Stress lavoro-correlato: strategie e strumenti concreti

 

Un intervento si sofferma sulla gestione dello stress lavoro correlato con riferimento a strategie e strumenti concreti per ben-lavorare, ben-essere e ben-vivere. Le definizioni di stress, i dati, gli strumenti operativi e l’importanza della resilienza.

Roma, 29 Ago – “Contrariamente a quanto si pensa di solito, non dobbiamo, e in realtà non possiamo, evitare lo stress, ma possiamo incontrarlo in modo efficace e trarne vantaggio imparando di più sui suoi meccanismi, e adattando la nostra filosofia dell’esistenza a esso”.

 

A citare questa frase di una delle persone che più si è occupata di stress, il medico di origine ungherese Hans Selye, è un documento correlato al seminario “ Rischio Stress Lavoro Correlato e Safety Climate. Valutazione, Gestione e Interventi” che si è tenuto a Roma il 16 febbraio 2016 e che è stato organizzato dall’ Ordine degli Ingegneri della Provincia di Roma.

Nel documento “Gestire lo stress lavoro correlato, strategie e strumenti concreti per ben-lavorare, ben-essere e ben-vivere” – a cura della Dott.ssa Enrica Brachi e pubblicato anche su medicalive.it – si ricorda che riguardo allo stress l’Agenzia Europea per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro ha adottato la seguente definizione: ‘lo stress lavoro correlato viene esperito nel momento in cui le richieste provenienti dall’ambiente lavorativo eccedono le capacità dell’individuo nel fronteggiare tali richieste’.

 

Nell’intervento vengono poi riportate alcuni dati e statistiche:

– “lo stress lavoro-correlato e il problema di salute più frequente legato all’attività lavorativa in

Europa dopo i disturbi muscoloscheletrici. Circa la metà dei lavoratori considera lo stress lavoro-correlato un fenomeno comune nel proprio luogo di lavoro;

– il 50- 60% di tutte le giornate lavorative perse è riconducibile allo stress lavoro-correlato;

– un recente sondaggio d’opinione europeo, condotto dall’EU-OSHA sulle cause più comuni dello stress lavoro-correlato, ha evidenziato tra queste la riorganizzazione del lavoro (per il 72% dei lavoratori), le ore lavorate o il carico di lavoro eccessivo (per il 66%) e il fatto di essere oggetto di comportamenti inaccettabili, come mobbing o molestie (per il 59%);

– lo stesso sondaggio ha evidenziato che all’incirca quattro lavoratori su dieci pensano che lo stress non venga gestito adeguatamente nel proprio luogo di lavoro;

– solitamente, le assenze causate dallo stress lavoro-correlato tendono a essere più lunghe di quelle derivanti da altre cause”.

 

In ogni caso l’autrice indica che i rischi psicosociali “si possono prevenire e gestire, indipendentemente dalle dimensioni e dalla tipologia di azienda, dato che esistono strumenti per gestire con efficacia lo stress, ampliando le capacità individuali per fronteggiare le richieste lavorative e sviluppando adeguate ‘strategie di coping’ (fronteggiamento realtà), funzionali e contestualizzate”.

 

In particolare alcuni studi recenti (“P.N.E.I.: PsicoNeuroImmunoEndocrinologia, Maslach e Leiter – Work Engagement/Impegno, Benson – Harvard Medical School, Mindfulness, Intelligenza Emotiva, Psicologia Positiva, etc.”) offrono “molteplici ed interessanti strumenti operativi da metabolizzare e personalizzare per evitare le conseguenze del distress”, dove con distress si rappresenta generalmente l’aspetto negativo dello stress, contrapposto invece all’eu-stress.

 

Ed esistono “principi e tecniche avanzate di gestione dello stress, problem solving, decision making, attitudini vincenti/mindset/formae mentis strategiche da incrementare/rafforzare (creatività, coraggio, focus), proattività e response-ability per individuare ogni volta la ‘giusta distanza relazionale’ nei problemi, con le persone, nei conflitti interiori e relazionali”. E acquisire una cultura in cui lo stress diviene eu-stress “amplia la sfera d’influenza individuale a tutti i livelli (fisico, mentale, emozionale e spirituale/valoriale) per non subire le inevitabili difficoltà. Eliminando le interferenze si sprigiona il proprio potenziale, nonostante e talvolta grazie alle criticità”.

 

L’intervento sottolinea che “per il professionista che si è preparato a 360° ed ha allenato le sue capacità ( Non Technical Skills), tutto questo diviene possibile e determina risultati concreti – alte performance – insieme ad uno stato di benessere individuale, gratificante e nutriente, che diviene contagioso”.

Il segreto per raggiungere questo stato di benessere è “ampliare la consapevolezza, riconoscere i comportamenti disfunzionali e agire con più ampie possibilità di scelta, per trasformare le criticità/i problemi in occasioni sfidanti di crescita individuale, relazionale, organizzativa”.

 

In questo senso la Resilienza, termine che indica anche la proprietà che alcuni materiali hanno di “conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione”, rappresenta l’importante “capacità di persistere nel perseguire obiettivi difficili, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà relative”. È la “capacità delle persone ‘di far fronte a eventi stressanti, traumatici, di forte cambiamento, riorganizzando in maniera positiva la propria vita dinanzi alle difficoltà’. È resiliente chi è disposto al cambiamento quando necessario”.

 

Dunque la resilienza non è solo ‘capacità di resistere’, ma “anche di ‘ricostruirsi per superare le avversità. Gli individui con un alto livello di resilienza riescono a fronteggiare efficacemente le contrarietà e l’esposizione alle avversità sembra rafforzarle piuttosto che indebolirle, in quanto agiscono con ottimismo, flessibilità e creatività, facendo facilmente tesoro delle proprie e delle altrui esperienze”. Inoltre l’individuo resiliente “manifesta alcune caratteristiche specifiche: è un ottimista e tende a ‘leggere’ gli eventi negativi come momentanei e circoscritti; ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda; è fortemente motivato a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato; tende a vedere i cambiamenti come una sfida/opportunità, piuttosto che come una minaccia; di fronte a sconfitte e frustrazioni tende a non perdere mai la speranza”.

 

Si indica che la resilienza è “una delle competenze dell’ Intelligenza Emotiva”. Può “essere appresa e potenziata in chiunque, migliorata sempre, sviluppando l’autostima, l’autoefficacia, l’abilità di tollerare le frustrazioni della vita senza lamentarsi, la gestione delle proprie emozioni, la capacità di risolvere problemi e produrre cambiamenti, per agire con coraggio, speranza, tenacia e senso dell’umorismo”. In questo senso la formazione “empowerment oriented” è una priorità “per essere efficaci, resilienti e capaci di fronteggiare adeguatamente le sfide.

 

L’intervento si conclude ricordando come la “capacità di comunicare con efficacia con noi stessi e con gli altri e quindi ampliare e consolidare le competenze di padronanza personale e influenza relazionale”, sia importante per “promuovere il benessere e la salute nei luoghi di lavoro”. E si indica che la gestione dello stress “è una Life Skills – una competenza per vivere – assolutamente indispensabile, con ricadute significative in ogni ambito e pertanto merita il giusto riconoscimento ed investimento in educazione per facilitare individui, gruppi, organizzazioni a trasformare il distress in eu-stress, il veleno in medicina”.


Linee guida per la sicurezza dei trasporti all’interno dell’azienda

 

Un contributo si sofferma sulle linee guida per la sicurezza dei trasporti all’interno dei luoghi di lavoro con riferimento ad un documento dell’HSE anglosassone. Informazioni sulla sicurezza del sito. A cura di Marco De Mitri.  

In tema di sicurezza sul lavoro, è ben noto agli addetti il fatto che la maggior parte degli infortuni gravi avviene su strada (sia in itinere che per attività lavorativa vera e propria). Si tratta di problemi legati alla gestione dei veicoli in ambito esterno all’azienda, per la cui gestione esistono metodologie e sistemi di gestione (gli “ ISO 39001”) riconosciuti a livello internazionale.

Non sono però da trascurare le problematiche relative al movimento ed all’interazione tra lavoratori e veicoli in ambito interno all’azienda. In tale contesto, totalmente inibito al traffico pubblico, possono manifestarsi seri rischi per l’incolumità delle persone a causa dell’uso dei mezzi di lavoro. Vengono dunque in aiuto le linee guida oggetto di questa scheda di approfondimento.

Le linee guida qui riportate, elaborate sulla base del documento “Workplace transport safety A brief guide”, prodotto dall’ente anglosassone Health and Safety Executive [1] (HSE), si rivolgono principalmente ai dirigenti, ma sono utili anche a preposti ed agli operatori. E ricordo, oltre agli obblighi dei datori di lavoro (che devono assicurare che salute e sicurezza dei propri dipendenti, dei fornitori e dei visitatori non siano messe a rischio dalle attività lavorative), che anche dipendenti e lavoratori autonomi hanno il dovere di tutelare la loro salute e la loro sicurezza e quelle di tutti coloro che potrebbero essere interessati dalle loro attività.

SICUREZZA DEL SITO – IL LAYOUT

 

Separazione tra pedoni e veicoli

 

Ogni sito è diverso da ogni altro, e può presentare diversi pericoli. Tuttavia, un sito ben progettato e gestito facendo attenzione alla segregazione tra veicoli e persone consente di ridurre il rischio di incidenti. Occorrerebbe dunque realizzare percorsi pedonali e percorsi veicolari separati. Inoltre si dovrebbe cercare di utilizzare il più possibile i sensi unici di circolazione per i veicoli e di eliminare la necessità di fare manovre di retromarcia.

 

Ove la segregazione non fosse possibile, occorre segnalare in modo adeguato i percorsi pedonali e veicolari, utilizzando adeguatamente la segnaletica e le barriere.

