Macchine agricole: revisione, formazione e parco macchine

 

Un intervento si sofferma sul tema delle macchine agricole. Le scadenze della revisione, le novità sull’atteso decreto attuativo, l’abilitazione alla conduzione e le criticità relative al mercato delle macchine nuove e usate.

Lodi, 1 Ago – Nei comparti dell’agricoltura e selvicoltura c’è un’alta incidenza di infortuni professionali correlati in particolare all’utilizzo delle attrezzature di lavoro. Specialmente trattori, ma anche attrezzature come motocoltivatori e motozappatrici, alberi cardanici, piattaforme elevabili, rotoimballatrici, …

Per affrontare il tema del fenomeno infortunistico legato alle macchine agricole in relazione al parco macchine e alla loro revisione, ci soffermiamo su un intervento al convegno “ Salute e sicurezza in agricoltura e selvicoltura. Le prospettive. Il piano 2014-2018” che si è tenuto l’8 settembre 2015 a Lodi. Un convegno organizzato dall’ ASL di Lodi, con la collaborazione degli enti locali e del Coordinamento Tecnico Interregionale della prevenzione nei luoghi di lavoro.

In “Le priorità delle macchine agricole nella programmazione di comparto 2014 – 2018”, intervento a cura di V. Laurendi (Dipartimento Innovazione Tecnologica INAIL), T. Ficcadenti (AUSL Marche, Gruppo di Lavoro Interregionale Agricoltura) e M. Spezia (ASL Mantova, Gruppo di Lavoro Interregionale Agricoltura), sono riportate innanzitutto alcune tabelle relative ai dati sul fenomeno infortunistico legato alle macchine agricole, con particolare riferimento ai dati dell’Osservatorio INAIL sul settore agricolo e forestale. Dati che mostrano che gli infortuni mortali rilevati dall’osservatorio “sono più del doppio di quelli indennizzati”. E che il fenomeno è dunque “molto più ampio di quello mostrato dai dati ufficiali”.

 

Non sono riportati solo i dati generali relativi agli infortuni, ma anche informazioni relative all’agente materiale degli infortuni, alle fasce di età, alla distribuzione geografica degli infortuni con i trattori, …

Rimandando alla lettura integrale dell’intervento e delle varie tabelle contenute, riprendiamo brevemente il contenuto della tabella relativa agli infortuni rilevati dall’Osservatori nel 2014 per agente materiale:

 

L’intervento si sofferma poi sul parco macchine esistente.

 

Secondo i dati assunti dalla Commissione Agricoltura del Senato nella Risoluzione n. 449 del 13 maggio 2015 in Italia “si è stimata la presenza di 1.600.000 trattrici con età media di 20 anni:

– di questi circa 668.000 sprovvisti di strutture di protezione in caso di ribaltamento;

– di questi circa 1.240.000 sprovvisti di sistemi di ritenzione (cintura di sicurezza)”.

Inoltre si ritiene che a partire dal 2009 “di queste macchine circa 80.000 siano state oggetto di adeguamento per quanto riguarda l’installazione dei telai di protezione del posto di guida ed un numero maggiore sia stato oggetto di installazione della cintura di sicurezza”.

 

Veniamo al tema della revisione delle macchine agricole.

L’intervento segnala che la revisione delle macchine agricole immatricolate, con riferimento al “Decreto Legge 179 del 18.10.2012 convertito nella Legge 221 del 17.12.2012” e successivamente alD.M. 20 maggio 2015, è stata poi oggetto di varie proroghe. Il termine ultimo per l’entrata in vigore della revisione era fissato al 30 giugno 2016.

E poi atteso un decreto attuativo sulle “modalità di esecuzione” della revisione delle macchine agricole ed operatrici, un decreto che dovrebbe uscire nelle prossime settimane, probabilmente insieme ad un bando INAIL che prevederà dei contributi per l’acquisto di trattori e macchine agricole.  

