che di nuova realizzazione, l’obbligo di redigere un piano di emergenza interno (PEI).  Il piano è predisposto allo scopo di controllare e circoscrivere gli incidenti che potrebbero verificarsi, mettendo in atto le misure necessarie per proteggere la salute umana e l’ambiente, informando i lavoratori, i servizi di emergenza e le autorità locali competenti, nonché per provvedere al ripristino e al disinquinamento successivo al verificarsi di un incidente.

Il piano di emergenza interno dovrà essere riesaminato e ove necessario aggiornato periodicamente, previa consultazione del personale che lavora nell’impianto, con intervalli non superiori a tre anni.

La L. 132/2018 demanda ad apposito decreto, predisposto d’intesa con il Ministero dell’Interno per gli aspetti di prevenzione incendi, la pubblicazione di linee guida per la redazione del piano di emergenza interno.

In base al co. 5 dell’art. 26-bis inoltre, sulla scorta di apposite informazioni ricevute dal titolare dell’impianto, la prefettura competente deve predisporre un piano di emergenza esterno (PEE) che tenga conto delle conseguenze di un incidente, eventualmente verificatosi nello stabilimento, sul territorio circostante.

In merito al disposto della L. 132 la Direzione Centrale Prevenzione del Dipartimento dei Vigili del Fuoco del Ministero dell’Interno, d’intesa con il Ministero dell’Ambiente, ha recentemente specificato con nota in data 13 febbraio u.s. che l’art. 26-bis della L. 132/2018 non si applica agli impianti ricadenti nel campo di applicazione del D. Lgs. n. 105/2015 inerente “Controllo del pericolo di incidenti rilevanti connessi con sostanze pericolose”. 

La suddetta nota specifica infatti opportunamente che “Le previsioni contenute nel citato art. 26-bis … sono volte a disciplinare ipotesi di rischio genericamente individuate, al fine di minimizzare il più possibile i pericoli per la salute umana e per l’ambiente che possono prodursi per effetto delle attività che si svolgono nei diversi impianti di gestione dei rifiuti. Le norme del D. Lgs. n. 105/2015 riguardano invece ipotesi di rischio specificamente individuate essenzialmente con riferimento a parametri quantitativi di sostanze pericolose, al fine di regolare con una disciplina specifica e di particolare rigore i casi in cui i potenziali incidenti sono in grado di arrecare i danni più intensi ed estesi. Da ciò deriva che, laddove gli impianti di stoccaggio e trattamento di rifiuti ricadano nell’ambito del D. Lgs. n. 105/2015, i relativi gestori dovranno attenersi alle disposizioni del medesimo decreto sia nel predisporre il PEI (per gli stabilimenti di soglia inferiore si richiama il comma 6 dell’art. 20 del medesimo decreto legislativo), sia nel fornire ai prefetti competenti le necessarie informazioni per la stesura del PEE, non dovendo viceversa dare seguito anche alle disposizioni di cui all’art. 26-bis in parola, trattandosi di adempimenti ridondanti rispetto a quanto già previsto dalle specifiche norme di settore, con riferimento al pericolo di incidenti rilevanti connessi con l’utilizzo di sostanze pericolose.” 

Pertanto viene confermato che in base al disposto dell’art. 26-bis della L. 132/2018 i gestori di impianti di stoccaggio e trattamento di rifiuti non ricompresi dal D. Lgs. n. 105/2015, esistenti o di nuova costruzione, dovranno predisporre il piano di emergenza interno entro 90 giorni, in conformità all’art. 26-bis e a quanto già previsto dal D. Lgs. 81 del 09.04.2008, fornendo al prefetto competente le necessarie informazioni per la predisposizione eventuale del piano di emergenza esterno.

I titolari degli impianti devono fornire ai prefetti, per la predisposizione del piano di emergenza esterno, la descrizione dell’attività svolta, il numero degli addetti, l’elenco delle autorizzazioni, idonee planimetrie dell’attività e dell’area circostante, nonché relazione contenente quantità e tipologia dei rifiuti gestiti, la descrizione degli impianti tecnici, delle misure di sicurezza e protezione adottate, degli eventuali effetti e conseguenze in caso di evento incidentale.