 

E’ opportuno predisporre entrate e uscite separate per veicoli e pedoni, e collocare segnaletica adeguata sulle porte che si aprono su aree interessate dalla circolazione dei veicoli.

 

Negli incroci tra percorsi pedonali e carrabili occorre predisporre adeguatamente segnaletica ed elementi fisici quali cordoli, barriere, pavimentazione specifica, ecc., indicando chiaramente quali sono i punti di attraversamento pedonale.

 

Percorsi veicolari

 

Le regole generali da seguire per realizzare percorsi sicuri sono le seguenti:

 

– assicurarsi che siano abbastanza larghi con riferimento alle manovre dei veicoli più grandi;

– assicurarsi che le superfici siano adatte per i veicoli ed i pedoni che li utilizzano (le strade interne dovrebbero avere requisiti simili a quelli delle strade pubbliche, per facilitare gli spostamenti di pedoni ed operatori a bordo dei mezzi;

– evitare forti pendenze;

– evitare spigoli e curve cieche;

– tenere i percorsi sgombri da ostacoli;

– assicurarsi che siano chiaramente identificati e segnalati;

– effettuare manutenzione regolare.

 

Gli elementi che potrebbero essere vulnerabili rispetto ad un impatto con un veicolo (es. cavi o scaffali in magazzino, o tubazioni all’esterno, ecc.) dovranno essere protetti con elementi di robustezza adeguata.

 

Percorsi veicolari temporanei

 

I luoghi di lavoro temporanei (cantieri, ecc.) hanno spesso percorsi pedonali e veicolari che cambiano mentre il lavoro procede. Ove possibile, questi percorsi dovrebbero seguire, in linea di principio, le stesse indicazioni sopra riportate per i percorsi permanenti.

 

Visibilità

 

La visibilità deve consentire agli operatori a bordo dei mezzi di riconoscere i pedoni e di intervenire in caso di pericolo, ed ai pedoni di vedere i veicoli. Per i conducenti, una buona visibilità è ottenibile riducendo la velocità del veicolo (e quindi lo spazio necessario per arrestarlo o per cambiare direzione di marcia in modo sicuro). E’ opportuno inoltre collocare degli specchi in corrispondenza di incroci e zone con scarsa visibilità.

 

Velocità

 

La riduzione della velocità veicolare è una misura importante della sicurezza dei trasporti sul lavoro. Attraverso misure di controllo del traffico, come dossi, chicane e bande sonore, è possibile indurre i veicoli a ridurre la velocità. È molto importante tuttavia selezionare le misure più appropriate in quanto interventi scorretti possono, al contrario, aumentare il rischio (ad esempio, riducendo la stabilità del veicolo).

 

Si possono anche utilizzare limiti di velocità, ma devono essere appropriati, coerenti in tutto il sito e, soprattutto, fatti rispettare.

 

Per definire un adeguato limite di velocità occorre considerare la conformazione dei percorsi ed il contesto. Ad esempio, è opportuno tenere velocità più basse in aree in cui sono presenti i pedoni o dove carrelli elevatori e veicoli stradali condividono parte del percorso.

 

Segnaletica

 

La segnaletica orizzontale e verticale per i conducenti e per pedoni nel posto di lavoro dovrebbe essere analoga a quella utilizzata sulla strada pubblica (come da Codice della strada), in tutte le situazioni per le quali esista un segnale adatto. I segnali dovrebbero essere collocati in modo corretto e tenuti puliti. In caso di guida in ore serali o notturne, occore utilizzare segnali con superficie riflettente.

 

Illuminazione

 

Ogni posto di lavoro dovrebbe avere un’illuminazione adeguata e sufficiente, in particolare nelle zone dove si verificano :

 

– manovra di veicoli;

– circolazione ed interferenza tra veicoli e pedoni;

– operazioni di carico e scarico.

 

Occorre inoltre verificare che non si verifichino variazioni improvvise nei livelli di illuminazione del sito, con il rischio di abbagliamento per i conducenti dei mezzi.

 

SICUREZZA DEL SITO – LE ATTIVITÀ

 

Manovre di inversione e retromarcia

 

Circa un quarto di tutti i decessi che coinvolgono i veicoli sul lavoro avvengono in occasione di manovre di inversione o retromarcia. Incidenti di questo tipo producono inoltre anche notevoli danni ai veicoli, agli impianti ed alle strutture.

 

Il modo più efficace per ridurre incidenti di questo tipo è eliminare la necessità di fare tali manovre, utilizzando ad esempio schemi di circolazione mono-direzionali. Ove ciò non fosse possibile, bisognerebbe fare in modo da ridurre il più possibile la necessità di manovre di inversione e retromarcia.

 

Laddove tali manovre fossero comunque necessarie, occorre adottare le misure seguenti:

 

– Installare barriere per impedire ai veicoli di entrare nelle zone pedonali;

– definire ed individuare chiaramente le zone per l’effettuazione delle manovre di inversione;

– tenere le persone lontano dalle zone dedicate alle manovre di inversione e retromarcia;

– utilizzare radio portatili o sistemi di comunicazione analoghi;

– fare in modo di aumentare la capacità dei conducenti di vedere i pedoni;

– installare attrezzature su veicoli per aiutare il conducente e pedoni, ad esempio con segnali acustici di retrimarcia, fari lampeggianti, sensori e dispositivi di prossimità per avvisare i conducenti della presenza di ostacoli o pedoni.

 

Segnalazione

 

Il compito dei segnalatori è quello di guidare i conducenti ed assicurarsi che le aree di inversione siano libere dai pedoni. Tuttavia, in alcuni siti lavorativi (come ad esempio le cave), i segnalatori sono poco usati a causa delle dimensioni dei veicoli coinvolti.

 

– In caso di utilizzo di segnalatori, occorre verificare che:

– siano impiegati solo segnalatori formati ed addestrati;

– i segnalatori siano chiaramente visibili ai conducenti in ogni momento;

– si utilizzi un codice di segnalamento chiaro e riconosciuto;

– i segnalatori possano operare in piedi ed in sicurezza durante l’intera manovra di inversione o retromarcia.

 

Parcheggio

 

Le aree di parcheggio devono essere chiaramente indicate. Occorrerebbe avere aree di parcheggio separate per i veicoli pesanti e per quelli leggeri. Le aree per il carico/scarico dei mezzi pesanti dovrebbero essere ben segnalate.

 

I conducenti non devono mai lasciare il veicolo incustodito senza prima assicurarsi che ogni elemento (es. motrice, rimorchio, ecc.) sia frenato in modo sicuro, che il motore sia spento e che la chiave di avviamento sia stata rimossa. Se del caso, le “zampe” del semirimorchio devono essere abbassate a terra.

 

Accoppiamento e disaccoppiamento

 

I conducenti dei mezzi e gli operatori del sito devono assicurarsi che le operazioni di accoppiamento e disaccoppiamento avvengano in aree ben illuminate, con superficie piana e sicura. I conducenti devono essere adeguatamente formati, e devono essere monitorati dagli operatori del sito per essere certi che seguano le corrette procedure di lavoro.

 

Carico e scarico

 

Per ridurre al minimo i rischi per chi si occupa di carico e scarico, occorre fornire le informazioni sulla natura del carico e sulle procedure corrette di carico, fissaggio e scarico. Queste informazioni dovrebbero accompagnare il carico ed essere a disposizione di tutti coloro che sono coinvolti nelle attività di carico, trasporto e scarico.

 

La zona di carico e scarico dovrebbe essere:

 

– sgombra da veicoli e persone non coinvolti nell’attività;

– su superficie piana;

– separata dalle altre aree di lavoro;

– sgombra da cavi aerei, tubi, o altri ostacoli;

– protetta dalle intemperie, ove possibile.

 

Prima di effettuare le operazioni di carico e ccarico occorre inoltre assicurarsi che i veicoli e rimorchi abbiano innestati i freni di stazionamento e tutti gli altri dispositivi di stabilizzazione.

 

Nel corso delle operazioni di carico e scarico i conducenti dovrebbero poter attendere il termine dell’operazione in un luogo sicuro.

 

I responsabili del sito devono assicurarsi di prendere misure per prevenire che i veicoli possano essere messi in movimento durante una operazione di carico o scarico nelle baie di carico. Queste misure possono includere:

 

– posizionamento dei semafori nelle baie di carico;

– sistemi di ritenuta di veicoli o rimorchi;

– custodia delle chiavi in un luogo sicuro.

 

Scarico per ribaltamento del cassone

 

Per ridurre il rischio di incidenti dovuti al rovesciamento dei veicoli durante le operazioni di ribaltamento del cassone, operatori e conducenti devono collaborare tra loro e assicurarsi che:

 

– il ribaltamento venga effettuato in piano;

– la motrice ed il rimorchio dei veicoli articolati siano allineati;

– i fermaruota siano utilizzati, ove possibile;

– il portellone venga rilasciato ed assicurato prima del ribaltamento;

– nessun pedone si trovi nella zona del ribaltamento;

– il veicolo non venga lasciato incustodito (e le porte della cabina siano chiuse);

– non vi siano ostacoli nelle vicinanze (es. linee elettriche).

 

Se durante il ribaltamento il carico non dovesse scorrere sul cassone:

 

– il veicolo non deve essere messo in moto per liberare il carico (si deve abbassare e risollevare il cassone);

– il conducente non deve salire sulla sezione ribaltabile sollevata per liberare il carico;

– se disponibilili, sarebbe opportuno adottare sistemi di scarico vibranti meccanici per liberare il carico bloccato.

 

Rovesciamento

 

Per ridurre al minimo i rischi di rovesciamento o cappottamento, gli operatori e gli autisti del sito dovrebbero prendere in considerazione:

 

– l’idoneità del veicolo;

– la condizione e la pendenza della superficie;

– la velocità operativa del veicolo;

– i percorsi (che dovrebbero essere privi di tornanti);

– la natura e il posizionamento del carico.