 

L’intervento riporta alcuni temi di interesse riguardo alla revisione delle macchine agricole in relazione al decreto attuativo:

– è di fondamentale importanza che il decreto stabilisca che la revisione “debba verificare non soltanto i requisiti previsti dal codice della strada per la circolazione, ma anche i requisiti di salute e sicurezza sul lavoro;

– i controlli non dovranno essere solo visivi ma ‘adeguati’, dovranno verificare l’usura dei componenti della macchina e tenere conto dell’evoluzione tecnologica;

– è necessario prevedere fin d’ora un rapido processo di formazione del personale che dovrà eseguire i controlli di sicurezza sulle macchine; tenuto conto che su questo piano la conoscenza delle norme di riferimento è ancora molto limitata;

– disponiamo di una serie di documenti tecnici (Linee guida e Buone prassi) mediante i quali poter intervenire sulla gran parte del parco macchine esistente”.

 

Nell’intervento si ricordano anche alcuni dei documenti Inail sul tema elaborati in questi anni da appositi gruppi di lavoro e condivisi con le parti sociali:

Controllo periodico dello stato di manutenzione ed efficienza dei trattori agricoli o forestali ex art. 71 comma 4 lettera a) punto 2 e lettera b) del D. Lgs. 81/08 – Buona Prassi 2011;

– Adeguamento dei trattori agricoli o forestali ai requisiti minimi di sicurezza per l’uso delle attrezzature di lavoro di cui all’Allegato V al D. Lgs. 81/08 – Linea Guida 2011;

– “Adeguamento dei trattori agricoli o forestali ai requisiti minimi di sicurezza per l’uso delle attrezzature di lavoro previsti al punto 2.4 della parte II dell’Allegato V al D. Lgs. n. 81/08” – Linea Guida dal 2006 (Cinture e telai).

 

La relazione che si sofferma anche sulle esperienze degli altri paesi europei offre poi informazioni sull’abilitazione alla conduzione delle macchine agricole.

 

Ed è importante parlare di formazione perché le dinamiche infortunistiche che coinvolgono i trattori “sono determinate da:

– carenze delle macchine sotto il profilo della sicurezza;

manovre inappropriate dovute a errata percezione del carico, terreni sconnessi, ecc. In pratica scarsa formazione”.

 

In particolare il trattore è incluso tra le attrezzature di lavoro per le quali è prevista una specifica abilitazione per gli operatori.

Stiamo parlando dell’ Accordo Stato-Regioni del 22 febbraio 2012, concernente l’individuazione delle attrezzature di lavoro per le quali è richiesta una specifica abilitazione degli operatori, nonché le modalità per il riconoscimento di tale abilitazione, i soggetti formatori, la durata, gli indirizzi ed i requisiti minimi di validità della formazione, in attuazione dell’art. 73, comma 5, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81. Abilitazione che, dopo diversi differimenti per il solo settore agricolo, è entrata in vigore il 31 dicembre 2015.

Si ricorda che la Circolare n. 38 del 23 dicembre 2014 del Ministero del Lavoro fornisce dettagliate istruzioni operative sullo svolgimento dei corsi di formazione per la conduzione dei trattori. Ed è indispensabile “che si sviluppino al più presto tutte le azioni necessarie per garantire l’effettiva fruibilità dei corsi, attrezzando apposite sedi e formando gli addetti alla formazione”.

 

Il documento riporta poi informazioni relative al 7° Rapporto sulla sorveglianza del mercato pubblicato nel 2013, sulle macchine agricole esaminate e ricorda, infine, alcuni aspetti relativi al mercato delle macchine agricole nuove e usate.

 

Riguardo al mercato delle macchine nuove è importante “privilegiare i controlli in fiere e presso i rivenditori:

– favorisce la rapidità dell’istruttoria tecnica;

– non coinvolge l’utilizzatore finale con tutte le relative conseguenze inique e le difficoltà delle relative prescrizioni;

– coinvolge subito e direttamente il costruttore;

– ha una funzione effettivamente preventiva;

– ha consentito la segnalazione di oltre 200 macchine nel corso dello scorso piano di prevenzione (2010 – 2013), mentre nel periodo di osservazione precedente 1998 – 2009 le macchine segnalate sono state 82”.