In particolare sarà necessario produrre le seguenti informazioni:

  • Ragione sociale e indirizzo dell’impianto;
  • Nominativo e recapiti del gestore dell’impianto e del responsabile per la sicurezza;
  • Descrizione dell’attività svolta e dei relativi processi con indicazione del numero degli addetti;
  • Elenco delle autorizzazioni/certificazioni nel campo ambientale e della sicurezza in possesso della società;
  • Planimetria generale dalla quale risultino l’ubicazione dell’attività, il contesto territoriale circostante, le condizioni di accessibilità all’area e di viabilità;
  • Piante in scala adeguata degli edifici e delle aree all’aperto utilizzate per le attività recanti l’indicazione di elementi caratteristici quali: layout dell’impianto, con identificazione delle aree di accettazione in ingresso, delle aree di stoccaggio e trattamento e degli impianti tecnici, degli uffici e delle misure di sicurezza e protezione riportate nella relazione tecnica;
  • Relazione tecnica contenente quantità e tipologia dei rifiuti gestiti e indicazione della massima capacità di stoccaggio istantanea consentita (nel caso l’impianto gestisca rifiuti pericolosi, occorrerà indicare le caratteristiche di pericolo e specificare le modalità di gestione adottate), descrizione degli impianti tecnici, descrizione delle misure di sicurezza e protezione adottate, anche in relazione alla gestione dell’impianto.
  • Descrizione dei possibili effetti sulla salute umana e sull’ambiente che possono essere causati da un eventuale incendio, esplosione o rilascio/spandimento di sostanze pericolose;
  • Descrizione delle misure adottate nel sito per prevenire gli incidenti e per limitarne le conseguenze per la salute umana, per l’ambiente e per i beni;
  • Descrizione delle misure previste per provvedere al ripristino e al disinquinamento dell’ambiente dopo un incidente;
  • Descrizione delle disposizioni utili ad avvisare tempestivamente le autorità competenti per gli interventi in caso di emergenza (Vigili del fuoco, Prefettura, ARPA, ecc.).

Le prefetture, ricevuta la suddetta documentazione, potranno comunque richiedere, caso per caso, ulteriori informazioni che dovessero rendersi necessarie ai fini della elaborazione del piano di emergenza esterno.

In base alle informazioni assunte dal gestore, il prefetto, effettuate le opportune valutazioni, può decidere di non predisporre il piano di emergenza esterno di cui all’art. 26-bis.

Diversamente, per gli impianti di stoccaggio e trattamento di rifiuti effettivamente ricompresi dal D. Lgs. n. 105/2015, i gestori dovranno attenersi, come già in precedenza previsto, alle disposizioni dello stesso decreto, fra cui la predisposizione del piano di emergenza interno ai sensi dell’art. 20 del D. Lgs. 105 e fornire ai prefetti competenti le necessarie informazioni per la stesura del piano di emergenza esterno previsto dall’art. 21; in tale circostanza non si applica il disposto di cui all’art. 26-bis della L. 132/2018, trattandosi di adempimenti già previsti dal citato D. Lgs. 105.

Mario Abate

Dirigente vicario – Comando VVF Milano


Impianti elettrici: dispersore di terra, prove di continuità e condutture

 

Autore: Redazione
Categoria: Linee guida e buone prassi

24/05/2019: Una linea guida fornisce indicazioni sulla definizione del piano di manutenzione per la sicurezza e funzionalità degli impianti elettrici. Focus sul controllo del dispersore di terra, sulle prove di continuità e sulle condutture elettriche.

Roma, 24 Mag – Per la sicurezza degli impianti elettrici è importante definire un piano di manutenzione che contenga la frequenza delle verifiche e degli interventi di manutenzione necessari a garantire le funzionalità e sicurezze iniziali e stabilite a progetto.

A sottolinearlo è una linea guida dal titolo “ Verifica e controllo impianti elettrici. Dlgs 81/08”, un documento che la Commissione Sicurezza del Consiglio Nazionale Periti Industriali e dei Periti Industriali Laureati ( CNPI) ha elaborato per fornire utili indicazioni per le attività di manutenzione, controllo e verifica degli impianti elettrici.

Gli argomenti affrontati nell’articolo:

Il personale e i livelli di manutenzione

Riguardo al piano di manutenzione la linea guida si sofferma su molti aspetti e su molte attività per definire il piano. E per ogni attività ricorda anche quali figure (personale addestrato, personale tecnico qualificato utilizzando procedure dettagliate, personale tecnico specializzato utilizzando procedure dettagliate, personale tecnico specializzato con attrezzatura) possono eseguire le attività presentate in funzione della complessità dell’impianto.

A questo proposito si indica che nella norma UNI EN 13306 sono definiti 5 diversi livelli di manutenzione in funzione della complessità dell’attività da svolgere:

  • Livello 1, “caratterizzato da azioni semplici eseguite con un minimo di addestramento;
  • Livello 2, caratterizzato da azioni di base che dovrebbero essere eseguite da personale qualificato utilizzando procedure dettagliate;
  • Livello 3, caratterizzato da azioni complesse eseguite da personale tecnico qualificato utilizzando procedure dettagliate;
  • Livello 4, caratterizzato da azioni che implicano competenza in una tecnica o in una tecnologia e che sono eseguite da personale tecnico specializzato;
  • Livello 5, caratterizzato da azioni che implicano il possesso di una conoscenza da parte di fabbricante o di una azienda specializzata con attrezzature di supporto logistico industriale”.