 

I conducenti devono inoltre essere monitorati per assicurarsi che seguano procedure di lavoro sicure, ad esempio indossando le cinture di sicurezza (che devono essere utilizzate, anche in caso di presenza di protezione anti-ribaltamento).

 

Copertura dei carichi

 

Per evitare le cadute dall’alto durante la copertura del carico, occorre seguire queste misure:

 

– evitare la necessità di lavorare in quota (cioè, se possibile, effettuare l’operazione di copertura restando sul suolo);

– se i lavori in quota non possono essere evitati, utilizzare dispositivi come piattaforme con barriere anticaduta;

– per ridurre il rischio residuo, utilizzare dispositivi di protezione individuale per minimizzare la distanza e le conseguenze in caso di caduta.

 

In ogni caso, sono sempre preferibili misure che proteggano tutte le persone (es. barriere) prima di adottare misure di protezione individuale (ad esempio sistemi anticaduta). Le passerelle di piattaforme di lavoro devono essere inoltre realizzati in materiale antiscivolo e secondo le specifiche del veicolo.

 

Manutenzione

 

I percorsi devono essere sgombri dagli ostacoli e tenuti puliti. La segnaletica dovrebbe essere periodicamente pulita e manutenuta in modo che rimanga visibile ed efficace.

 

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[1] Le informazioni sono tratte dal documento del settore pubblico “Workplace transport safety A brief guide”, pubblicato dalla Health and Safety Executive e rilasciato sotto licenza “Open Government Licence“.

 

 

Marco De Mitri

esperto in rischio stradale sul lavoro


I rischi da sovraccarico per carrozziere, elettrauto e gommista

 

Schede sui rischi da sovraccarico biomeccanico degli arti superiori per autocarrozzeria, elettrauto e gommista. Ribattitura lamiere, sostituzione batterie di autoveicoli e riparazione a freddo di pneumatici.

Roma, 29 Ago – PuntoSicuro si è già soffermato in passato sul  comparto delle automobili e dei veicoli a due ruote con riferimento, ad esempio, alla sicurezza degli operatori impegnati in autofficine e carrozzerie.

Tuttavia per queste attività è necessario tener conto anche di un rischio che risulta spesso sottovalutato nelle aziende: il rischio da sovraccarico biomeccanico degli arti superiori.

Per parlarne facciamo riferimento alle schede pubblicate nel secondo volume Inail della monografia dal titolo “ Schede di rischio da sovraccarico biomeccanico degli arti superiori nei comparti della piccola industria, dell’artigianato e dell’agricoltura”.

Ricordiamo che se le schede del documento Inail rappresentano uno strumento consultabile ai fini della redazione della valutazione dei rischi secondo le procedure standardizzate, di cui al Decreto Interministeriale del 30 novembre 2012, tuttavia i risultati valutativi stimati “sono riferibili alle specifiche caratteristiche (lay-out, macchinari/attrezzature utilizzate, organizzazione del lavoro, ciclo di lavoro, ecc.) descritte per ciascun compito; ne consegue che, per un corretto utilizzo dei dati illustrati nelle schede, sarà necessario tener conto delle specificità di ogni singola realtà lavorativa”.

 

Ci soffermiamo oggi in particolare sulle attività in tre diversi ambiti lavorativi: autocarrozzeriaelettrauto e gommista.

 

Scheda 49 – Riparazione di carrozzeria di autoveicoli – Ribattitura lamiere

La ribattitura manuale della lamiera viene in particolare eseguita “impugnando con la mano destra una superficie metallica curva che costituisce la base e serve da incudine, e con la sinistra un attrezzo che serva da martello; entrambi gli attrezzi sono costituiti in ferro pieno e pesano circa 2 kg ciascuno”. In questo caso l’operatore, pur destrimane, “per questa fase utilizza sia la mano destra che la sinistra per entrambe le azioni, a seconda della posizione

del pezzo da raddrizzare”.  Il compito analizzato è effettuato in una autocarrozzeria artigianale, “per cui alcune posture sono in qualche modo vincolate alle caratteristiche strutturali dei locali non particolarmente ampi”. E si ricorda che la ribattitura produce un “rumore di livello elevato, che comporta l’utilizzo di DPI per l’udito (cuffie)”.

Vediamo i fattori di rischio:

– frequenza: “i movimenti con la mano dx sono rapidi e sempre uguali (azioni tecniche dinamiche prevalenti), la mano sx non effettua movimenti ad elevata frequenza, ma impugna saldamente e per tutto il tempo lo strumento che serve da incudine (azione tecnica statica prevalente). Stereotipia elevata a carico dell’arto dx;

– forza: la mano dx nel battere la lamiera deve esercitare una forza giudicata moderata per circa metà del tempo di ciclo;

– posture: la spalla dx viene sollevata ripetutamente nel movimento, quella sx rimane in postura incongrua per mantenere ferma l’incudine; il gomito dx è il distretto più inficiato dal movimento di battitura;

– fattori complementari: sono insiti nel tipo di compito, colpi e contraccolpi ad entrambi gli arti”.

Con queste caratteristiche e fattori di rischio, nella realizzazione di questo compito si ha un rischio elevato per l’arto dx da 6h di lavoro in poi (e medio da 4h in poi). Rischio che rimane invece accettabile o molto lieve (da 6h di lavoro in poi) per l’arto sin.

 

A livello di prevenzione si indica che se il compito è effettuato per periodi brevi, inferiori all’ora, si “consente una corretta gestione del rischio; diversamente è necessario riprogettare la postazione di lavoro in maniera che l’operatore possa assumere posture più naturali, ad esempio sollevando il pezzo da ribattere o eventualmente tutta la vettura con idonea attrezzatura”.

 

Scheda 50 – Riparazione di impianti elettrici e di alimentazione per autoveicoli  – Sostituzione batterie di autoveicoli 

Il questo caso il compito consiste nello “svitare i bulloni mediante cacciaviti, chiavi a cricchetto, martello, pinze ecc., togliere la batteria, prelevare e montare la nuova batteria, avvitando i bulloni”. È stato analizzato presso un elettrauto dedito oltre che alla sostituzione delle batterie di automobili e piccoli veicoli commerciali, anche alla vendita di batterie ed accessori per auto.

Il cambio batterie viene effettuato in 5 minuti ed i movimenti ripetitivi occupano circa la metà del ciclo. Spesso il cambio delle batterie è alternato con la gestione della cassa o con altre attività che non comportano movimenti ripetitivi”.

Nella realizzazione di questo compito si ha solo un rischio lieve per l’arto dx da 6h di lavoro in poi e un rischio che rimane sempre accettabile per l’arto sin.

 

In ogni caso è opportuno garantire una idonea “progettazione della postazione di lavoro, con spazi sufficientemente ampi ed il corretto posizionamento delle attrezzature adoperate”.

 

Scheda 51 – Riparazione e sostituzione di pneumatici per autoveicoli – Riparazione a freddo di pneumatici   

Concludiamo questa carrellata di attività di riparazione e manutenzione veicoli con l’analisi di una delle principali attività del gommista: la riparazione a freddo di pneumatici.

Nel compito analizzato l’operatore “posiziona la gomma smontata dal cerchio sul banco di lavoro, ne pulisce l’interno prima con un aspirapolvere, poi con un panno e ne ispeziona sia l’esterno che l’interno. Successivamente, utilizzando una pinza rimuove l’oggetto penetrante che ha causato il foro; con un cacciavite allarga il foro e ne verifica l’inclinazione; applica uno strato di mastice ad asciugatura rapida e, dopo circa 3-4 minuti, applica sul punto del foro un manicotto telato di dimensioni adeguate. Infine passa con un rullino sulla pezza, in modo tale da farla incollare meglio”. Il ciclo di lavoro, l’insieme delle operazioni necessarie per la riparazione di un pneumatico, è di circa  6 minuti.

Vediamo, anche in questo caso, alcuni fattori di rischio:

– frequenza: “il compito in esame richiede movimenti abbastanza rapidi (azioni tecniche dinamiche) dell’arto dx. Presenza di stereotipia di grado moderato a carico dell’arto dx.

– forza: non è richiesto l’uso di forza;

– posture: il braccio dx è mantenuto quasi ad altezza spalle per circa il 10% del tempo di ciclo; il polso dx è mantenuto in postura incongrua per circa il 60% del ciclo, mentre la mano dx tiene in pinch attrezzi per tutto il ciclo. La mano sx è tenuta appoggiata sulla superficie esterna della gomma da riparare”.

 

Con queste caratteristiche e fattori di rischio si ha un rischio medioper l’arto dx da 6h di lavoro in poi (e lieve da 4h in poi). Rischio che rimane invece accettabile per l’arto sin.

 

Infine a livello di prevenzione si indica che un banco ed una sedia regolabili in altezza “consentirebbero di mantenere una migliore postura della spalla e del collo durante il lavoro, mentre un’adeguata distribuzione delle pause o comunque un’opportuna rotazione fra i compiti ripetitivi può consentire di rendere il lavoro meno sovraffaticante”.

 

 

RTM


Credibilità e probabilità del nesso fra condotta omissiva e evento lesivo

 

Può pervenirsi al giudizio di responsabilità solo quando risulti certo che la condotta omissiva dell’imputato è stata condizione dell’evento lesivo con ‘alto grado di credibilità razionale’ o ‘probabilità logica’. A cura di Gerardo Porreca.

In occasione di questa sentenza la Corte di Cassazione si è occupata di una malattia professionale riguardante in particolare una patologia da strumenti vibranti ed ha annullata senza rinvio una sentenza di condanna emessa dalla Corte di Appello nei confronti di un datore di lavoro, ritenuto responsabile della patologia accusata dal lavoratore, evidenziando che la stessa Corte di merito era pervenuta alle sue conclusioni sulla base di una mera probabilità di un nesso causale fra la condotta omissiva del datore di lavoro e la patologia stessa a fronte di un rischio giudicato invece basso e della possibilità che la patologia stessa potesse essere collegata ad una pluralità di cause diverse.