Queste le criticità:

– “la mancata irrogazione delle sanzioni a fronte dell’accertamento delle non conformità;

– il costruttore non è obbligato a provvedere gratuitamente a regolarizzare le macchine già vendute;

– l’utilizzatore finale sopporta gravi costi impropri, anche responsabilità penali, al limite della vessazione”.

 

Infine riguardo al mercato delle macchine usate si indica che:

– “l’attività di controllo si svolge presso gli utilizzatori finali, soprattutto in casi di infortunio grave;

– i controlli possono essere svolti anche presso i rivenditori, con funzione ‘dissuasiva’”.

Queste le azioni da incrementare:

– “accordi con Associazioni dei Commercianti e Riparatori affinché nei contratti di compravendita si impegnino a ritirare l’usato e a regolarizzarlo prima di rivenderlo;

– massiccia attività di formazione ed aggiornamento degli Operatori addetti al commercio delle macchine ed alla riparazione”.

 

Tiziano Menduto


Il nuovo Accordo Stato Regioni sulla formazione di RSPP e ASPP

 

Alcuni elementi che sono stati totalmente trascurati e che avranno un impatto significativo sui processi formativi dedicati alle figure dei RSPP e degli ASPP e sull’efficacia della loro azione all’interno delle aziende. Di Carmelo G. Catanoso.

Lo scorso 7 luglio 2016 è stato sancito l’Accordo finalizzato alla individuazione della durata e dei contenuti minimi dei percorsi formativi per i responsabili e gli addetti dei servizi di prevenzione e protezione, a sensi dell’art. 32 del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 e successive modificazioni.

 

L’obiettivo di questo contributo non è quello di illustrare i contenuti dell’Accordo ma evidenziare alcuni elementi che, a parere di chi scrive, sono stati totalmente trascurati e che avranno un impatto significativo sui processi formativi dedicati alle figure dei RSPP e degli ASPP e, soprattutto, sull’efficacia della loro azione all’interno delle aziende.

 

Innanzi tutto, è opportuno fare una premessa riguardante la situazione nel nostro Paese. In Italia le aziende fino a 9 dipendenti, rappresentano l’86,4% del totale mentre le imprese da 10 a 49 dipendenti sono il 12% del totale. In sintesi, il 98,4% delle imprese italiane è rappresentato da micro imprese e piccole imprese [1].

 

In queste aziende, in genere, il RSPP è stato individuato nello stesso datore di lavoro o in un consulente esterno e solo raramente la scelta è, invece, caduta su uno dei dipendenti di queste piccole realtà imprenditoriali.

 

Va ricordato che, per queste due tipologie di aziende, nel caso in cui il datore di lavoro decidesse di svolgere direttamente le funzioni di RSPP, l’Accordo Stato Regioni del 21 dicembre 2011 prevede, a suo carico, l’obbligo di frequenza ad un corso di formazione avente durata di 16 ore (rischio basso), 32 ore (rischio medio) e 48 ore (rischio alto) e dove la classificazione del rischio è funzione del codice ATECO di appartenenza dell’azienda (vedasi tabella II del citato Accordo).  Al termine del percorso formativo, nel rispetto della frequenza minima prevista (90% delle ore di formazione) e dopo la verifica di apprendimento, il datore di lavoro può ricoprire le funzioni di RSPP per la sua azienda. Ovviamente, per questa tipologia di “datore di lavoro”, l’Accordo prevede la frequenza a specifici corsi di aggiornamento (anche in modalità e-learning), tarati in funzione dei livelli di rischio (6 ore per rischio basso, 10 ore per rischio medio e 14 ore per rischio alto) e distribuito su un quinquennio. Accanto ai datori di lavoro che hanno optato per ricoprire l’incarico di RSPP e che hanno frequentato, a partire dall’inizio del 2012, i corsi strutturati come previsto dall’Accordo, coesiste un gran numero di datori di lavoro che rivestono le funzioni di RSPP e che hanno usufruito:

  • del totale esonero da qualunque obbligo formativo ai sensi dell’art. 95 del D. Lgs. n° 626/1994;
  • della frequenza al corso di 16 ore previsto dall’art. 3 del D.M. 16 gennaio 1997.