Dispersore di terra e prove di continuità

Ci soffermiamo su quanto indicato dal documento in merito al controllo del dispersore di terra e alle prove di continuità.

Il controllo del dispersore di terra serve “per verificare se il dispersore o sistema di dispersione a terra è ancora efficiente o inizia a degradarsi”. E in funzione delle risultanze di tale controllo è possibile definire nel piano di manutenzione – come indicato a inizio articolo – “la frequenza delle verifiche e degli interventi di manutenzionenecessari”.

Si ricorda che questo tipo di verifica nei luoghi di lavoro, dovrebbe essere eseguita indipendentemente dalle verifiche previste dal DPR 22 ottobre 2001, n. 462, e “se necessario eseguita con maggior frequenza rispetto a quanto stabilito dalle norme e leggi vigenti” (si indica che per le modalità di prova si può fare riferimento alle norme CEI specifiche).

L’attività può essere svolta, in funzione della complessità dell’impianto, da “una delle seguenti figure:

  • personale addestrato (livello 1);
  • personale tecnico qualificato utilizzando procedure dettagliate (livello 2/3);
  • personale tecnico specializzato utilizzando procedure dettagliate (livello 4);
  • personale tecnico specializzato con attrezzatura” (livello 5).

Riguardo alle prove di continuità, si segnala che questa prova “assume una importanza fondamentale per la sicurezza e la funzionalità degli impianti” e “le modalità di verifica e frequenza devono essere coerenti con quanto previsto dalle leggi e norme in vigore”.

Tuttavia – continua il documento – “se dalla valutazione dei rischi risulta necessario eseguire tali prove con maggior frequenza, una diversa pianificazione è auspicata a favore della sicurezza, come accade, per esempio per gli impianti dotati di generazione locale da fonti rinnovabili (utenti attivi con generatori statici)”.

Anche in questo caso le linee guida specificano quali figure possono occuparsi di questa attività:

  • “personale addestrato (livello 1);
  • personale tecnico qualificato utilizzando procedure dettagliate (livello 2/3);
  • personale tecnico specializzato utilizzando procedure dettagliate (livello 4);
  • personale tecnico specializzato con attrezzatura (livello 5)”.

Le condutture elettriche

Concludiamo questa presentazione di alcune attività importanti per il piano di manutenzione degli impianti elettrici soffermandoci sulle condutture elettriche.

Si indica che le condutture elettriche “sono soggette a un deterioramento che dipende da un insieme di fattori funzionali ed ambientali”.

E “le modalità di verifica e frequenza delle verifiche, caso per caso, devono tenere conto:

  • della vita utile presunta;
  • delle condizioni di utilizzo (percentuale di carico, esposizione dei materiali dielettrici ala distorsione armonica e alle sovratensioni, sovracorrenti transitorie, eventi con elevate correnti di guasto, riscaldamento indotto, ecc.);
  • delle condizioni ambientali (basse ed elevate temperature, umidità elevata e presenza di acqua o sostanze corrosive, grado di pulizia delle condutture, animali, ecc.)”.

La linea guida segnala poi che “se si dispone di un sistema di monitoraggio che ha registrato lo storico degli eventi, è possibile stimare il degrado subito dalle condutture conseguente al tipo di sollecitazione registrato e pianificare le eventuali misure di manutenzione preventiva necessarie”.

Riguardo alle condutture elettriche la linea guida indica, infine, che questa attività, “può essere eseguita, in funzione della complessità dell’impianto, da una delle seguenti figure:

  • personale tecnico qualificato utilizzando procedure dettagliate (livello 2/3);
  • personale tecnico specializzato utilizzando procedure dettagliate (livello 4);
  • personale tecnico specializzato con attrezzatura (livello 5)”.

Concludiamo rimandando alla lettura integrale della linea guida che si sofferma su molti altri aspetti relativi al piano di manutenzione:

  • Pos. 1 Esame a vista
  • Pos. 2 Prove di funzionamento
  • Pos. 3 Prove di funzionamento del dispositivo differenziale con tasto
  • Pos. 4 Prove di funzionamento del dispositivo differenziale con strumento
  • Pos. 8 Manutenzione quadri elettrici
  • Pos. 9 Serraggio dei morsetti
  • Pos. 10 Attività di pulizia
  • Pos. 11 Componenti.

RTM