Il fatto, l’iter giudiziario e il ricorso in Cassazione

La Corte di Appello, su ricorso proposto dalla sola parte civile, ha riformata la sentenza con la quale il Tribunale aveva assolto il legale rappresentante di una ditta dal reato a lui ascritto ex art. 590, commi 1, 2 e 3, cod. pen. commesso in danno di un lavoratore dipendente e lo ha dichiarato responsabile ai soli effetti civili del reato suddetto limitatamente alla malattia epicondilite destra, condannandolo al risarcimento dei danni da liquidarsi in separata sede a favore del lavoratore stesso.

 

Oggetto del processo era stata una malattia professionale insorta a carico del lavoratore e nello stesso era stato imputato il legale rappresentante per avere consentito la effettuazione di lavorazioni che comportavano l’uso di uno strumento vibrante, nonché l’utilizzo di un martello per la rimozione delle bave dei getti, senza l’adozione delle necessarie misure di prevenzione, ossia guanti anti vibrazione e martelli con impugnatura di gomma, nonché elettroutensili. Questa, secondo l’imputazione, sarebbe stata la causa sia dell’epicondilite destra che della sindrome di Dupuytren, riscontrate al lavoratore.

 

La sentenza di assoluzione da parte del Tribunale era stata fondata sul mancato riconoscimento di un sicuro nesso causale fra il comportamento colposo oggetto di addebito e l’evento lesivo, avuto riguardo al breve periodo di impiego del lavoratore nelle suddette mansioni e la possibile interferenza di decorsi causali alternativi. La Corte di merito, viceversa, ritenuta l’irrilevanza di questi ultimi ed escluso altresì il rilievo della brevità dell’arco temporale nel quale il lavoratore sarebbe stato impiegato nelle mansioni suddette, ha sostenuto che l’adozione delle misure di prevenzione dovute avrebbe ragionevolmente impedito l’insorgere dell’epicondilite destra, giudicata come concretizzazione del rischio introdotto dall’imputato con la sua condotta omissiva facendo notare, per quanto riguarda la Sindrome di Dupuytren, che la stessa, già in sede peritale, era stata considerata come solo possibile, e non probabile conseguenza della condotta censurata per cui non ha riconosciuta la prova del nesso causale fra la suddetta condotta e la patologia medesima.

 

Avverso la sentenza d’appello l’imputato ha ricorso in Cassazione per il tramite del suo difensore di fiducia. Il ricorrente, come prima motivazione, ha richiamato i contributi peritali, in base ai quali l’esposizione del lavoratore al rischio di malattie professionali in dipendenza della predetta condotta omissiva era incerta o molto lieve ed ha contestato inoltre che l’art. 35 del D. Lgs. n. 626/1994 fosse stato univocamente violato, avendo lo stesso valutato correttamente il rischio, per ridurre il quale non erano necessari particolari interventi tecnici. Come altra motivazione il ricorrente ha lamentato che la Corte territoriale era pervenuta a sovvertire il giudizio del Tribunale operando in modo scorretto la valutazione di probabilità logica indicata dalla ben nota sentenza Franzese delle Sezioni Unite nonché omettendo di valutare adeguatamente la ricerca del nesso causale in relazione a una patologia “multifattoriale” come quella riscontrata al lavoratore, alla brevità del periodo di esposizione di quest’ultimo al rischio, al basso rischio professionale cui il lavoratore era esposto ed alla scarsa rilevanza di patologie simili tra i lavoratori esposti a rischi analoghi.

 

Le decisioni della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione ha ritenuto il ricorso presentato dall’imputato fondato e meritevole di accoglimento. La stessa ha sostenuto che la Corte territoriale, pur muovendo correttamente dalle premesse metodologiche indicate dalla sentenza Franzese, ha fatto solo in parte buon governo dei principi in essa recepiti, rivelandosi affatto carente nell’individuare e qualificare gli elementi posti a base delle sue conclusioni. E’ risultata sicuramente comprovata la condotta omissiva dell’imputato ma quanto invece alla rilevanza causale della condotta stessa era emerso che l’arco temporale della sua esposizione al rischio era stato limitato a meno di un anno: circostanza, questa, evidenziata anche dal perito il quale, pur ritenendo ugualmente che tale condizione fosse compatibile con l’insorgenza della malattia, valutandone come “probabile” la rilevanza causale, aveva tuttavia riconosciuto la presenza di potenziali interferenze eziologiche soggettive, come il distiroidismo, interferenze eziologiche che peraltro, come si evince dalla sentenza impugnata e come evidenziato nel ricorso, erano state illustrate anche dai consulenti di parte, in rapporto non solo a patologie tiroidee da cui il lavoratore era affetto, ma anche da abitudini (il passato di fumatore, il praticare il ciclismo) ritenute a loro volta potenzialmente incidenti.

 

“In tema di causalità”, ha così proseguito la Sez. IV, “può pervenirsi al giudizio di responsabilità solo quando, all’esito del ragionamento probatorio, che abbia altresì escluso l’interferenza di fattori alternativi, risulti giustificata e ‘processualmente certa’ la conclusione che la condotta omissiva dell’imputato é stata condizione necessaria dell’evento lesivo con “alto o elevato grado di credibilità razionale” o ‘probabilità logica’”. Sarebbe stato necessario, secondo la Corte di Cassazione, procedere nel caso in esame a una puntuale verifica, da effettuarsi in concreto ed in relazione alle peculiarità della vicenda, in ordine all’efficienza determinante dell’esposizione del lavoratore a specifici fattori di rischio nel contesto lavorativo nella produzione dell’evento e sarebbe stato altresì in particolare necessario aver riguardo al carattere multifattoriale della patologia e, pertanto, alla sua riconducibilità ad una pluralità di possibili fattori causali; in tal caso il giudice non può ricercare il legame eziologico, necessario per la tipicità del fatto, sulla base di una nozione di concausalità meramente medica, dovendo le conoscenze scientifiche essere ricondotte nell’alveo di una causa condizionalistica necessaria.

 

Non può non rilevarsi, ha così proseguito la suprema Corte, che nel caso in esame la Corte di merito ha fondato la propria valutazione e le proprie conclusioni su elementi probatori sostanzialmente cristallizzati e «anelastici», tali cioè da non poter consentire alla Corte territoriale di pervenire alle stesse conclusioni, in quanto geneticamente inidonei a determinare elementi di certezza in ordine all’attribuzione di responsabilità al ricorrente sulla base di una nuova e diversa disamina ispirata ai principi dianzi enunciati. Si intende con ciò affermare, ha così concluso la suprema Corte, che, in base alle prove disponibili (a cominciare dai contributi peritali), un corretto percorso argomentativo fondato sul così detto giudizio controfattuale, siccome necessariamente basato su una mera probabilità del rilievo causale delle condotte ascritte all’imputato in presenza di fattori causali alternativi, la cui rilevanza é stata liquidata dalla Corte di merito in modo apodittico a fronte dei contributi conoscitivi pervenuti al sapere processuale, non consentirebbe in ogni caso un diverso apprezzamento di dette prove, né di pervenire comunque ad affermare con univoca certezza la dipendenza eziologica della patologia riscontrata a carico della persona offesa dalle condotte omissive attribuite all’imputato.

 

Per quanto sopra detto in definitiva la Corte suprema ha annullata la sentenza impugnata senza rinvio perché il fatto non sussiste.

 

Gerardo Porreca


Sul criterio di individuazione dei rischi specifici dell’appaltatore

 

Il rischio negli appalti interni non è specifico dell’appaltatore se per la sua eliminazione basta ricorrere a precauzioni generiche ma quando richiede una specifica competenza tecnica. A cura di Gerardo Porreca.

Ha trovato l’occasione la Corte di Cassazione in questa sentenza per analizzare le disposizioni di cui all’articolo 26 del D. Lgs. 9/4/2008 n. 81 ed in particolare per fornire delle indicazioni sull’esclusione della loro applicazione prevista nell’ultimo periodo del comma 3 dello stesso articolo nel caso della presenza di rischi specifici delle imprese appaltatrici e dei lavoratori autonomi. Negli appalti interni, ha infatti sostenuto la suprema Corte, i rischi non sono da considerarsi specifici dell’appaltatore o dei lavoratori autonomi se per la loro eliminazione basta ricorrere a precauzioni generiche ma quando l’eliminazione stessa richiede una specifica competenza tecnica settoriale, normalmente assente in chi opera in settori diversi, nella conoscenza delle procedure da adottare nelle singole lavorazioni o nell’utilizzazione di speciali tecniche o nell’uso di determinate macchine.

Il fatto, l’iter giudiziario e il ricorso in Cassazione

La Corte d’Appello ha confermata la sentenza con la quale il Tribunale aveva condannato il legale rappresentante di una azienda agricola, il datore di lavoro di una ditta appaltatrice e il responsabile del servizio di prevenzione e protezione dell’impresa appaltatrice stessa  per il reato di cui agli arti. 40 comma 2, 41, 589 commi 1 e 2 cod. pen. in danno di un lavoratore dipendente. Il lavoratore si era infortunato mortalmente nel corso dei lavori di sostituzione di un telo nella serra installata presso l’azienda agricola in quanto, avendo raggiunto la parte superiore della impalcatura metallica, senza ausilio di scale o ponteggi omologati e senza l’utilizzo di idonei dispositivi di protezione e non potendo per tale motivo operare frontalmente al tubo avvolgitelo, come espressamente prescritto dalle istruzioni di montaggio e smontaggio della serra, è stato costretto a sporgersi in avanti per l’utilizzo di una chiave avvolgitelo che, a causa di un improvviso cedimento, effettuava uno scatto rotativo in senso antiorario attingendolo al capo e provocandogli gravi lesioni che ne causavano la morte.