 

Non va però dimenticato che anche queste ultime due tipologie di datori di lavoro sono soggette all’obbligo di aggiornamento.

 

Pertanto, riguardo la figura del RSPP, guardando alla situazione attuale, si può affermare che, nella maggior parte dei casi, ci si trova di fronte ad un esercito della prevenzione costituito da un solo soggetto, spesso con una carica esclusivamente onoraria auto conferita (datore di lavoro), con medio-bassa scolarità, poca o nulla esperienza specifica alle spalle, in genere poco sensibile ai bisogni formativi e quasi sempre impegnato nelle altre attività della propria impresa.

 

Appare evidente, anche guardando la fascia d’imprese dove si concentrano gli infortuni sul lavoro (aspetto evidente visto che il 86,4% delle imprese ha meno di 10 dipendenti), che l’area d’intervento prioritaria era proprio quella riguardante questa categoria di datori di lavoro anche perché, non è da ritenere un’ipotesi remota che  il gap in materia di sicurezza sul lavoro e tutela della salute, esistente in questa tipologia d’imprese, sia dovuto anche allo svolgimento diretto da parte del datore di lavoro dei compiti di RSPP nonché all’esonero permanente di questi dai corsi di formazione specifici, visto che le poche ore di aggiornamento, spalmate su 5 anni, son ben poca cosa anche per mantenere alto il livello di attenzione al problema.

 

A fronte di questa situazione, che si trascina ormai da 20 anni, non era già sembrata coerente la scelta fatta con il precedente Accordo Stato Regioni del gennaio 2006, a fronte  del già citato condono tombale della formazione per i datori di lavoro previsto dall’art. 95 del D. Lgs. n° 626/1994, in cui per dare evidenza di un impegno nell’ambito della sicurezza e tutela della salute, il problema della sicurezza sul lavoro in Italia, era stato fatto diventare un problema RSPP-centrico.

In effetti, questa scelta poteva dirsi sensata se, a monte, ci fosse stata la decisione di escludere i datori di lavoro del citato 86,4% di imprese, dalla possibilità di espletare le funzioni di RSPP, imponendogli la nomina se non di un dipendente, almeno quella di un consulente esterno.

 

Consulente esterno che, in verità, era ed è, comunque, presente in questa tipologia di aziende ma che è in grado di espletare professionalmente ed efficacemente le proprie funzioni di supporto, al di là della propria competenza, solo in quelle imprese dove i datori di lavoro mettono questi professionisti nelle condizioni di poter realmente operare.

 

In altre parole, il problema non è solo la ridefinizione del bagaglio formativo dei RSPP e degli ASPP, rivisto con il nuovo Accordo ma sono soprattutto gli atteggiamenti ed i comportamenti che da questi ne  derivano, del suo principale interlocutore appena citato.

 

Quindi, il problema prioritario che si doveva e si deve porre il legislatore era quello di individuare tutti gli strumenti necessari per spingere le aziende, ed in particolare la citata tipologia d’imprese, a sviluppare una propria cultura della sicurezza e cioè l’integrazione della sicurezza, tra i principi ed i valori che regolano il rapporto tra gli individui e l’organizzazione d’appartenenza.

 

Si deve comprendere che è l’azienda, nella sua interezza, che si deve mettere in gioco, che deve rivedere il proprio approccio alle problematiche della sicurezza e della tutela della salute, in modo da creare un ambiente predisposto a condividere ed attuare le iniziative proposte dal RSPP.

 

Altrimenti il rischio è quello che qualunque tipo di formazione per gli RSPP, rischia di diventare praticamente inutile se nelle aziende si continuerà a intendere il ruolo del RSPP quale quello di:

  • cartaio e cioè fabbricante di documenti da tenere nel cassetto e da esibire a richiesta all’ente di vigilanza;
  • normotecnoburosauro e cioè esclusivo depositario delle norme di legge e delle procedure tecniche;
  • negoziatore del conflitto interno (azienda – sindacati) per le tematiche della sicurezza sul lavoro;
  • negoziatore del conflitto esterno (azienda – organi di vigilanza), per le tematiche della sicurezza sul lavoro;
  • filtro per il datore di lavoro, riguardo alle specifiche informazioni e le pressioni ambientali provenienti dall’esterno.