 

Al legale rappresentante dell’azienda agricola nonché committente dei lavori di sostituzione dei teli della serra dell’azienda era stato contestato di avere omesso di controllare e verificare la corretta e puntuale esecuzione dei lavori appaltati con particolare riferimento al dovere di ottemperare agli obblighi specificamente previsti dalla vigente normativa in materia di salute e sicurezza. Al titolare della ditta appaltatrice dei lavori di sostituzione dei teli della serra era stato contestato di avere quale datore di lavoro dell’infortunato posto in essere una serie di omissioni, in violazione degli artt. 3, 21, 22 35, 37 e 38 D. Lgs. 626/1994 mentre al responsabile del servizio di prevenzione e protezione era stato contestato di avere omesso di segnalare a tutti i preposti i pericoli connessi alla effettuazione dei lavori di sostituzione dei teli senza l’utilizzo di idonei dispositivi di protezione e senza il rispetto delle procedure indicate nel libro di istruzioni per il montaggio e lo smontaggio dei teli medesimi

 

Avverso la decisione della Corte di Appello gli imputati hanno fatto ricorso in Cassazione con atti distinti. Il legale rappresentante dell’azienda ha sostenuto l’illogicità della motivazione con riferimento all’affermazione della sua penale responsabilità ed in particolare al ritenuto nesso causale ed alla sua posizione di garanzia sostenendo che l’evento infortunistico non si sarebbe verificato se la persona offesa avesse osservato puntualmente la procedura di sostituzione dei teli. Il titolare dell’impresa appaltatrice, fra le altre motivazioni, si è lamentato che non fosse stata esclusa la sua responsabilità attesa l’esistenza nel caso specifico del preposto e del responsabile della sicurezza mentre il RSPP ha lamentato che nel caso in esame erano state travisate le funzioni che il D. Lgs. n. 626/1994 ha attribuito alla sua figura.

 

Le decisioni della Corte di Cassazione

I ricorsi sono stati ritenuti infondati dalla Corte di Cassazione che li ha pertanto rigettati. Con riferimento al ricorso del legale rappresentante la Corte suprema ha messo in evidenza che anche e qualora fossero state eseguite le procedure corrette, restava il fatto che è stata acclarata nel caso in esame l’assoluta mancanza di qualsivoglia dispositivo di protezione individuale (quali quelli suggeriti dalle stesse istruzioni di montaggio quali caschi, cinture di sicurezza, ecc.) il cui utilizzo avrebbe sicuramente consentito, se non di azzerare qualsiasi conseguenza pregiudizievole, quanto meno di attenuarla. Né può ritenersi, ha precisato la Sez. IV, che il lavoratore con il suo comportamento abbia dato luogo ad una causa sopravvenuta idonea ad escludere il rapporto di causalità. Perché ciò avvenga, infatti, ha precisato la Corte di Cassazione, si deve trattare di un percorso causale ricollegato ad un comportamento completamente atipico, di carattere assolutamente anomalo ed eccezionale; di un evento che non si verifica se non in casi del tutto imprevedibili. Assolutamente corrette quindi sono state le decisioni dei giudici di merito i quali hanno escluso l’abnormità della condotta del lavoratore infortunato.

 

Quanto alla posizione di garanzia del rappresentante legale dell’azienda agricola quale committente dei lavori la Corte suprema ha fatto osservare che in materia di infortuni sul lavoro in un cantiere il committente rimane il soggetto obbligato in via principale all’osservanza degli obblighi imposti dal D. Lgs. n. 494/1996 e che peraltro l’art. 7 comma 3 del D. Lgs. n. 626/1994 prevede che incombe sul datore di lavoro committente promuovere la cooperazione e il coordinamento e che tale obbligo debba ritenersi escluso soltanto nel caso di “rischi specifici delle attività delle imprese appaltatrici o dei singoli lavoratori autonomi”. “L’esclusione, dunque”, così prosegue la Sez. IV, “è prevista non per le generiche precauzioni, da adottarsi negli ambienti di lavoro per evitare il verificarsi di incidenti, ma per quelle regole che richiedono una specifica competenza tecnica settoriale, normalmente assente in chi opera in settori diversi nella conoscenza delle procedure da adottare nelle singole lavorazioni o nell’utilizzazione di speciali tecniche o nell’uso di determinate macchine”. “In tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro”, ha ribadito ancora la Sez. IV, “qualora il lavoratore presti la propria attività in esecuzione di un contratto d’appalto, il committente è esonerato dagli obblighi in materia antinfortunistica, con esclusivo riguardo alle precauzioni che richiedono una specifica competenza tecnica nelle procedure da adottare in determinate lavorazioni, nell’utilizzazione di speciali tecniche o nell’uso di determinate macchine”.

 

In merito alle lamentele avanzate dal datore di lavoro del lavoratore infortunato riferite  all’accertata esistenza nel caso in esame della figura del preposto e di quella del RSPP, la Corte di Cassazione ha osservato che costituisce principio del tutto consolidato che, in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, il datore di lavoro, quale primo responsabile della sicurezza, ha l’obbligo sia di predisporre le misure antinfortunistiche che quello di sorvegliare continuamente sulla loro adozione da parte degli eventuali preposti e dei lavoratori, in quanto, in virtù della generale disposizione di cui all’ art. 2087 c.c., egli è costituito garante dell’incolumità fisica dei prestatori di lavoro.

 

Venendo infine al ricorso del responsabile dei servizi di prevenzione e protezione la Sez. IV ha esaminata la questione concernente il ruolo da questi rivestito di RSPP. Tale figura, ha sostenuto la stessa, non è destinataria in prima persona di obblighi sanzionati penalmente e svolge un ruolo non operativo, ma di mera consulenza; l’argomento non è tuttavia di per sé decisivo ai fini dell’esonero dalla responsabilità penale. In realtà, l’assenza di obblighi penalmente sanzionati si spiega agevolmente proprio per il fatto che il servizio è privo di un ruolo gestionale e decisionale. Tuttavia quel che importa è che il RSPP sia destinatario di obblighi giuridici  e non vi è dubbio che, con l’assunzione dell’incarico, egli assuma l’obbligo giuridico di svolgere diligentemente le funzioni di competenza.

 

D’altra parte, il ruolo svolto dal RSPP è parte inscindibile di una procedura complessa che sfocia nelle scelte operative sulla sicurezza compiute dal datore di lavoro e la sua attività può ben rilevare ai fini della spiegazione causale dell’evento illecito. L’imputato, nel caso in esame, aveva l’obbligo giuridico nella veste di RSPP di fornire attenta collaborazione al datore di lavoro individuando i rischi lavorativi e fornendo le opportune indicazioni tecniche per risolverli. La sentenza della Corte di Appello ha chiarito come lo stesso abbia violato gli obblighi imposti dalla legge, omettendo la necessaria, doverosa attività di segnalazione e stimolo ai fini della rimozione dei rischi.

 

 

Gerardo Porreca


Un disegno di legge per ridisegnare la normativa sulla sicurezza

 

Depositato nella Commissione Lavoro del Senato un disegno di legge che ridurrebbe il Testo Unico sulla sicurezza da 306 a 22 articoli. Le proposte, i principi generali, le modifiche in materia di responsabilità e le prime reazioni delle parti sociali.

Roma, 4 Ago – Ormai da alcuni anni la filosofia che guida il legislatore in materia di tutela della salute e sicurezza sul lavoro è quella della razionalizzazione e semplificazione delle norme e degli adempimenti. Molti provvedimenti, ad esempio il cosiddetto “Decreto del fare” o il “ Jobs Act”, hanno previsto infatti semplificazioni e modifiche che hanno cambiato “qui e là” qualche articolo del D.Lgs. 81/2008, ad esempio allargando qualche esonero, introducendo qualche deroga, standardizzando e agevolando l’elaborazione di qualche documento.

Tuttavia c’è chi ritiene che la terapia che necessita alla nostra normativa sulla sicurezza vada ben al di là di qualche taglio o qualche modifica.

 

Infatti nello scorso mese di luglio è stato depositato dai senatori Maurizio Sacconi e Serenella Fucksia, in Commissione Lavoro del Senato, un nuovo disegno di legge (DDL) tendente al riordino e alla semplificazione del Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro.

 

Un disegno di legge che, sollevando, come vedremo, alcune perplessità e critiche, propone per il futuro una semplificazione drastica: se il DDL fosse approvato la normativa in materia di salute e sicurezza del Testo Unico passerebbe dagli attuali 306 articoli e 51 allegati a 22 articoli e 5 allegati.

Una proposta che prevede anche la possibilità per “medici del lavoro o altri professionisti esperti in materia di sicurezza sul lavoro”, di verificare l’avvenuto adempimento in azienda degli obblighi in materia di salute e sicurezza e certificare, sotto la propria responsabilità, la correttezza delle misure di prevenzione e protezione adottate dalla singola azienda.

E cambiamenti non mancherebbero poi anche nelle responsabilità del datore di lavoro. Secondo i due proponenti la colpa in materia di salute e sicurezza è “colpa di organizzazione” con la conseguenza che ‘essa viene meno ove l’imprenditore dimostri di aver provveduto ad organizzare la sua azienda in modo corretto e attento rispetto alle esigenze di tutela dei propri lavoratori’.

 

Per illustrare più nel dettaglio il disegno di legge “Disposizioni per il miglioramento sostanziale della salute e sicurezza dei lavoratori” riportiamo alcune parti significative presenti nella presentazione del DDL.

 

Si indica che la disciplina sulla salute e sicurezza durante il lavoro è stata “prodotta nel presupposto della produzione industriale seriale fortemente meccanizzata e di mansioni lavorative standardizzate, venendo applicata in modo tendenzialmente omologo a tutti i luoghi produttivi di beni come di servizi”.