Nelle aziende, invece, si dovrà cominciare a capire che il ruolo del RSPP è quello di:

  • far percepire e comprendere il problema sicurezza nella sua globalità;
  • favorire la ricerca, all’interno dell’azienda, delle competenze necessarie per risolvere i problemi,
  • favorire l’integrazione delle diverse competenze presenti in azienda;
  • contribuire all’attivazione di un processo di crescita professionale dei soggetti coinvolti;
  • favorire i processi di comunicazione per la prevenzione e la protezione dai rischi;
  • coinvolgere il personale nelle attività organizzative e gestionali per la prevenzione e la protezione dai rischi;
  • contribuire alla motivazione del personale.

 

Oggi, grazie anche ai percorsi formativi definiti dai due Accordi Stato Regioni, i RSPP stanno sempre più acquisendo una nuova percezione e consapevolezza del proprio ruolo, che si sta evolvendo, da quello di depositario del sapere tecnico-normativo specifico a quello di animatore e facilitatore del cambiamento, con l’obiettivo di far comprendere ai datori di lavoro le effettive dimensioni del problema sicurezza sul lavoro e tutela della salute e il loro impatto sulle attività aziendali, operando con pazienza e costanza al fine di costruire una serie di rapporti interfunzionali in grado di acquisire il maggior numero di informazioni pertinenti necessarie per rendere sempre più affidabili i processi decisionali.

 

In parallelo, però, è necessario che si attuino una serie d’azioni in grado di incidere sui comportamenti delle piccole aziende e far percepire che la sicurezza sul lavoro non è un costo ma un investimento che produce un ritorno, anche nel breve periodo.

 

Istintivamente, l’azione che può sembrare prioritaria è quella indirizzata sia verso la richiesta di norme di legge più chiare e burocraticamente più leggere (vedi recente tentativo con DDL senatori Sacconi – Fucksia) che verso un inasprimento delle sanzioni rendendole economicamente più pesanti, in modo da ricordare alle imprese, nel confronto tra i costi di prevenzione e quelli relativi alla non osservanza delle norme ed al risarcimento dell’infortunio e/o della malattia professionale, che l’attività, volta a tutelare l’integrità psicofisica di tutto il personale, è un problema prioritario, socialmente ed economicamente rilevante che necessita, da parte del soggetto giuridico preposto, un maggiore investimento in risorse, nonché dei risultati che ne misurino l’impegno effettivo.

Le norme di legge ed i controlli sono necessari, ma servono solo a rafforzare le responsabilità attraverso le sanzioni a carico delle imprese ma, proprio per questo, non possono fornire, da sole, sufficienti motivazioni ad investire nella prevenzione.

Basta che la fonte del condizionamento (enti di vigilanza, Magistratura, ecc.) diminuisca, per qualunque ragione, la propria intensità per ritornare al punto di partenza.

Dunque, oggi, il problema prioritario non è solo quello di intervenire sul corpo legislativo di riferimento aspettandosi, poi, il miglioramento della situazione (la condivisione delle norme, da parte di talune imprese, è tutt’altro che automatica).

 

Il problema prioritario è, invece, quello di individuare ed attuare nuovi interventi in grado di portare ad un reale miglioramento della sicurezza e della tutela della salute grazie alla loro funzione preventiva deterrente ed incentivante esercitata prima che accadano gli eventi.