 

E si sottolinea che la normativa di salute e sicurezza vigente in Italia “si caratterizza per la sua eccessiva complessità, legislativa e di attuazione”, già bene esemplificata dal numero degli articoli del d.lgs. n. 81/2008, “a sua volta neppure esaustivo rispetto alle disposizioni vigenti”. Complessità ancora più preoccupante – continuano i due senatori – “ove si consideri che il ‘testo unico’ (come già il d.lgs. n. 626/1994) non prevede alcuna ‘modularità’ delle disposizioni applicabili alle aziende rispetto alle peculiarità dei settori e delle attività di riferimento imponendo in modo indistinto a tutti i datori di lavoro l’adozione – tendenzialmente assistita da sanzione penale – delle stesse misure di tutela, progettate avuto riguardo al modello di una impresa manifatturiera, strutturata e organizzata in modo tradizionalmente gerarchico”.

Secondo i proponenti è evidente ed improcrastinabile “indirizzare la normativa vigente in materia di salute e sicurezza verso una maggiore pertinenza rispetto alle dinamiche e ai rischi infortunistici di settore e tenendo conto delle diversità delle organizzazioni di lavoro”.

Insomma appare necessario “abbandonare definitivamente l’approccio formalistico” a favore di uno “pratico e sostanziale, che concepisca le regole di prevenzione in modo coerente con la gravità dei rischi propri delle imprese dei diversi settori di riferimento e che favorisca un approccio normativo fondato sulla sostenibilità degli obblighi di legge da parte degli studi professionali, degli uffici in generale e delle Piccole e Medie Imprese, cui non è logico né corretto chiedere gli stessi adempimenti imposti ad aziende con processi complessi e con numero elevato di lavoratori, senza alcuna considerazione dei dati infortunistici di riferimento”.

 

Prima di entrare nel dettaglio di qualche articolo riprendiamo i principi generali presentati nel DDL:

  1. “introduzione del principio del rispetto dei livelli di regolazione minimi previsti dalla legislazione comunitaria di riferimento, eliminando quelle parti delle normative italiane (leggi, decreti, altre fonti) che rispetto ai livelli di regolazione delle direttive comunitarie siano ulteriori e non giustificati da esigenze di tutela dei lavoratori;
  2. riconoscimento del principio per il quale ildatore di lavoroè tenuto ad adottare le misure di prevenzione e protezione che rappresentano lo ‘stato dell’arte’ in materia di prevenzione di infortuni e malattie, in quanto elaborate da soggetti competenti e, se necessario, ‘validate’ da soggetti pubblici;
  3. identificazione di principi essenziali di sicurezza, tratti dalle direttive europee e contenuti nelle ‘norme tecniche’, nelle ‘buone prassi’ e nelle ‘linee guida’, che costituiscano i livelli inderogabili – applicati unitariamente a livello nazionale – della tutela dei lavoratori rispetto agli infortuni e alle malattie professionali e il parametro di valutazione dell’adempimento degli obblighi delle aziende, con conseguente abrogazione delle disposizioni ‘di dettaglio’ (tuttora vigenti, spesso risalenti agli anni ’50) di cui ai Titoli II e seguenti del d.lgs. n. 81/2008;
  4. possibilità per i soggetti obbligati di rivolgersi a soggetti ‘esperti’ in materia di salute e sicurezza sul lavoro i quali, sotto la loro responsabilità professionale, possano ‘certificare’ la correttezza della progettazione e realizzazione delle misure di prevenzione e protezione in azienda, anche previo accesso al patrimonio informativo di cui alSistema Informativo Nazionale per la Prevenzione(SINP);
  5. incentivazione, con un meccanismo di ‘bonus-malus’ a valere sui premi INAIL, della adozione ed efficace attuazione in azienda delle misure di prevenzione di infortuni e malattie professionali;
  6. complessiva rivisitazione della normativa vigente, eliminando ripetizioni e sovrapposizioni, anche con riferimento all’apparato sanzionatorio, garantendo la semplificazione della normativa nonché l’effettiva e corretta modulazione dei precetti, anche sanzionatori”.

 

Prima di raccogliere qualche breve commento sul disegno di legge entriamo nel dettaglio di qualche articolo.

 

Ad esempio riguardo alle responsabilità il comma 4 dell’articolo 6 evidenzia come la responsabilità penale e civile del datore di lavoro è esclusa ‘nel caso in cui siano intervenuti fatti dovuti a circostanze a lui estranee, eccezionali e imprevedibili, o a eventi eccezionali, le cui conseguenze sarebbero state comunque inevitabili, nonostante il datore di lavoro si sia comportato in modo diligente’.

 

Certo resta ferma la necessità che il datore di lavoro vigili sulle condotte altrui (comma 5), adempimento che egli può però ottemperare anche attraverso una corretta organizzazione aziendale, ‘per mezzo dei dirigenti e dei preposti e attraverso idonee procedure, anche disciplinari’”. E la responsabilità penale del datore di lavoro è esclusa (comma 6) in caso di infortunio occorso a seguito di grave negligenza del dirigente, del preposto o del lavoratore, ‘ove sia dimostrato il diligente comportamento del datore di lavoro, consistente nella adozione ed efficace attuazione delle disposizioni di cui alla presente legge e di cui alla normativa vigente in materia di salute e sicurezza sul lavoro’.

 

L’articolo 7, “centrale nella logica e nella filosofia” della proposta, impone al datore di lavoro di perseguire l’adozione ed efficace attuazione delle “ migliori soluzioni tecniche e organizzative disponibili” e presenta l’attività di supporto e sostegno garantita dai medici del lavoro o da altri professionisti esperti in materia di salute e sicurezza sul lavoro, chiamati a verificare l’avvenuto adempimento in azienda degli obblighi in materia di salute e sicurezza rilasciando una apposita “certificazione” avente valore legale di presunzione rispetto agli obblighi di legge (comma 3, articolo 7). E al fine di consentire la necessaria selezione dei certificatori, la legge prevede la necessità di iscrizione ad un elenco presso il Ministero del lavoro, previa verifica del possesso di determinati requisiti professionali e di esperienza. Secondo i proponenti tale meccanismo di affidamento a soggetto terzo della certificazione “permetterà una notevolissima riduzione della documentazione di riferimento per la dimostrazione dell’avvenuto adempimento degli obblighi da parte del datore di lavoro favorendo una visione sostanziale e non burocratica della materia e riducendo sensibilmente i costi di gestione degli adempimenti meramente documentali”.

 

In definitiva quella del nuovo disegno di legge è sicuramente una visione in materia di sicurezza e salute sicuramente molto diversa da quella sottesa non solo dal Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, ma più in generale da tutta l’attuale normativa in materia di SSL.

 

È evidente che stiamo parlando di una proposta. Una proposta che attende l’esame da parte della Commissione e che potrebbe o non potrebbe mai giungere al voto, almeno in questa forma e senza modifiche.

 

Rimandando a futuri approfondimenti sul tema, riprendiamo brevemente una breve nota che esprime l’opinione sul DDL da parte di Sebastiano Calleri, Responsabile nazionale salute e sicurezza nei luoghi di lavoro Cgil.

 

Secondo Calleri quella del disegno di legge è una “riproposizione di posizioni già note e diffuse in passato, molte di stampo ideologico ed alcune di segno contrario perfino a riforme già in atto, come quelle dell’articolo 117 della Costituzione”.

Secondo il dirigente Cgil tale proposta “dispone innanzitutto l’abrogazione del TU 81, per sostituirlo con testo che propone modifiche pericolosissime non solo in merito alle responsabilità oggettive dei Datori di Lavoro (introducendo anche la ‘responsabilità’ in qualche modo esimente di lavoratori e preposti), ma attraverso un sistema del tutto diverso basato sul principio della certificazione della corretta applicazione delle norme da parte di professionisti presunti ‘terzi’ ma retribuiti dai datori di lavoro stessi”.

 

Inoltre resta non conosciuto, all’interno dell’articolato del DDL – continua Calleri – “il ruolo assegnato ad esempio all’Inail e al nuovo ispettorato unico all’interno del sistema prevenzionistico”.

 

È probabile che questa proposta sarà seguita nei prossimi mesi da vari commenti di tecnici, politici e parti sociali, commenti che speriamo di poter pubblicare per offrire un ventaglio il più possibile allargato delle opinioni e delle soluzioni proponibili in materia di sicurezza.

 

Speriamo che il DDL e il dibattito che potrebbe sollevare saranno comunque una buona occasione per riflettere seriamente su come migliorare la sicurezza in Italia, su come adattarla al complesso e variegato mondo lavorativo e su come realizzare norme che siano prima di tutto efficaci nel tutelare la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

 

Tiziano Menduto


Sicurezza per lo svolgimento di lavori su alberi con funi

 

Pubblicata la circolare n. 23 del 22 luglio 2016 con le linee guida di INAIL per l’esecuzione in sicurezza di lavori su alberi con funi.

Il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali ha emanato la circolare n. 23 del 22 luglio 2016 allo scopo di divulgare le “Istruzioni per l’esecuzione in sicurezza di lavori su alberi con funi”.

Fornire un utile strumento operativo per tutti gli operatori del settore. E’ questo lo scopo delle nuove Istruzioni per l’esecuzione in sicurezza di lavori su alberi con funi, che illustrano e chiariscono le disposizioni contenute nel decreto legislativo 81 del 2008 e sue modifiche.

I lavori su alberi possono esporre gli operatori addetti a rischi particolarmente gravi per la loro salute e sicurezza. In particolare, ci si riferisce al rischio di caduta dall’alto che purtroppo determina ogni anno un significativo numero di infortuni con conseguenze spesso mortali. Il fenomeno in tutta la sua gravità è emerso dallo studio svolto dall’Osservatorio sugli infortuni mortali e gravi nel settore agricolo e forestale, curato dal settore ricerca dell’Inail, che nello svolgimento delle relative attività utili a rilevare ed elaborare le informazioni riguardanti gli infortuni occorsi a tutti i lavoratori del settore d’interesse – ivi compresi quelli per i quali non ricorre la tutela assicurativa dell’Inail – si avvale delle segnalazioni degli Organi di sorveglianza territoriale (Ausl), nonché della consultazione dei principali mezzi di informazione (quotidiani ed agenzie di stampa).

 

I dati dell’Osservatorio, pur non essendo esaustivi del fenomeno infortunistico in agricoltura possono fornire una panoramica generale degli infortuni occorsi anche fuori dall’attività lavorativa principale. In particolare, i dati estratti relativi ai lavori su alberi, hanno mostrato come nel corso del 2015 sono stati registrati 38 eventi infortunistici determinati da cadute da alberi, dei quali 11 hanno avuto conseguenze letali. È evidente che molti di questi infortuni, hanno coinvolto soggetti non esperti, mentre svolgevano operazioni di raccolta di frutti o potatura di alberi, in palese non ottemperanza alle disposizioni previste nel decreto legislativo 81 del 2008.

 

Per questo, il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali ha emanato la circolare n. 23 del 22 luglio 2016 allo scopo di divulgare le Istruzioni, con l’intento di illustrare adeguate misure di sicurezza per lo svolgimento di lavori su alberi, di accesso e posizionamento mediante funi e di fornire informazioni per la corretta scelta e uso dei dispositivi di protezione individuale e delle attrezzature di lavoro.

 

Istruzioni per l’esecuzione in sicurezza di lavori su alberi con funi

Un gruppo di lavoro ad hoc istituito presso l’Inail ha elaborato specifiche istruzioni con l’intento di illustrare le misure di sicurezza per lo svolgimento di lavori su alberi nel caso di accesso e posizionamento mediante funi, e di fornire informazioni per la scelta orientata dei dispositivi di protezione individuale e delle attrezzature di lavoro.

 

I lavori su alberi possono esporre gli operatori addetti a rischi particolarmente gravi per la loro salute e sicurezza. In particolare, ci si riferisce al rischio di caduta dall’alto che purtroppo determina ogni anno un significativo numero di infortuni con conseguenze spesso mortali.

 

Il fenomeno in tutta la sua gravità è emerso dallo studio svolto dall’Osservatorio sugli infortuni mortali e gravi nel settore agricolo e forestale, curato dal settore ricerca dell’Inail che, nello svolgimento delle relative attività utili a rilevare ed elaborare le informazioni riguardanti gli infortuni occorsi a tutti i lavoratori del settore d’interesse – ivi compresi quelli per i quali non ricorre la tutela assicurativa dell’Inail – si avvale delle segnalazioni degli Organi di sorveglianza territoriale (Ausl), nonché della consultazione dei principali mezzi di informazione (quotidiani ed agenzie di stampa).

 

Pertanto, i dati dell’Osservatorio, pur non essendo esaustivi del fenomeno infortunistico in agricoltura – in quanto la modalità di rilevazione dei dati non discende da denunce a carattere obbligatorio – possono fornire una panoramica generale degli infortuni occorsi anche fuori dall’attività lavorativa principale.

 

In particolare, i dati estratti relativi ai lavori su alberi, hanno mostrato come nel corso del 2015 sono stati registrati 38 eventi infortunistici determinati da cadute da alberi, dei quali 11 hanno avuto conseguenze letali. È evidente che molti di questi infortuni hanno coinvolto soggetti non esperti e mentre svolgevano operazioni di raccolta di frutti o potatura di alberi in palese non ottemperanza alle disposizioni previste nel Capo II del Titolo del d.lgs. 81/2008.

 

Nasce pertanto l’esigenza di condurre approfondite analisi del fenomeno per definire compiutamente il complesso degli elementi che concorrono ad una corretta gestione dei rischi, tenendo evidentemente ben presente la netta distinzione fra quello che è l’uso scorretto ragionevolmente prevedibile e le vere situazioni di rischio che si generano nelle lavorazioni in quota su alberi. Esistono infatti alcune problematiche che risultano difficilmente risolvibili se la gestione del rischio prescinde dalle condizioni operative di svolgimento del lavoro. È necessario considerare attentamente i vincoli tipici delle lavorazioni sugli alberi che intervengono alterando in maniera determinante le condizioni di lavoro e generando situazioni di rischio per la sicurezza e la salute degli operatori non sempre uniformabili e riconducibili a quelle, ad esempio, dei lavori in quota nel settore delle costruzioni. L’analisi dettagliata delle variabili operative tipiche dei lavori su alberi è un elemento imprescindibile ai fini della corretta gestione del rischio, dell’identificazione e dell’uso dei dispositivi di sicurezza e di protezione necessari, nonché della messa a punto di procedure comportamentali.

 

Data la problematica, un gruppo di lavoro ad hoc istituito presso l’Inail ha elaborato le specifiche istruzioni con l’intento di illustrare le misure di sicurezza per lo svolgimento di lavori su alberi nel caso di accesso e posizionamento mediante funi, e di fornire informazioni per la scelta orientata dei dispositivi di protezione individuale e delle attrezzature di lavoro.

 

Al gruppo di lavoro hanno partecipato il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, il coordinamento tecnico delle Regioni, i rappresentanti delle principali associazioni datoriali e sindacali di settore, esperti del mondo accademico e degli enti formatori.

 

Dette istruzioni, la cui applicazione assume carattere volontario, non si sostituiscono a quanto disposto nel già richiamato Capo II del Titolo del d.lgs. 81/2008, rappresentando un utile atto di indirizzo per i soggetti obbligati.

 

Fonte: INAIL


Cosa dovete sapere sul braccialetto elettronico

 

Aggiornare le proprie conoscenze e la propria professionalità in merito ai braccialetti elettronici, che vengono applicati a soggetti criminosi, che devono essere tenuti sotto stretto controllo, senza però essere rinchiusi in una galera. Di A. Biasiotti.

Un professionista della security ha il dovere di essere aggiornato su un gran numero di temi, per vari motivi: ad esempio, egli può essere soggetto cui terze persone ricorrono per avere chiarimenti ed informazioni aggiornate corrette su determinati temi, afferenti ad attività criminose o più in generale a problemi di sicurezza anticrimine. Ecco perché ritengo che sia opportuno offrire un aggiornamento sul tema, di cui ogni tanto le cronache danno notizia: il braccialetto elettronico.

Tanto per cominciare, non siamo affatto davanti ad un braccialetto, ma siamo davanti ad una cavigliera. Non ho mai capito il motivo per cui i giornalisti parlino sempre di braccialetti, inducendo in errore i lettori. Il motivo per cui, invece di un braccialetto, si usa una cavigliera è evidente: una cavigliera è normalmente coperta dalla gamba di un calzone e quindi è molto meno visibile. Siccome l’obiettivo della cavigliera elettroniche quella di consentire un certo grado di movimento al soggetto sotto controllo, il fatto di venire a contatto con terze persone mettendo in bella mostra un braccialetto certamente può essere molto più imbarazzante, rispetto all’uso di una ben più discreta cavigliera.

Un’altra notizia che frequentemente si legge sui giornali, in merito a questi apparati, riguarda il costo straordinariamente elevato di questi apparati, che sembrano essere forniti da un unico fornitore, che forse approfitta di questa posizione di rilievo.

In altri paesi, e soprattutto nel paese che per primo ha adottato questo mezzo di controllo, vale a dire gli Stati Uniti, vi sono parecchi fornitori concorrenza fra di loro, che ha portato alla messa sul mercato di apparecchiature di ottimo livello e di costo contenuto.

Infine, un elemento che ha qualificato il mercato è legato al fatto che negli Stati Uniti è stata pubblicata una normativa, che offrono ai lettori in allegato, che specifica in maniera oggettiva ed accurata tutte le caratteristiche tecniche di questo apparato.

Purtroppo in Italia il processo che ha portato all’acquisizione di questo apparato è stato completamente diverso da quello adottato negli Stati Uniti e la qualità e l’affidabilità del prodotto oggi utilizzato in Italia, per non parlare del prezzo, non sembrano essere sottoposte a oggettivi ed accurate verifiche in contraddittorio tra il fornitore e l’acquirente, vale a dire lo Stato.

 

Se lo Stato italiano deciderà mai di acquistare questi prodotti, facendo riferimento ad un capitolato di gara, tecnicamente valido e oggettivamente verificabile, mi mettono gratuitamente a disposizione per la traduzione della norma americana!

 

Conoscendo bene la passione per gli acronimi degli americani, e degli anglosassoni in genere, la cavigliera elettronica viene correntemente chiamata OTS-offender tracking system.

Di questi apparati vene sono decine di migliaia in funzione in tutti gli Stati Uniti e la loro efficienza ed efficacia è oggi confermata dal fatto che essi sono tutti corrispondenti ad una normativa federale, emessa dal National Institute of Justice (NIJ). Alla stesura della normativa hanno dato il loro contributo tutti gli esperti di polizia, di telecomunicazioni, di security, di telefonia cellulare, di GPS e via dicendo e posso assicurarvi che la norma scaturita è decisamente ben fatta.

Particolare attenzione è stata posta ad una area, che richiama subito l’attenzione di tutti gli specialisti di sicurezza: bello l’apparato, ma sarà possibile neutralizzarlo? A questo tema sono dedicate numerose pagine di questa norma.

Cominciamo con una definizione:

    • un Offender Tracking System (OTS) non è tanto un apparato, quanto una tecnologia, composta di hardware e software, progettata per individuare la posizione geografica di un soggetto, e trasferirla ad intervalli programmati ad un ente  incaricato della supervisione del funzionamento di questo apparato e del monitoraggio dei movimenti del soggetto sotto controllo.