 

Importante è partire con una campagna di comunicazione che, per le piccole imprese, dovrà puntare sull’impegno etico che l’imprenditore assume per tutelare l’integrità psicofisica delle sue persone, sulla possibilità d’incidere su tutti quegli aspetti che influenzano negativamente il funzionamento dell’impresa (assenteismo, conflittualità, turnover, ecc.) e cioè su quello a cui, qualunque imprenditore, come detto prima, è sempre fortemente interessato, facendogli capire che la sua azienda, viste le dimensioni, non riuscirà mai a compensare questi effetti negativi a differenza della grande impresa o della multinazionale in grado di ridistribuire, con facilità i carichi di lavoro. Importante, è anche insistere sulle ricadute positive che gli investimenti prevenzionali possono portare alla piccola azienda, specialmente se spendibili in termini d’immagine e di reputazione nonché di differenziale positivo nell’acquisizione di nuovi clienti e nel mantenimento degli attuali.

Essenziale è anche strutturare dei meccanismi seri di accesso al mercato da parte delle imprese vincolandoli al preventivo soddisfacimento dei requisiti minimi richiesti dalle norme vigenti in tema di sicurezza e tutela della salute.

 

E’ anche necessario strutturare un permanente e selettivo sistema di finanziamento agevolato delle piccole imprese (abbandonando iniziative pur lodevoli ma aventi carattere emergenziale) permettendo loro sgravi fiscali e contributivi, sia in funzione di un andamento favorevole degli infortuni e delle malattie professionali (condotto in parallelo ma in modo distinto con l’andamento dei tassi specifici INAIL), sia per gli investimenti per il miglioramento continuo del livello di sicurezza, articolati secondo piani triennali di sviluppo. Qualcosa, insomma, che vada oltre la “scontistica” dell’OT 24 o il “Click day” dell’INAIL (quest’ultimo con tutte le polemiche riguardanti le modalità di assegnazione delle risorse disponibili).

 

E’ necessario intervenire immediatamente sulle pubbliche amministrazioni e far regolarizzare le palesi situazioni di rischio presenti in un qualunque ministero, ospedale, ufficio, scuola, ecc..  Altrimenti quale coerenza e credibilità può avere uno Stato che, da una parte continua a partorire leggi, leggine, circolari, ecc., e, dall’altra, è il primo a non applicarle nei propri luoghi di lavoro, spesso aperti al pubblico!

 

In conclusione, a giudizio di chi scrive, un cambiamento in futuro lo potremo avere, abbandonando l’idea del solo incremento del controllo, dell’inasprimento delle sanzioni e della formazione degli specialisti come i RSPP e gli ASPP ma creando, invece, un sistema che dimostri che l’investimento per la sicurezza e la tutela della salute oltre ad essere eticamente riconosciuto ed apprezzato dalla pubblica opinione, produce un ritorno economico tangibile in quanto:

  • permette all’impresa l’accesso e la permanenza sul mercato dove esiste un sistema di controllo efficiente ed efficace da parte degli enti preposti,
  • costituisce un vantaggio competitivo rispetto ad altre aziende dello stesso settore,
  • permette la riduzione dei costi indiretti (assenteismo, turnover, ecc.),
  • aumenta l’efficienza dei processi lavorativi,
  • fa accedere ad agevolazioni fiscali e contributive,
  • migliora l’immagine aziendale e
  • riduce la conflittualità interna ed esterna.

In conclusione, sarà solo la definizione ed attuazione di una strategia di ben più profondo ed ampio respiro che potrà dare uno scossone al cristallizzato status della sicurezza sul lavoro nel nostro paese e non certo la sola formazione a carico dei RSPP e ASPP (soggetti che hanno, allo stato delle cose, ben poche possibilità d’incidere sui processi decisionali finalizzati delle aziende) ed evitare che il nuovo Accordo Stato Regioni sulla formazione del RSPP e degli ASPP sembri, più che altro, il rafforzamento del business della formazione per una miriadi di enti vari ma organizzativamente e qualitativamente inadeguato anche in riferimento agli obiettivi di un serio sistema prevenzionale.

Infine vale la pena chiude questo contributo ricordando che l’obiettivo del RSPP deve essere quello di diventare un ruolo obsoleto in quanto è riuscito a massimizzare il trasferimento del bagaglio di competenze specialistiche di cui era portatore, ai suoi interlocutori aziendali.

 

Carmelo G. Catanoso

Ingegnere Consulente di Direzione