 

Questo apparato è disponibile in due diverse versioni.

Nella versione monoblocco, alla gamba del soggetto sotto controllo viene applicato un apparato, che incorpora il dispositivo di localizzazione, l’apparato di comunicazione, la batteria, nonché strumenti meccanici che permettono di fissare in modo sicuro la cavigliera al soggetto, dando un allarme in caso di tentativo di violazione.

Nella versione a due blocchi, l’apparato è composto di due diverse unità. Un’unità è attaccata al corpo del soggetto e l’altra è invece da esso separata. I componenti della cavigliera attaccata alla gamba includono il trasmettitore e ricevitore, una batteria e gli strumenti di fissaggio debitamente protetti.

La seconda unità contiene invece il dispositivo GPS, gli apparati di comunicazione, una batteria ed altri segnalatori di funzionamento.

 

Il dispositivo viene progettato per lanciare un allarme quando si verificano alcune circostanze. Come regola generale, si considera allarme una segnalazione all’ente di controllo che il soggetto in questione sta sviluppando un’attività di diretto interesse per il controllore, come ad esempio una violazione della zona nella quale egli si poteva spostare oppure un tentativo di sabotaggio. Un’altra segnalazione di allarme potrebbe far riferimento, ad esempio, ad un segnale di batteria in esaurimento.

La ricezione di queste segnalazioni deve attivare delle procedure, che l’ente controllore ha stabilito in precedenza e che devono essere note al soggetto controllato.

 

Come accennato in precedenza, ampio spazio è dedicato, nella norma, alla individuazione e alla messa sotto controllo di tecniche che possono neutralizzare l’efficienza ed efficacia della cavigliera elettronica.

Una delle tecniche di attacco più diffuse evidentemente è quella di cercare di tagliare la cavigliera.

Un’altra tecnica di attacco  più subdola è quella di stressare il tessuto, di cui la cavigliera è fatta, in modo da consentire di sfilare la cavigliera dalla gamba del soggetto. La norma prende in considerazione entrambe queste eventualità e impone che tentativi di attacco con queste due procedure vengano immediatamente segnalati all’ente di controllo.

La norma prende anche in considerazione numerose altre possibilità di attacco, come ad esempio il tentativo di disturbare la ricezione del segnale GPS o del segnale GSM, con tecniche di jamming.

La lettura della norma è oltremodo interessante, perché è facile evidenziare come essa sia frutto delle esperienze negative accumulate negli anni da chi ha utilizzato apparati, prodotti in precedenza, che non erano sufficientemente evoluti per tenere sotto controllo questi fenomeni.

Per illustrare in dettaglio quanto sia accurata rielaborazione della norma, faccio presente che un tentativo di rimozione della cavigliera, mediante taglio della stessa, deve generare un allarme, con annesse coordinate GPS, dopo non più di cinque secondi dalla registrazione del taglio. Se invece il tentativo di attacco è perpetrato mediante tentativo di allungamento artificiale della cavigliera, un allarme deve essere generato quando la cavigliera si allunga di più del 10 percento della sua lunghezza standard.

 

 

Adalberto Biasiotti


Rischio scavi: i sistemi provvisionali di sostegno e protezione

 

Un documento presenta le attività di movimento terra correlate alle opere di fondazione. La realizzazione di sistemi provvisionali di sostegno e protezione: sistemi metallici di puntellamento e armature per terreni coerenti e granulari.

Napoli, 3 Ago – Nelle scorse settimane abbiamo affrontato il tema degli  scavi per le opere di fondazione con riferimento ai rischi per gli operatori e alla possibilità di ridurre i rischi. E abbiamo sottolineato che “importanza prioritaria va attribuita ai provvedimenti d’ordine tecnico-organizzativo diretti ad eliminare o ridurre sufficientemente i pericoli alla fonte ed a proteggere i lavoratori mediante mezzi di protezione collettivi”.

 

A ricordarcelo è il contenuto di alcuni materiali didattici, in materia di “Organizzazione del cantiere”, pubblicati sul sito web del Dipartimento Ingegneria Civile Edile Ambientale dell’ Università degli Studi di Napoli Federico II e a cura del Prof. Fabrizio Leccisi.

In “Il tracciamento delle fondazioni. Le operazioni di scavo. Trasporto a rifiuto di terre e rocce di scavo. Esecuzione delle fondazioni” si sottolinea che nelle operazioni di scavo per la tutela della sicurezza delle persone (e degli “eventuali manufatti adiacenti” agli scavi) vanno realizzate “opere di sostegno delle pareti dello scavo, provvisorie o permanenti”.

 

Ci soffermiamo oggi proprio sullarealizzazione di sistemi provvisionali di sostegno e protezione.

 

I lavoratori che operano all’interno dello scavo devono essere, dunque, “sempre protetti dalla possibile caduta di terreno, detriti o frammenti di roccia che si possono staccare dalle pareti dello scavo stesso”.

E i vari sistemi provvisionali di sostegno e di protezione “devono garantire la resistenza alla sollecitazioni provocate da:

– pressione del terreno;

– strutture adiacenti lo scavo;

– carichi addizionali e vibrazioni (materiale in deposito, traffico di automezzi, ecc.).

La scelta del tipo di armatura e del materiale da utilizzare dipende principalmente:

– dalla natura del terreno;

– dal contesto ambientale;

– dal tipologia di scavo da eseguire”.

 

Il documento riporta indicazioni per l’armatura per scavi in terreni coerenti.

 

Infatti nell’esecuzione di scavi in terreni coerenti si possono presentare due casi:

terreni con sufficiente coesione: in questo caso, “quando lo scavo non è realizzabile in sicurezza fino alla profondità voluta, si procede parzialmente con lo scavo fino a 80-120 cm, si dispone l’armatura e si continua successivamente in maniera analoga fino alla profondità richiesta”;

terreni con buona coesione: in questo caso è “sufficiente installare dei pannelli di legno, contro le pareti dello scavo, di altezza tale da sbordare il ciglio, da fissare poi a puntoni di legno provvisori: successivamente è consentito agli addetti la discesa in trincea ed il posizionamento degli elementi di contrasto definitivi”.

Si ricorda poi che l’installazione dell’armatura di protezione “deve essere effettuata dall’alto verso il basso, i puntoni posti in basso vanno collocati ad una distanza massima di 20 cm dal fondo dello scavo ed i successivi secondo quanto previsto dal progetto. In caso di utilizzo di un pannello di legno o di acciaio tra armatura e parete, il puntone deve essere collocato sull’elemento verticale che lo sostiene e non direttamente sul pannello. Con questa tipologia di armatura è necessario installare almeno 2 puntoni per ogni coppia i montanti verticali. Dopo aver installato il primo puntone in alto, si può procedere alla sistemazione del secondo puntone posto in basso”.

 

Veniamo al caso dell’armatura per scavi in terreni granulari.

 

Il documento indica che “quando sono presenti terreni in cui non è possibile scavare senza possibili cedimenti o scavi in zone urbane ove si deve evitare qualsiasi depressione nel terreno,  si deve utilizzare una procedura specifica armatura a marciavanti che prevede:

– lo scavo per circa 80 cm con le pareti verticali aventi una leggera inclinazione verso l’esterno dello scavo;

– l’infissione nel terreno delle armature;

– l’installazione di puntoni di contrasto;

– il proseguimento dello scavo secondo le modalità precedenti realizzando un secondo modulo di armatura con la stessa inclinazione di quella precedente fino alla profondità richiesta”.

Si segnala che con tale metodologia “si possono effettuare scavi relativamente profondi e la realizzazione deve essere eseguita a regola d’arte con attrezzature dedicate e personale specializzato”.

 

Riguardo poi alla rimozione dell’armatura di sostegno delle pareti dello scavo si “deve tenere conto di quanto segue:

– il disarmo deve procedere dal basso verso l’alto;

– la procedura di rimozione deve indicare sequenze ed accorgimenti tali da proteggere sempre il lavoratore che si trova dentro lo scavo;

– quando viene rilevata una pressione del terreno sul sistema di protezione dello scavo, prima si deve procedere al riempimento dello scavo e successivamente alla rimozione dei puntoni e dei montanti;

– il disarmo deve essere effettuato possibilmente con le stesse maestranze che hanno installato l’armatura, per poter verificare, rispetto alla fase di installazione, se sono sopraggiunte nuove condizioni di rischio”.

 

Concludiamo ricordando la tipologia di sistemi metallici di puntellamento per scavi.

 

Si segnala che è la norma UNI EN 13331-1 a specificare i requisiti per sistemi metallici di puntellazione per scavi, norma che riporta materiali, requisiti costruttivi e strutturali.

Queste le quattro tipologie di sistemi metallici di puntellamento:

– “Sistema di puntellamento per scavi supportato al centro (tipo CS);

– Sistema di puntellamento per scavi supportato ai bordi (tipo ES);

– Sistema di puntellamento per scavi su rotaia di scorrimento (tipo R), singola (RS), doppia (RD) o tripla (RT);

– Sistema di puntellamento per scavi supportato ai bordi da trascinare orizzontalmente: cassa a trascinamento (tipo DB)”.

 

Ricordiamo, infine, che il materiale didattico dell’ Università degli Studi di Napoli Federico II – che vi invitiamo a visionare – riporta ulteriori dettagli sui vari sistemi di puntellamento, sulle tipologie di puntelli, sui sistemi di sostegno e contrasto, sui metodi di posa. E ricorda che “le pareti di scavo, per profondità superiori a 1,50 m, devono essere sempre protette con idonee puntellature. Gli scavi in trincea vanno poi attrezzati con scale a pioli, ancorate stabilmente per consentire agli operatori di lavorare in sicurezza e di risalire agevolmente in caso di pericolo. I bordi dello scavo devono essere protetti da bordi rialzati di almeno 30 cm sul piano di campagna”.

 

RTM